Leggere libri
per vivere liberi

Libri salvati

Il 10 maggio 1933 a Berlino, davanti a una folla in delirio, le autorità naziste bruciarono più di 25000 volumi di autori giudicati contrari allo spirito tedesco, a partire da Karl Marx, Sigmund Freud, Albert Einstein: fu uno dei più grandi roghi di libri della storia dell’umanità. I roghi si susseguirono in diverse città universitarie della Germania nazista.

Il 10 maggio 2019 l’Associazione italiana delle Biblioteche, in collaborazione con l’Associazione italiana editori e l’Associazione italiana di public history, promuove “Libri salvati”, una rassegna di letture pubbliche di libri proibiti, per celebrare il valore della libertà di espressione e della cultura come luogo elettivo della diversità, contro ogni forma di censura. Ricordando con Heine che “la dove si bruciano i libri, si finisce per bruciare anche gli uomini”.

MEMO aderisce a questa giornata proponendo ai suoi lettori, per gentile concessione dell’autore, un contributo di Piergiorgio Odifreddi, che racconta il rogo dei libri nella storia e la micidiale volontà assolutistica che lo determina.

 

di Piergiorgio Odifreddi

Nel saggio La muraglia e i libri, che apre le Altre inquisizioni, Borges ricorda che «l’uomo che ordinò l’edificazione della quasi infinita muraglia cinese fu quel primo imperatore, Shih Huang Ti, che dispose anche che venissero dati alle fiamme tutti i libri scritti prima di lui», e nota che «bruciare libri ed erigere fortificazioni è compito comune dei principi: la sola cosa singolare in Shih Huang Ti fu la scala nella quale operò». Oltre alla maestosa duplicità dell’atto, Borges ne rileva anche l’apparente contraddittorietà: la costruzione della muraglia e la distruzione dei libri tendevano infatti, da un lato, a preservare nello spazio l’integrità territoriale dell’impero, e dall’altro, a cancellarne nel tempo la memoria storica. Si può dunque ipotizzare un loro ordine successivo, che a seconda dei casi mostrerebbe l’immagine di un re placato che cominciò col distruggere e poi si rassegnò a conservare, o quella di un re disingannato che finì per attaccare ciò che prima difendeva.

L’episodio cinese, rievocato anche da Elias Canetti in Autodafé, si situa a metà tra il fatto e la leggenda: possiede dunque entrambe le valenze, letterale e metaforica, che la storia e la letteratura hanno finito per associare all’immagine dei libri in fiamme. I quali, com’è noto, bruciano alla temperatura di Farenheit 451, pari a 233 gradi Celsius, che dà il titolo all’utopia negativa del romanzo di Ray Bradbury e all’omonimo film di François Truffaut.

Il più antico rogo di libri che la storia registri è probabilmente quello della biblioteca di Tebe, ordinato nel 1358 p.E.V. dal faraone Akhenaton, marito di Nefertiti e padre di Tutankhamon. Avendo sostituito il culto dei molti dèi egizi con quello del solo disco solare Aton, il primo monoteista della storia incappò immediatamente negli effetti collaterali più tipici delle fedi uniche: da un lato la persecuzione degli eretici e la distruzione delle loro opere, dall’altro la reazione fondamentalista provocata da ogni azione fondamentalista.
Puntualmente, infatti, alla morte di Akhenaton il clero di Tebe ristabilì il culto di Amon e cancellò a sua volta ogni memoria del riformatore. L’esempio del primo imperatore cinese mostra comunque che i roghi dei libri non sono monopolio del clero: è l’assolutismo a provocarli, e quello religioso non è che una delle sue tante forme.

Ma non bisogna confondere il proposito doloso di cancellare sistematicamente una cultura, con le fiamme appiccate più o meno colposamente durante guerre o rivolte, benché sia spesso difficile determinarne le cause e distinguerne gli effetti. L’unica cosa certa sono le ceneri e le rovine sotto le quali, ad esempio, nel 168 p.E.V., i Seleucidi seppellirono la biblioteca ebraica di Gerusalemme, così come nel 48 p.E.V. Cesare e nel 646 gli Arabi distrussero quella greca di Alessandria, nel 980 Almansor quella dei califfi di Córdoba, nel 1176 Saladino quella sciita del Cairo, nel 1204 i Cristiani quella classica di Costantinopoli, nel 1258 i Mongoli quella sunnita di Baghdad, nel 1560 il vescovo Diego de Landa quella maya dello Yucatán e nel 1691 il vescovo Nunez de la Vega quella maya del Chiapas (tra parentesi, per questo motivo oggi rimangono solo tre libri di questa cultura, uno dei quali è il famoso Popul Vuh).

Diverso è il caso dei libri bruciati non alla rinfusa, ma in maniera mirata e per decreto di una suprema autorità censoria, deputata a colpirli uno a uno.
L’esempio più tipico di un tale organismo è naturalmente la Congregazione dell’Indice istituita nel 1571 e attiva fino al 1917, anche se l’”Indice dei Libri Proibiti” da essa gestito era già stato istituito nel 1559 da Paolo IV e fu abolito solo nel 1966 da Paolo VI. La vittima più famosa fu forse Giordano Bruno, le cui opere furono bruciate in piazza San Pietro il 17 febbraio 1600, nello stesso momento in cui l’autore stesso veniva immolato sul rogo a Campo de’ Fiori. (…)
Naturalmente, la Chiesa non aveva atteso l’Inquisizione per mandare al rogo le opere degli eretici: risalendo nel tempo, ce lo ricordano i processi e le sentenze contro Lutero nel 1520, Abelardo nel 1140 e 1121, Fozio nell’870 e Ario nel 325. Ma in realtà il Cristianesimo era nato infetto, perché il virus del fuoco lo si trova già negli Atti degli Apostoli (XIX, 19): in essi infatti si narra che «molti di quelli che avevano abbracciato la fede venivano a confessare in pubblico le loro pratiche magiche e un numero considerevole di persone che avevano esercitato le arti magiche portavano i propri libri e li bruciavano alla vista di tutti». Non è dunque un caso che oggi i roghi dei libri e degli uomini si chiamino autodafé, parola che deriva appunto dal portoghese auto de fé e significa «atto di fede».

L’autodafé ufficiale veniva celebrato in pompa magna sulle pubbliche piazze e la cerimonia comprendeva una messa, una processione dei condannati rasati e messi alla gogna, e una lettura delle sentenze: non la tortura, né l’esecuzione, che erano rispettivamente amministrate prima e dopo, in separata sede. A partire dal primo autodafé registrato, nel 1242 a Parigi, queste macabre messe in scena furono eseguite innumerevoli volte e per secoli, in Europa e nelle Americhe: soprattutto in Spagna, tra il 1481 e il 1691. Voltaire le mise alla berlina nel sesto capitolo del Candide, che narra di «come si fece un bell’autodafé per scongiurare i terremoti», con tanto di fustigazione per Candide e di impiccagione per Pangloss: anche se, naturalmente, «lo stesso giorno la terra tremò di nuovo con un fracasso orribile».

Ma non fu soltanto la barbara cristianità a bruciare i libri dei suoi eretici: secondo Diogene Laerzio (IX, 52) la stessa sorte toccò anche a Protagora nella raffinata Grecia, nel periodo buio che Atene visse alla fine del quinto secolo p.E.V.

Se così fecero persino i Greci, cosa avremmo potuto aspettarci dai nazisti? Puntualmente, alla mezzanotte del 10 maggio 1933 migliaia di studenti del nascente regime celebrarono l’autodafé dei libri «degenerati», bruciando in varie città universitarie della Germania opere «contrarie allo spirito tedesco»: gli autori comprendevano la triade ebrea di Karl Marx, Sigmund Freud e Albert Einstein, ma spaziavano democraticamente anche fra ariani e stranieri, da Thomas Mann a Marcel Proust. Alla cerimonia sulla piazza dell’Opera di Berlino, il ministro della Propaganda Joseph Goebbels dichiarò soddisfatto: «L’anima del popolo germanico può di nuovo tornare ad esprimersi. Questi roghi non soltanto illuminano la fine di una vecchia era, ma accendono la nuova».

Bertolt Brecht, invece, commemorò l’evento nella poesia Il rogo dei libri:  

Quando il regime ordinò che fossero arsi in pubblico i libri di contenuto malefico, e per ogni dove i buoi furono costretti a trascinare ai roghi carri di libri, un poeta (uno di quelli al bando, uno dei migliori) scoprì sgomento, studiando l’elenco degli inceneriti, che i suoi libri erano stati dimenticati. Corse al suo scrittoio, alato d’ira, e scrisse ai potenti una lettera: “Bruciatemi”, vergò di getto, “bruciatemi! Non fatemi questo torto! Non lasciatemi fuori! Non ho forse sempre testimoniato la verità, nei miei libri? E ora voi mi trattate come fossi un mentitore! Vi comando: bruciatemi!”.

Ma il mondo non imparò la lezione, e anche nel dopoguerra innumerevoli piromani, letterali o metaforici, si sono scatenati contro i libri e le altre opere dell’ingegno: dal tentativo di cancellare sistematicamente il pensiero «revisionista» messo in opera dalla Rivoluzione culturale cinese negli anni ‘60, alla sentenza della Cassazione italiana che il 29 gennaio 1976 ordinò che fossero bruciate tutte le copie del film L’ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci, alla fatwa dichiarata dall’ayatollah Khomeini il 14 febbraio 1989 contro i Versi satanici di Salman Rushdie, alle cannonate dei Talebani che nel marzo 2001 hanno distrutto le due statue del Buddha di Bamiyan.

L’ultimo rogo di libri è, per ora, quello che il 14 aprile 2003 ha azzerato a Baghdad la Biblioteca Coranica, la Biblioteca Nazionale e l’Archivio Nazionale, sotto l’occhio connivente dell’esercito statunitense invasore, che aveva già permesso il loro saccheggio per un’intera settimana.
La città ha così rivissuto i giorni bui del sacco dei Mongoli di 750 anni prima, ma paradossalmente questa coazione a ripetere della storia conferma il giudizio espresso da Borges in Nathaniel Hawthorne, nelle già citate Altre inquisizioni: «Il proposito di abolire il passato fu già formulato nel passato e, paradossalmente, è una delle prove che il passato non può essere abolito. Il passato è indistruttibile: prima o poi tornano tutte le cose, e una delle cose che tornano è il progetto di abolire il passato».