QUELL’UTOPIA FEROCE E SPLENDIDA
CHIAMATA “MOBY DICK”

Moby Dick

Nel bicentenario della nascita di Herman Melville (New York, 1819 – 1891), il Festival delle Geografie di Levanto, dedicato quest’ anno al tema dell’Utopia e alle sue (non mai finite) declinazioni, ricorda lo scrittore americano mettendo in scena lo spettacolo teatrale “Moby Dick” di Fausto Cosentino.
La storia del folle inseguimento della balena bianca, la lotta ostinata del Capitano Ahab, che trascinerà alla rovina il “Pequod” e tutto il suo equipaggio – tranne Ismael -, l’estenuante attesa dell’avvistamento di Moby Dick che semina paura e feriti per tutti i mari, ci ammonisce dell’esistenza dell’altra faccia della vita dell’uomo, quella più oscura, irrazionale, distruttiva ma ugualmente forte.
Quante sono dunque le ragioni per cercare l’isola che non c’è. Un approdo, una salvezza, un porto sicuro.

 

MOBY DICK
di Fausto Cosentino

“Laggiù! Soffia! Laggiù! Soffia!”
Questo è il ritornello che accompagna il lettore di “Moby Dick”, romanzo di Herman Melville.
Più di seicento pagine senza toccare terraferma, solcando i mari che vanno dal Nord Atlantico fino al Sud del Pacifico, costeggiando l’America Latina e sfiorando il Capo di Buona Speranza. Tre anni a bordo della baleniera Pequod in compagnia di personaggi come Queequeg, Starbuck, Stubb, ma soprattutto di Ismael e del Capitano Ahab. Tre lunghi anni a caccia della balena bianca, una creatura famelica e terribile che vive negli abissi e che nessuno è riuscito a catturare.

Non credo serva altro per svelare il titolo del libro scritto da Herman Melville nel 1850.
“Moby Dick” è un capolavoro della letteratura americana che conobbe la sua fortuna solo nel 1892 (poiché alla sua prima uscita non riuscì a vendere che solo trecento copie) grazie a una entusiastica recensione di Robert Louis Stevenson.

Imbarchiamoci, insieme a Ismael e al resto della ciurma. L’errare, il vagabondare è un aspetto segreto del libro.
Il vagare di chi galleggia su acque sconosciute delle quali diffida, ma alle quali pure si affida.
La baleniera solca i mari da molti giorni quando Ismael vede per la prima volta Ahab di cui ha, fino a quel momento, solo sentito favoleggiare, giacché trascorre il suo tempo sottocoperta sperso tra le sue carte nautiche. Il capitano esce sul ponte, con una gamba d’osso di balena e un’unica ossessione: uccidere la feroce Moby Dick che lo ha mutilato con un terribile colpo di coda.
Tutte le navi temono Moby Dick, ma le vele del Pequod si gonfiano per braccarlo, in una spasmodica ricerca di oscuri simbolismi.
Moby Dick è il Male, la faccia sconosciuta del destino, l’ignoto, la crudeltà disumana della vita e la selvaggia ricerca della fine, l’efferatezza di un animale che si manifesta nella propria bestiale violenza soltanto a tre capitoli dalla fine del romanzo.
Ahab è invece colui che sfida le leggi umane, che grida la rabbia verso qualcosa di incomprensibile e superiore, che mostra il proprio coraggio con la decisione incrollabile di combattere fino all’ultimo respiro.
A chi sarebbe venuto in mente di utilizzare come pretesto una storia di caccia alla balena per scrivere un romanzo filosofico?
A Melville: che ha inzeppato questo libro di metafore, simbolismi, digressioni politiche e sociali (per esempio, ci sono pagine contro il razzismo…) riflessioni sulla religione, sul mondo, sulla natura.
A Melville: che scrive un trattato di cetologia, sull’arte del navigare, sull’attività dei balenieri, sulla vita a bordo delle navi (poiché, a suo tempo, anche lui aveva navigato sulle baleniere).

In Moby Dick il mare non si vede, non si respira, non si odora, rimane sullo sfondo.
Non c’è vento, non c’è spazio, non ci sono orizzonti sconfinati. Solo una discesa verso gli inferi dell’animo umano.
Moby Dick è un grande, inquietante viaggio verso il buio, verso gli inferi e l’oscurità dell’animo umano.
Moby Dick è una favola nera e violenta che come mai nessun altro libro ha saputo descrivere l’abisso infelice che si spalanca nel cuore degli uomini quando hanno fame e non riescono a saziarsi di nulla, quando cercano qualcosa che nemmeno loro sanno, quando devono partire non si sa per dove, ma partire.
A tutti loro – a tutti noi – Melville dedica frasi come questa: “Se questo mondo fosse un piano infinito, e navigando a Oriente noi potessimo sempre raggiungere nuove distanze e scoprire cose più dolci e nuove di tutte le Cicladi o le Isole del Re Salomone, allora il viaggio conterrebbe una promessa. Ma, nell’inseguire quei lontani misteri di cui sogniamo, o nella caccia tormentosa di quel fantasma demoniaco che prima o poi nuota dinanzi a tutti i cuori umani, nella caccia di tali cose, intorno a questo globo, esse o ci conducono in vuoti labirinti o ci lasciano sommersi a metà strada”.

Sono convinto che il fascino del romanzo risieda in una ambiguità: Melville non lo dice apertamente, ma il suo personaggio – Ahab – sa di andare incontro a morte certa, sa che la balena non si può sconfiggere, perché è l’insieme di tutto ciò che è e rimarrà sconosciuto all’uomo.
“Laggiù, soffia! Laggiù, soffia!”

 

“Moby Dick (Ahab e la balena). Cantata profana a tre voci”, con Vittorio Ristagno, Andrea Benfante, Paolo Drago.  Adattamento e regia di Fausto Cosentino. Palestra del complesso scolastico di Levanto, sabato 13 aprile ore 21.