La parte giusta è
un orizzonte da raggiungere

Gli stranieri ci stanno invadendo? Chiudere i porti è una soluzione? Che cosa vuol dire «prima gli italiani»? Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e dell’associazione Libera, avverte l’urgenza di scrivere una lettera contro «l’emorragia di umanità alimentata dagli imprenditori della paura», rivolgendosi direttamente a chi oggi si dichiara razzista, forse non più avvertendo gravità e implicazioni etiche di questa affermazione. Luoghi comuni, idee ricevute e narrazioni tossiche hanno portato nuovamente nel discorso pubblico prese di posizione che si credevano ormai superate e rigettate da tutti, segnando una preoccupante involuzione culturale, anche sul piano della risposta istituzionale. Soprattutto in un Paese come il nostro che ha vissuto sulla propria pelle il dramma della migrazione.

Così, mentre infuriano le polemiche sul secondo decreto sicurezza, che ha destato la preoccupazione perfino dell’Onu, in un balletto di numeri e cifre che crescono o diminuiscono a seconda degli effetti che si intende produrre, e con porti chiusi a navi cariche di persone disperate e gravemente provate, MEMO, per gentile concessione della casa editrice del Gruppo Abele, può offrire ai propri lettori il prologo che don Luigi Ciotti premette alla sua Lettera aperta a un razzista del terzo millennio.

di don Luigi Ciotti

Due giorni prima di Natale una notizia ha fatto – per qualche ora – il giro del mondo: Sam, un bimbo nato tre giorni prima sulla costa libica dopo l’attraversamento del Sahara da parte della madre e salito con lei su un barcone, è stato salvato nel Mediterraneo dalla nave di una Ong. Di lì, per le sue precarie condizioni di salute è stato prelevato con un elicottero assieme alla madre e trasferito a Malta.

Ma gli altri 309 migranti che erano con lui hanno continuato la loro odissea in mare, per una settimana e duemila chilometri, senza un porto disposto ad accoglierli. Due mesi prima, il 2 novembre, Amal è morta di fame a sette anni. Come centinaia di altri bambini yemeniti travolti da una guerra combattuta con armi costruite nel nostro Paese. La sua fotografia, il viso reclinato con gli occhi persi, le ossa a malapena ricoperte di pelle, le mosche sulle mani, ha provocato l’indignazione di un giorno. Quelle immagini sono rapidamente scomparse da quotidiani e telegiornali lasciando il posto alla retorica sgangherata dei porti chiusi e agli insulti, crudeli e volgari, nei confronti dei migranti (sui social e non solo). Eppure, Sam, Amal e le altre centinaia di migliaia come loro non sono dei numeri ma delle persone: come me, come te che stai leggendo. E’ questa situazione che mi ha spinto a scrivere. Non sono abituato a farlo. Preferisco i fatti con il loro linguaggio, silenzioso ma vero. Eppure di fronte all’ingiustizia che monta intorno a noi non si può più stare zitti.     

Ce lo ha ricordato – con la consueta forza e chiarezza – il papa che, il 26 marzo scorso, in piazza San Pietro si è rivolto ai giovani con queste parole: «Sta a voi non restare zitti. Se gli altri tacciono, se noi anziani e responsabili, tante volte corrotti, stiamo zitti, se il mondo tace e perde la gioia, vi domando: voi griderete? Per favore, per favore, decidetevi prima che gridino le pietre».

Per questo ho deciso di scrivere. Proprio a te, coinvolto nella ubriacatura razzista che attraversa il Paese. Una ubriacatura a cui partecipi forse per convinzione o forse solo per l’influenza di un contesto in cui prevalgono le parole di troppi cattivi maestri e predicatori d’odio, che tentano di coprire così l’incapacità di chi ci governa (e ci ha governati) di assicurare a tutti, compresi i più poveri, condizioni di vita accettabili.

Secondo te, le difficoltà in cui viviamo e le incertezze sul presente e sul futuro sono colpa dei migranti che ci portano via il lavoro, che sporcano, che rubano, che hanno aggiunto nuovi problemi a quelli che già avevamo. E che, dunque, devono starsene a casa loro. Io non credo che le cose stiano così. Le migrazioni non vanno sottovalutate ma governate in un modo intelligente ed è necessario parlarne senza rimozioni. Ma se non si arresta il modo di pensare oggi prevalente gli effetti saranno devastanti. Ancora più devastanti di quelli che già vediamo intorno a noi.

Non mi sento, comodamente e presuntuosamente, dalla parte giusta. La parte giusta non è un luogo dove stare; è, piuttosto, un orizzonte da raggiungere. Insieme. Ma nella chiarezza e nel rispetto delle persone. Non mostrando i muscoli e accanendosi contro la fragilità degli altri.