Mario Gerosa
ci racconta l’Art Thriller

Art Thriller

Scrittore, giornalista, saggista e critico cinematografico, appassionato di teleromanzi e di mondi virtuali, nonché grande amico di MEMO, Mario Gerosa, classe 1963, è un uomo dalle molteplici passioni. L’ultima, in ordine cronologico, è l’Art Thriller, un genere letterario che ambienta nel mondo dell’arte racconti di suspense e di mistero, a cui appartiene a pieno titolo il suo primo romanzo, Il collezionista di respiri (di cui abbiamo pubblicato l’introduzione qui), uscito lo scorso maggio per Edizioni Falsopiano.
Il fenomeno dell’Art Thriller nasce da una visione estrema e angosciante dell’arte contemporanea, in cui il rapporto con chi ne usufruisce assume risvolti inquietanti e macabri, e dove le figure dell’artista e del collezionista d’arte presentano spesso connotazioni maniacali e omicide. Un genere che cerca sempre nuove declinazioni e che ha ispirato il cinema e la letteratura in molteplici forme.
Ce lo racconta nei dettagli lo stesso Mario Gerosa nell’intervista che ci ha rilasciato.


Ultimamente lei sta studiando il fenomeno degli Art Thriller. Ha appena scritto un romanzo ambientato nel mondo dell’arte e ha creato un gruppo su Facebook in cui si indagano i rapporti tra l’arte e i film e i romanzi dove la suspense ha un ruolo di primo piano. A quali conclusioni è arrivato?

Tutti sanno che l’arte ha indiscusse funzioni terapeutiche. Un bel quadro, come una buona musica, può rilassare, mettere in pace col mondo. Un bel ritratto può ispirare simpatia, un paesaggio solare può trasmettere serenità. Forse è meno terapeutica una dirompente composizione cubista o un’enigmatica opera concettuale, che potrebbe anche disorientare. Ma, per quanto possa apparire paradossale, l’arte può anche provocare l’effetto opposto. Come ci hanno insegnato tanti film e romanzi, un quadro, una scultura o un’architettura possono anche ritorcersi contro chi le guarda e le vive.

È un’ipotesi piuttosto attuale, almeno a giudicare da quel che succede allo sfortunato critico d’arte di Velvet Buzzsaw, un film prodotto da Netflix e uscito qualche mese fa. Quel film racconta come dei quadri dotati di vita propria possano rivelarsi letali per chi li guarda, e addirittura uccidere. Un punto di forza di quel film è il contesto, che non è l’Inghilterra vittoriana da ghost story, ma la Los Angeles delle gallerie d’arte di oggi, una cornice ritagliata esattamente dalla realtà del mondo dei dealer del XXI secolo. Il fatto che dei quadri possano prendere vita e nuocere a chi li osserva è un’ipotesi agghiacciante, che da un lato può fare sorridere, dall’altro fa pensare a tutte le possibili implicazioni del responsive design, dell’arte interattiva, delle nuove tendenze che ridisegnano il ruolo dell’opera e dello spettatore. In quel film si riscrive e si aggiorna il format dell’Art Thriller, il genere che coniuga arte e suspense, un genere che continua a cercare nuove declinazioni.

Art Thriller
L’isola dei morti (1880) di Arnold Böcklin

Quali sono gli elementi che oggi rendono attuale l’Art Thriller?

Mai come adesso l’arte si sta spingendo verso territori estremi, come direbbe Caterina Sarnico, una delle protagoniste del mio romanzo, che insegna all’Accademia di Belle Arti. Dopo aver battuto tutte le strade del realismo, dell’iperrealismo e del virtuale, ora si punta a esasperare la realtà, straziandola, stressandola e provocandola. L’arte in molti casi sta perdendo la sua dimensione rilassante per diventare un detonatore di emozioni, dispensando pugni nello stomaco con visioni forti e talvolta disturbanti. Alcuni dei più grandi visionari di oggi, come Damien Hirst e Maurizio Cattelan, non esitano a creare opere dirompenti, pungenti, talvolta irritanti. Nell’arte prende vita una visione cupa e barocca, come si è visto recentemente nella mostra Sanguine alla Fondazione Prada, a Milano, dove spiccavano per la loro crudezza i plastici dei Chapman Brothers. Il panorama dell’arte contemporanea spesso parla un linguaggio tetro e oscuro, con opere noir, taglienti e dissacranti.

Art Thriller
La morte di Marat (1793) di Jacques-Louis David

C’è tutto un filone d’arte impregnata da una visione pessimistica.

Da tempo l’arte flirta con il mondo sotterraneo del mistero e del noir, si scopre sempre più affine al coté tenebroso dei thriller. Molte opere contemporanee sono caratterizzate da uno storytelling di narrazioni implicite molto vicine alle vicende più oscure. È un periodo storico complesso, in cui sembrano riaffiorare le visioni di Poe e di Lovecraft, incarnate in opere d’arte che non di rado deformano la realtà e ne restituiscono un quadro molto forte e spiazzante. A questa fase di avvicinamento dell’arte alle visioni dell’horror e del thriller corrisponde anche il percorso complementare e parallelo della fiction che si interessa all’arte.

Oggi il concetto di Art Thriller è molto più strutturato, e comprende un mondo composito, dove da un lato ci sono gli attori principali classici, ovvero film, romanzi e videogame incentrati sull’arte e sulla suspense, e dall’altro lato c’è l’arte stessa, che guarda con interesse a quel tipo di fiction, appropriandosi di quei linguaggi. L’arte di oggi è attratta dalla suspense, e capita che più che provocare, voglia spaventare. Una volta l’arte doveva “épater le bourgeois”, oggi lo può sconvolgere creando dipendenza. I collezionisti d’arte chiedono di essere scossi, di provare un brivido, e cercano cose sempre più estreme per le proprie Wunderkammer. In giro ci sono opere realizzate col sangue, si fanno mostre con cadaveri plastinati, Marina Abramovic aveva fatto una performance dove per ore era rimasta alla mercé dei suoi spettatori, che potevano anche usare il revolver posato sul tavolo. L’arte, quindi, è rischio, è pericolo, e talvolta trasforma in realtà certe intuizioni di scrittori e registi.

Art Thriller
Il quadro maledetto (1938) e Il ritratto di Elsa Greer (1942), due esempi di Art Thriller del passato.

Uno dei temi forti in questa fase di consolidamento della sinergia tra arte e suspense nell’Art Thriller è la mitologia nelle sue varie forme.

L’idea di una nuova mitologia era presente nella mostra di Damien Hirst sul naufragio dell’Unbelievable, allestita a Venezia due anni fa, e si ritrova in vari thriller, dove la riproposizione di creature mitologiche con la manipolazione e la trasformazione di cadaveri è al centro della storia. Avviene in Amnesia di Jacques Grangé, da cui è stata tratta una serie tv: l’assassino, attraverso il lavoro quasi scultoreo fatto sulle proprie vittime, richiama in modo rituale figure fortemente evocative, come Prometeo e il minotauro. Una prassi seguita anche dagli assassini seriali di The Olympus Killer di Luke Christodoulou e de La forma del buio di Mirko Zilahy, a testimoniare l’attualità del richiamo di una dimensione mitica e sacrale. In quei romanzi gli assassini rispondono a una pulsione irrefrenabile, mentre nel Collezionista di respiri si ipotizza che la trasformazione delle vittime in tableaux vivants con fattezze mitologiche sia dovuta alle richieste sempre più esagerate ed esasperate del mercato dell’arte, alla ricerca di novità assolute ad ogni costo. Nella finzione ci si spinge verso declinazioni estreme dell’arte, che calpestano ogni etica e superano ogni barriera legale.

La copertina del catalogo della mostra di Damien Hirst sul naufragio della Unbelieavable (Venezia, 2017).

Questa deriva del collezionismo, così come viene rappresentato nella narrativa e nel cinema, è una prerogativa di oggi?

No, è un processo che era già affiorato in diverse fasi, soprattutto al cinema, con folli visionari quali il conte Zaroff di The Most Dangerous Game, che nella sua isola creava assurde performance artistiche, dando la caccia a prede umane. Sempre in tema di performance estreme, che in qualche modo possono denunciare una vocazione artistica, ci sono le folli mutazioni operate dal Dr. Moreau, ma anche quelle dello scienziato pazzo di Latitudine Zero, che creava degli ibridi dal retrogusto mitologico usando cavie umane. E hanno l’aria di macabre performance anche vari esempi di torture porn, come i film della serie Saw e Hostel. Senza dimenticare che una folle pretesa di artisticità anima anche il serial killer de La casa dei mille corpi, che crea mostruosi innesti memori di una mitologia morbosa e malata.

Art Thriller
The Most Dangerous Game (1932), uno dei primi Art Thriller della storia del cinema.

Siamo ben lontani dagli Art Thriller classici, che erano decisamente più tranquilli.

Una volta le punte di diamante della sinergia tra arte e suspense erano le atmosfere inquietanti di Belfagor, il fantasma del Louvre  o del Segno del comando, due capolavori televisivi insuperati, o alcuni film noir degli anni ‘40, come La donna del ritratto di Fritz Lang. Oggi i parametri sono cambiati. Ma se nel versante della fiction si assiste a un mutamento dei gusti, nella parte di quel mondo occupata dalle opere d’arte, c’è ancora molto da dire e da scoprire. Tanti quadri sono avvolti da un’aura di mistero, dal Marat assassinato nella vasca da bagno, all’Isola dei morti di Bocklin, a certe piazze di De Chirico, omaggiate in alcuni film di Dario Argento, e a certi quadri di Balthus. Sono tutti esempi di potenziali Art thriller, che hanno ancora molto da dire a chi li voglia decifrare. A questo proposito, cito un bel libro di Christos Markogiannakis, Scènes de crime au Louvre, dove si indagano gli omicidi raccontati in alcuni quadri famosi. In quel caso il thriller si consuma all’interno del quadro stesso. È una delle tante modalità con cui si esprime il thriller artistico, il thriller che si fa arte, come aveva profetizzato Thomas de Quincey.

Art Thriller
Io ti salverò (1945) di Alfred Hitchcock, uno dei più noti film Art Thriller classici.