RODOLFO CERVETTO
E LA STORIA DI UN PONTE
AL RITMO DI JAZZ
TRA GENOVA E NEW YORK

Rodolfo Cervetto
Foto di Michela Zizzari

“Duemila enigmi nel jazz”: una piccola strofa di Paolo Conte descrive bene un genere musicale, capito da pochi, amato da molti, apparentemente fuori dalla tradizione mediterranea, testimone inconsapevole di contaminazioni gentili e generose, utili, formative.
Il jazz arriva a Genova e La Spezia da New York, attraverso un ponte fatto di navi, di musicisti da traversata o di soldati che, in tempo di pace, accarezzavano strumenti musicali. Approda nei porti, dal mare, da un orizzonte che non è frontiera perché è di tutti e, per questo, profuma di possibilità, di libertà, di improvvisazione, di incompiutezza. La bellezza del jazz sta tutta nell’improvvisazione, quell’improvvisazione che è l’ultima spiaggia della musica. Ché, per improvvisare, bisogna conoscere a fondo le regole, farle proprie, digerirle, imparare a rispettarle per poi prescinderne: una meravigliosa commistione di conoscenza, capacità, competenza e libertà.

In sintesi, il jazz è un fenomenale strumento di cultura, non solo musicale, capace di attraversare ogni confine, di reinterpretare ogni genere, di allargare il respiro e di cambiare i punti di vista. E, magari, anche la vita.
Ma le storie, si sa, sono più affascinanti se raccontate dai protagonisti e, oggi, ne parliamo con Rodolfo Cervetto, uno dei musicisti genovesi più apprezzati, anche all’estero, referente regionale dell’Associazione Nazionale Musicisti Jazz.

In Liguria, a Genova e La Spezia in particolare, il jazz ha trovato da sempre una casa, un posto comodo e sicuro dove attecchire: per quali motivi?
Genova è principalmente una città portuale, da cui partivano molte navi sulla rotta americana.
Inevitabile lo scambio culturale e, quindi, la trasmissione delle usanze e delle espressioni artistiche d’oltreoceano. I musicisti di bordo portavano le novità musicali sotto forma di spartiti e dischi o, semplicemente, suonando, ciò che succede anche per altre forme di musica e, più in generale, per le contaminazioni culturali.
Anche La Spezia ha avuto un ruolo rilevante nella diffusione del jazz: una città portuale, anche se militare. Tra i militari c’erano anche musicisti che, scendendo a terra, si facevano inconsapevoli promotori di culture differenti dalla nostra: frequentavano i locali intorno al porto e i gestori furono incoraggiati a ingaggiare chi fosse in grado di eseguire quel repertorio che faceva sentire a casa gli avventori stranieri. Le città di mare sono sempre città aperte…

Le persone di cultura, e i musicisti in qualche modo lo sono, si caratterizzano per spirito di curiosità e apertura mentale istintivi. Sovente i musicisti di bordo sono stati giudicati orchestrali di basso livello o ridotti a meri intrattenitori ma è proprio grazie alla loro curiosità e voglia di scoprire che siamo arrivati ad apprezzare molta della musica americana. Un operato silenzioso che ha costituito la base indispensabile e solida per lo sviluppo e la diffusione di nuovi generi in un’epoca in cui era difficoltoso divulgare idee, tradizioni, culture. Oggi il web rende ogni cosa di facile e veloce fruizione e tale velocità e quantità di informazioni non ci permettere di scendere in profondità. La musica, come i rapporti interpersonali, ha bisogno di tempo per maturare e per durare. La velocità ha reso più fragili le idee perché non c’è tempo per farle crescere né sedimentare. Questa è la principale differenza fra la musica ed i musicisti degli anni settanta ed i contemporanei che sono nati nel vortice del web, costantemente costretti ad adattarsi ad un cambiamento senza fine, complici i social, le major, le tv.

Così tutto si appiattisce: professionisti, prodotti musicali, scuole ed allievi ridotti a strumenti meramente commerciali.
Il jazz, più di ogni altro genere, necessita di crescere lentamente e di essere praticato insieme. È nato così, passato da una generazione all’altra per mezzo di un esercito di cantastorie attraverso la condivisione.
Tornando a Genova, nei porti c’era voglia e bisogno di farsi capire. Basti pensare a quanti termini sono entrati nel nostro gergo ancora prima dell’avvento della globalizzazione.
Non è quindi un caso che, in Italia, il jazz club più antico, il Louisiana, sia nato proprio a Genova e che il festival jazz più longevo sia quello di Spezia, due realtà determinanti per lo sviluppo del jazz nel nord Italia, capaci di attrarre musicisti che hanno fatto la storia del jazz mondiale.
Tali presenze hanno ispirato la fioritura di altre piccole realtà, indispensabili alla crescita e diffusione di eccellenze che possono esistere solo in presenza di un terreno fertile, disposto e pronto ad accoglierle, nutrirle e apprezzarle. Eccellenze tutte genovesi quali Dado Moroni, Piero Leveratto, Andrea Pozza, Giampaolo Casati, Alessio Menconi, Aldo Zunino, Luciano Milanese, Claudio Capurro, Luca Begonia, Marco Tindiglia.

Chi è Rodolfo Cervetto?
Sono un musicista e mi sono appassionato a questo genere grazie al Louisiana Jazz Club e a tutti quei musicisti, professionisti e non, che frequentavano il club e la scuola.
È stato un processo di crescita lento ma costante, che oggi mi porta ad essere coinvolto non solo come musicista ma anche in veste di organizzatore.
La parte musicale, in fondo, è quella più semplice. Considero un privilegio poter vivere di questa professione che concretizza la mia profonda passione per la musica. A tal proposito, mi si permetta un’amara riflessione: in Italia i musicisti vivono ancora in una sorta di “meticciato” che accomuna in una medesima categoria sia i professionisti che i semplici appassionati o insegnanti di strumenti più o meno qualificati. L’esperienza mi ha insegnato che conoscere il proprio strumento non basta. Non esiste qualifica o certificazione che garantisca di poter esercitare la professione di musicista. Ciò non significa che non sia necessario studiare. Lo studio e l’esercizio, insieme alla passione, costituiscono le basi.
Tornando al mio lavoro, mi sono avvicinato anche all’organizzazione poiché se i musicisti non si impegnassero in prima persona, la maggior parte dei concerti e rassegne sarebbe destinata a scomparire. Il jazz non si vende da solo.

Cimentandosi nell’organizzazione di eventi si ha modo di conoscere altre sfumature rilevanti di questo mestiere: i rapporti con le istituzioni, gli enti pubblici e privati, la logistica nel suo complesso, l’organizzazione globale e l’attenzione nei confronti del pubblico. Tutti aspetti che considero arricchenti: avere la possibilità di far esibire tanti musicisti è decisamente gratificante.
Oggi, anche quale referente per la Liguria dell’Associazione Nazionale Musicisti Jazz, collaboro con diverse realtà nazionali e regionali. Mi sento come un divulgatore di passione per il jazz e per il messaggio che la storia di questo genere porta con sé: il dialogo, la condivisione e l’ascolto dell’altro, tutti valori necessari nel tempo in cui viviamo, momento storico critico ma, proprio per questo, terreno fertile per le idee più rivoluzionarie. E il jazz è stato anche questo.

Come percepisci il pubblico? E perché un musicista sceglie la di suonare musica jazz, specie in Italia?
Il pubblico negli ultimi trent’anni è cambiato molto, soprattutto in Italia. Escludendo i grandi eventi, l’età media si è alzata notevolmente. Il punto, però, non credo sia da individuarsi nella partecipazione ai concerti jazz: credo che, in generale, la questione sia riconducibile alla funzione della musica ed al modo di consumarla. Parlo di consumo perché negli ultimi anni, più che in passato, la musica è stata trasformata in bene di consumo, estremamente accessibile, troppo spesso a costo zero. Tutto ciò ha tolto un po’ di magia ai live. A voler cercare un lato positivo, il pubblico dei concerti è molto più attento e selettivo e ciò si percepisce durante le esibizioni. Di contro ciò ha recato danno alla sperimentazione musicale e alle piccole realtà, proprio perché si sceglie, mirando ad investire sul sicuro, musicisti già affermati o festival di grande richiamo condizionando inevitabilmente i soggetti responsabili delle programmazioni.
È un circolo vizioso dal quale difficilmente si potrà uscire senza assumere posizioni forti: l’esempio dovrebbe partire proprio dagli artisti e da chi si occupa di musica e cultura. Si sente la mancanza di figure capaci di vincere sulle mode, di crearle coraggiosamente: nel jazz latitano da tempo e nel pop sono spesso costruite a tavolino, artificiosamente pronte per il mercato.

Il problema non sussiste solo in ambito musicale perché la musica, quale aspetto culturale, è lo specchio della società. Per fortuna, esistono avamposti che resistono a fatica, segnale confortante, grazie a frange di pubblico che non si fanno influenzare dai diktat di mercato. E come dal pubblico dipende l’esito di un concerto così le persone possono cambiare la società in cui vivono.
Quando ti esibisci, percepisci lo stato emozionale della sala; quando senti che tutto vibra all’unisono ecco che la musica decolla, possente, perché sei spinto da una forza che ti porta a superare le tue possibilità espressive. Ti lasci andare perché senti che il pubblico ti seguirà.

La musica è una mappa su cui sono scritte tutte le informazioni conosciute ma tu ne conosci altre. Puoi portare il pubblico dove si aspetta o puoi stupirlo creando una rotta impensata. Loro devono fidarsi di te e tu devi fidarti del tuo istinto, solo così diventerà un’esperienza collettiva.
Questa è una delle caratteristiche peculiari della musica jazz, perché in altri generi musicali tutto è scritto e ti basta partire per goderti il panorama che hai progettato di vedere e che, sovente, conosci già.
Bisogna essere disposti a lasciarsi stupire perché il jazz è in grado di farlo, ad ogni battuta. Ma per garantirsi tali esperienze è necessario scegliere di ascoltare chi ha i mezzi per stupire.

Come si fa a riconoscere chi ha i mezzi per stupire?
Ci addentriamo in un terreno spinoso. Esibirsi in concerto è diventato molto semplice, per tutti, professionisti e non, e tale facilità ha fatalmente abbassato la qualità delle esibizioni. Gli esercenti che decidono di ospitare gruppi che suonano dal vivo sono costretti a sostenere costi elevati, sempre che si muovano entro le norme di legge. Tutto ciò incoraggia l’acquisto di esibizioni a basso costo o gratuite che, usando un eufemismo, non aiutano a educare il pubblico a godersi la buona musica.
La scarsa qualità e gli ingaggi sempre più bassi hanno creato confusione portando sul medesimo piano la scarsa profondità e capacità di espressione di chi suona tanto per divertirsi (cosa per altro molto positiva) con chi, invece, interpreta e diffonde musica garantendo all’ascoltatore talento, preparazione e maturità artistica capaci di catturare l’attenzione del pubblico e, col tempo, educarlo anche a scegliere consapevolmente cosa ascoltare.
Così come il pubblico sceglie, anche per i musicisti la scelta dello stile è determinata dalle opportunità, dal percorso culturale, dagli studi e dalla sensibilità personale.

Io sono partito con l’hard rock e il pop degli anni ‘80 e sono finito nello swing e poi nel jazz grazie a persone carismatiche che mi hanno fatto apprezzare un genere libero, fuori dagli schemi, vicino al mio modo di essere e di vivere. Sono stato un estremista dello swing, ma l’esperienza del free jazz e le contaminazioni mi hanno offerto una prospettiva ancora più vasta che mi fa guardare l’epoca dello swing da un punto di vista del tutto nuovo. Salvo rare eccezioni – in definitiva stiamo parlando sì di una passione ma di una passione che è diventata lavoro – non sono più riuscito a suonare generi che non mi concedessero degli ampi spazi di interpretazione.
I miei colleghi ed io continuiamo ad ascoltare dischi vecchi o musicisti di grande esperienza scoprendo sempre qualcosa che ci stupisce. Sentiamo scorrere energia. Non tanto perché si associa un brano ad un ricordo particolare ma perché ci scuote e ci urla che quell’emozione la stiamo vivendo ora e domani sarà già differente, nuova.
È come vivere giorni sempre diversi l’uno dall’altro. Chi vive in questo modo è capace di stupire se stesso: naturale pensare che sia in grado di stupire anche il pubblico.

Qual è il progetto di cui vai maggiormente fiero?
La rassegna che curo da cinque anni per il Teatro Nazionale di Genova “Jazz and breakfast” il cui pubblico è sempre più numeroso, partecipe e attento, continua a darmi tanta soddisfazione. Il Teatro dell’Archivolto è stato il primo a credere in questa scommessa azzardata: convincere il pubblico ad ascoltare jazz la domenica mattina a Genova in un quartiere come Sampierdarena non era impresa da poco. Ma i risultati ci hanno sorpreso, in termini di crescita e partecipazione, e continuano a farlo anche ora, grazie all’impegno dello staff del Teatro Nazionale.

Ti conosco, hai più volte sfiorato la felicità: quanto ha influito la musica jazz in tali stati di grazia?
Parecchio, ma forse è stata la musica in generale. Mi ha cambiato la vita e mi ha aperto le porte di un mondo difficile, pieno di sfide e dalle dinamiche spesso faticose ma ricco di energia, vita e persone straordinarie cui devo molto. Persone che mi hanno insegnato il valore della sperimentazione, dell’esperienza, della curiosità.

In che modo la musica jazz, in particolare, può essere utile all’umanità?
Se pensiamo a quello che ha significato in termini di esperienza multirazziale, la risposta risulta evidente. La musica è democratica e il jazz affonda le proprie basi nel dialogo.
Un’altra caratteristica peculiare, che farebbe un gran bene a tutti imparare, è l’ascolto. Saper ascoltare l’altro per interagire in modo rapido e stimolante, senza prevalere, integrando suoni e spazi vuoti.E poi il jazz nasce dalla fusione di culture molto diverse. Le influenze sono molteplici: africane, caraibiche, sudamericane, europee, medio orientali, balcaniche, nordiche…
Chi si lascia incantare da questo genere dovrebbe essere una persona naturalmente aperta al dialogo e all’ascolto. Sarebbe meraviglioso avere, oggi, figure come Miles Davis, Ornette Coleman, Thelonious Monk, Steve Lacy, John Coltrane, persone capaci di dare al jazz un peso culturale e sociale significativo e duraturo.

E, infine, qualcosa da ascoltare, leggere o vedere che consigli ai nostri lettori:
C’è un documentario notevole, italiano, dal titolo “Io sono Tony Scott”: uno spaccato completo di un’epoca e di una persona straordinaria, Tony Scott, appunto. Chi ama il genere conosce Tony Scott, considerato, insieme a Benny Goodman e Artie Shaw tra i più grandi clarinettisti jazz di tutti i tempi. Per tutti gli altri, aggiungiamo una piccola nota biografica, di per sé icastica: Tony Scott è lo pseudonimo di Anthony Joseph Sciacca.

Nella foto di Michela Zizzari, Rodolfo Cervetto