Born in the U.S.A.
35 anni e continuare
a sentirla

Born in the U.S.A.

Emanuele Grandi, nato a Prato il 20 luglio 1971. Operaio tessile con la passione della scrittura, nel 2018 ha scritto due libri entrambi pubblicati dalla Morphema Editrice: “Amarilla, Appunti di un viaggio a sei zampe” e “La rupe degli sguardi lontani”. Nel 2016 ha partecipato con alcuni racconti all’antologia “Tramps like us – Noi e Bruce storie di passioni rock”. Gli abbiamo chiesto di raccontare Born in the U.S.A. di Bruce Springsteen.

di Emanuele Grandi

A quattordici anni sognavo l’America, sognavo spazi infiniti e di viaggiare verso il sole, sognavo un mondo perfetto, sognavo che un giorno avrei accostato l’auto lungo una di quelle infinite strisce d’asfalto nero che correvano verso ovest, sarei sceso e avrei fumato una sigaretta guardando lontano, in silenzio, senza niente intorno a me che non fossero nuvole, cielo e praterie.

Poi, un giorno, nella mia vita entrò un’America diversa, un’America che aveva la voce inconfondibile di un uomo in jeans e maglietta bianca, un’America che era molto altro rispetto a ciò che sognavo.

Il paese dei miei sogni era anche quello di chi tornava da una guerra e non aveva un posto dove stare o dove andare; di chi aspettava il venerdì sera per ballare e bere dopo una settimana passata a spaccare pietre e cemento; di chi non aveva altro che il ricordo di giorni di gloria ormai passati, di due amici partiti in cerca di divertimento e fortuna e che invece trovavano le manette di un poliziotto; di una città sconvolta dalle violenze razziali dove un padre portava il figlio a vedere le fabbriche tessili chiuse ripetendogli, come un mantra dolente, “questa è la tua città”.

Era il paese dove un uomo canta della libertà di amare e di essere liberi di vivere il proprio amore, della possibilità di poter lasciare chi si ama libero di andare per la sua strada e sono parole che vanno bene sia per un’amicizia sia per un amore, parole di un’attualità disarmante.

Quel giorno nella mia vita era entrato Bruce Springsteen, con quel disco che comprai nell’estate dell’85 e che ascoltavo vestito come l’uomo della copertina, mimando il suono della chitarra e imparando un po’ d’inglese.

Cantavo e memorizzavo le canzoni del disco proprio nel mese di luglio nel quale ebbi il mio primo lavoretto estivo, proprio nell’azienda tessile dalla quale non sarei più uscito.

“Born in the U.S.A.” per me non è solo un disco, è qualcosa con cui sono cresciuto e che mi ha cresciuto; se sono l’uomo che sono diventato lo devo anche alle canzoni di questo album, se continuo a sognare l’America senza più le illusioni di un quattordicenne lo devo alle storie e ai personaggi cantati da Springsteen, se continuo a sognare un mondo perfetto è perché Springsteen mi ha cantato di non arrendermi mai, nemmeno nelle notti di tempesta, senza smarrire i sogni romantici che avevo in mente.

Born in the U.S.A.” ha oggi 35 anni, li porta benissimo e continua a essere il disco della mia vita.