Salvate il soldato Rai Movie!

Rai Movie

Nei giorni scorsi è emersa dal nuovo Piano Industriale della Rai l’intenzione, da parte dei vertici della televisione di Stato, di chiudere due canali storici come Rai Movie e Rai Premium e di istituire una nuova Rai 6 dedicata a un pubblico di donne, trasformando Rai 4 in un canale per uomini. I piani della dirigenza Rai, dunque, sono chiari: da un lato, fare a meno di reti il cui palinsesto non è considerato fondamentale per la televisione pubblica, con le motivazioni dell’audience limitata e della scarsa profilazione del pubblico; dall’altro, diversificare l’offerta televisiva per genere.

Fin da subito, questa prospettiva ha fatto storcere il naso a molti, soprattutto per quanto riguarda la chiusura di Rai Movie. Ad oggi, questa era l’unica rete Rai completamente dedicata al cinema, in cui si trasmettono film praticamente 24 ore al giorno, inframezzati solo da approfondimenti sulle principali manifestazioni sulla Settima Arte in Italia e nel mondo, come la diretta della Notte degli Oscar e i collegamenti quotidiani dalla Mostra di Venezia. Spaziando tra produzioni italiane e straniere, dai classici del passato ai successi contemporanei, con film di qualità media più che soddisfacente, il palinsesto di Rai Movie poteva contare su un’offerta valida ed eterogenea. Ciò nonostante, il CdA Rai guidato dall’amministratore delegato Fabrizio Salini ha ritenuto che non ci fosse più spazio per un canale tematico sul cinema, preferendo spalmare l’offerta cinematografica sulle reti restanti. Alla base di questa decisione ci sarebbe uno share non in linea con le aspettative (attorno all’1% giornaliero) e, di conseguenza, lo scarsa attrattiva che la rete offriva per gli inserzionisti pubblicitari.

Non appena l’intenzione è stata resa nota, è partita una levata di scudi da varie direzioni, che ha visto numerosi professionisti del settore schierarsi contro i vertici di Viale Mazzini. Subito è stata lanciata una petizione su Change.org – raggiungibile qui – per impedire la chiusura di Rai Movie, alla quale hanno subito aderito pubblicamente, oltre a numerosi giornalisti e critici, il direttore della Mostra del Cinema di Venezia Alberto Barbera e l’attore Alessandro Gassmann. Vinicio Marchioni, l’interprete de Il Freddo nella serie Romanzo criminale, ha rincarato la dose su Twitter, con parole dure che attaccano la decisione senza mezzi termini, seguito da Alessandro Borghi, fresco vincitore del David di Donatello per la sua interpretazione di Stefano Cucchi nel film Sulla mia pelle, e dalla regista Francesca Archibugi. Il critico televisivo Aldo Grasso ha definito la chiusura di Rai Movie “una sciatteria”, mentre la stessa USIGRai, il sindacato dei giornalisti Rai, dopo essersi riunita ad Assisi, ha diffuso un comunicato – qui il testo integrale – che esprime la sua totale contrarietà alle nuove politiche di Viale Mazzini. “Non si può rischiare di disperdere un importante patrimonio che caratterizza la Rai rispetto all’offerta dei privati, soprattutto a pagamento“, è una delle motivazioni del dissenso.

Ha destato meno scalpore, forse per la valenza culturale meno simbolica, la decisione di chiudere Rai Premium, la rete dedicata alle repliche delle fiction della televisione di Stato, genere ritenuto meno “nobile”, almeno nella sua accezione contemporanea, rispetto al cinema. È addirittura passato quasi inosservato il fatto che Rai Scuola, unica rete rimasta dedicata all’istruzione, lascerà le sequenze televisive per trasferirsi su Internet.

A prescindere dalle motivazioni prettamente economiche e di share, quello che è emerso da tutta la vicenda si profila come un dibattito culturale. Innanzi tutto, uno scontro fra chi ritiene il cinema un contenuto sul quale investire, e fra chi invece non lo considera abbastanza redditizio da potergli dedicare un intero canale. Così facendo, lasciando campo libero ai servizi a pagamento: Sky, da un lato, e le piattaforme streaming, Netflix in testa, dall’altro. Attualmente, le sole reti televisive in chiaro rimaste con un palinsesto del tutto (o quasi) incentrato sul cinema sono Iris, di proprietà Mediaset, e Cine Sony, di proprietà della Sony Pictures Entertainment. Paramount Network, edito da Viacom International Media Networks, presenta un palinsesto dove la presenza di opere cinematografiche è piuttosto numerosa, ma va di pari passo con quella di serie televisive. Sembra, quindi, che il solo cinema non basti più per coprire l’intera programmazione di una rete in chiaro.

Un altro aspetto da non sottovalutare, offrendo spunti per un ulteriore dibattito, è quello delle novità proposte dal Piano Industriale Rai. Un canale in lingua inglese e uno parlamentare (compresi nel nuovo Contratto di Servizio firmato con lo Stato) e, soprattutto, la nuova Rai 6 dedicata a un pubblico femminile. Una decisione, quest’ultima, che va di pari passo con la trasformazione di Rai 4, rete attualmente incentrata sulle serie televisive di produzione straniera, in un canale rivolto a un pubblico prettamente maschile. Quest’ultima scelta ha causato numerose polemiche, come si può leggere nella nota diramata dalla USIGRai: “Seppur comprensibile la volontà di realizzare canali per rispondere sempre di più a esigenze di pubblici specifici, la suddivisione sulla base del genere (maschile e femminile) è inaccettabile e rischia di aprire la porta ai peggiori stereotipi“.

Viene infatti facile pensare, in un momento storico come questo in cui le barriere di genere sono ancora purtroppo in piedi, che l’istituzione di canali televisivi rivolti a un pubblico di uomini o di donne non soltanto non porti a nessuna valorizzazione dei contenuti, ma sia un ulteriore passo indietro rispetto all’auspicabile condivisione di valori che dovrebbe portare all’abbattimento di quelle barriere. Non soltanto non è facile stabilire quali programmi siano adatti agli uomini e quali alle donne, ma ci appare anche poco condivisibile sul piano ideologico. La televisione pubblica dovrebbe proporre contenuti che possano riunire gli spettatori davanti allo schermo, a prescindere dall’età e dal sesso. Sostituire suddivisione con condivisione non è soltanto la modifica delle prime tre lettere di quella parola. È un cambiamento di visione culturale.