La Memoria del Futuro.
60 anni di VéGé

VéGé

Gruppo VéGé ha appena compiuto 60 anni. In questa occasione, è stato editato “La Memoria del Futuro”, un taccuino che racchiude la visione di domani di 60 persone autorevoli del mondo della cultura, della creatività, dell’impresa, dell’accademia, della sostenibilità e dell’innovazione. Un piccolo libro che omaggia la Storia passata (la Memoria) e tutto quello che deve ancora accadere (il Futuro).
VéGé è il primo gruppo della Grande Distribuzione nato in Italia, nell’ormai lontano 1959, e riunisce oggi 32 imprese, per un totale di 3416 punti vendita dislocati in tutto il territorio nazionale. La fondazione di VéGé riflette un tempo in cui si stava immaginando, progettando e costruendo il futuro, una parola che, in pieno boom economico, era sinonimo di fiducia. Fin da allora, e per 60 anni, VéGé ha accompagnato lo sviluppo del Paese, testimoniandone la crescita sociale, economica, culturale e tecnologica.
“La Memoria del Futuro” è un augurio, un invito, un impegno ad avere coraggio, uno stimolo a dare di più per essere all’altezza delle sfide che ci attendono e ritrovare la stessa speranza di 60 anni fa nella parola futuro.
Edito da Fabriano, il taccuino VéGé rispetta criteri di sostenibilità e di circolarità, fin dalla copertina morbida e in cuoio rigenerato, e nella sua composizione sono presenti solo sostanze naturali.
Il taccuino VéGé è stato curato dal nostro direttore Paolo Marcesini e Aida Partners. Pubblichiamo il suo intervento che racconta la genesi e i contenuti del progetto.

SESSANTA INTERVENTI. SESSANTA VISIONI. SESSANTA VOLTE IL FUTURO.

di Paolo Marcesini

Ricordo una conversazione con Emanuele Pirella. Succedeva spesso. Ogni volta che passavo da Milano. Mi diceva che la parola Futuro è pericolosa soprattutto se usata da sola. “Il futuro è un’ipotesi, può spaventare, va accompagnato da altre parole, altri significati che lo rendono un progetto rassicurante, una visione costruttiva, una prospettiva migliore”. Mentre lo ascoltavo mi venne subito in mente la parola Memoria. La memoria è rassicurante, costruttiva, offre allo sguardo le prospettive migliori. La memoria è la cassaforte del futuro perché si appoggia sulle basi solide della storia e della tradizione. Glielo dissi. Lui sorrise. Avevo capito.

Nasce così la Memoria del Futuro.  

VéGé nei suoi primi 60 anni di storia ha accompagnato lo sviluppo del Paese.  Raccontare VéGé significa raccontare la nostra crescita sociale, economica, culturale e tecnologica. Significa soprattutto raccontare l’Italia e immaginare come sarà. Per questo abbiamo chiesto a sessanta protagonisti del made in Italy, della cultura, dell’innovazione, delle idee, della sostenibilità e della creatività dI raccontarci uno scenario possibile di “domani”.  

Sfogliando questo taccuino scopriremo che il Futuro della Memoria si accompagna a nuove definizioni e interpretazioni di parole decisive come crescita, comunità, lentezza, felicità, lavoro, responsabilità, coesione, fiducia, qualità. Sfogliare le pagine di questo taccuino significa intraprendere un percorso oggettivo e soggettivo fatto di tante suggestioni diverse.

Cito a caso e forse non per caso.

Il filosofo Silvano Petrosino ci invita a distinguere tra futuro e avvenire: “Il futuro è la parte dell’avvenire che io posso tentare di progettare, l’idea che mi faccio di quello che accadrà e di quello che io posso far accadere per me stesso, i miei cari, la mia famiglia. Il futuro è il mio progetto. Dobbiamo però accettare e riconoscere che oltre al futuro esiste anche l’avvenire. E l’avvenire non si progetta, è il luogo di ciò che accade, dell’evento, di tutto ciò che non può essere previsto. In altre parole non possiamo ridurre tutto alla dimensione delle nostre attese. Il futuro in senso ampio non può essere solo un nostro progetto”.

Basterebbe questo a delimitare il nostro campo d’azione.  Ma poi c’è l’Italia. Inevitabile rivolgersi ad Ermete Realacci, presidente di Fondazione Symbola, che ci ricorda il nostro “naturale” vantaggio competivo: “Sfide epocali come la risposta ai cambiamenti climatici e la sostenibilità dello sviluppo possono avere dall’Italia un contributo importante: fatto di un modo di produrre attento alla qualità, all’ambiente, alle relazioni umane; e di un modo di vivere e consumare più orientato all’uso sostenibile delle risorse. Un cammino verso la green economy e l’economia circolare che è già iniziato, e va a braccetto col modo tutto italiano di fare economia: che tiene insieme innovazione e tradizione, coesione sociale, nuove tecnologie e bellezza, mercati globali e legami coi territori e le comunità, flessibilità produttiva e competitività”.

Vicino o lontano il futuro, nostro e del Paese, si alimenta solo con la fiducia. Lorenzo Ornaghi, già rettore Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore non ha dubbi: “La visione del futuro lontano offre un senso intelligente all’azione nel presente. Quella del futuro prossimo, a sua volta, ci rende consapevoli e responsabili del fatto che già stiamo mettendo mano – per quanto è umanamente possibile, senza enfasi retorica o arroganze, ciascuno a suo modo e secondo le proprie personali capacità – alla costruzione del domani. Occorre però saper coltivare la fiducia. Fiducia in noi stessi. E – simultaneamente – fiducia nella comunità cui apparteniamo. Senza fiducia, la memoria del futuro si appanna e confonde. Privi di fiducia, sleghiamo la comunità di domani dal nostro presente, rendendola smemorata, se non addirittura nemica, di tutto o quasi tutto quello che sta accadendo oggi.

Silvio Barbero, il futuro lo ha già visto tanti anni fa, quando, co-fondatore di Slow Food, immaginò il ritorno alla terra come condizione necessaria alla salvaguardia del pianeta:  “Prevedo che la crisi globale ci imporrà di riannodare un dialogo tra Scienza e Saperi Tradizionali, che renda la prima più attenta ai limiti e i secondi più aperti alla innovazione sostenibile. Si aprirà, quindi, un grande dibattito tra privilegiare l’Efficienza immediata delle soluzioni e la loro Efficacia nel tempo. Uno scontro tra due grandi E”!

Stefano Zamagni, professore di Economia all’Università di Bologna nominato da Papa Francesco nella Pontificia Accademia delle Scienza, parla del nostro come di un tempo “straordinario”. Per affrontarlo servono trasformazioni radicali. Una su tutte: “Il futuro deve ancorarsi al paradigma dell’Economia civile che si nutre di relazioni, motivazioni, fiducia. Una economia illuminata che per realizzarsi ha bisogno di tendere al bene comune più che alla ricerca di soddisfazioni individuali. L’impresa civile è generativa. E nel fatto di essere generativo l’uomo trova il senso del suo lavorare, quindi la felicità. Le forze vitali del nostro paese prima lo capiscono, meglio sarà per tutti”.

Il futuro sarà anche il futuro delle città. Ce lo racconta Maurizio Carta, professore ordinario di urbanistica presso il Dipartimento di Architettura dell’Università di Palermo, uno dei massimi esperti internazionali di rigenerazione urbana: “Il miglior modo di prevedere il futuro è progettare il diverso presente, cioè agire ogni giorno per mutare il nostro modello di sviluppo per intercettare la grande metamorfosi che stiamo attraversando. Le città contemporanee del diverso presente, invece, devono essere considerate organismi vibranti di luoghi e comunità, di dati, di sensori e di azioni. In un mondo attraversato da cambiamenti politici, economici, sociali e climatici, le città devono essere non solo più reattive ai nostri cambiamenti, ma devono essere esse stesse dispositivi abilitanti per migliorare la vita contemporanea”.

Federico Massimo Ceschin, tra le personalità più autorevoli quando parliamo di economia della bellezza e turismo lento, ci parla del valore della lentezza: “Credo nel potere delle forme di mobilità “dolce”, ovvero nel concetto di mobilità a impatto zero” Basata su trasporti non motorizzati che facciano ricorso esclusivamente alla forza umana – a piedi, a pedali, a remi – oppure ad altre energie naturali o rinnovabili. Una mobilità delle persone e delle merci che viaggi alla velocità dell’utente più debole e più fragile, in sintonia con i luoghi e con l’ambiente, verso nuove catene distributive che tornino a farci sentire comunità, prima che consumatori responsabili”.

Alberto Cavalli, direttore di Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte, ci invita a riscoprire il concetto antico di “viriditas”, la forza vitale che permette alla natura di fiorire, di rinascere, di propagarsi. “Una viriditas che implica non soltanto capacità creativa, ma una vera e propria propensione all’evoluzione umana che sappia tenere conto degli strumenti a disposizione dell’uomo, ovvero le sue mani, e ne sappia far progredire la funzione e l’impiego grazie alla tecnologia e alla scienza. Ma che sappia al contempo far fiorire il cuore e lo spirito”.

Per Marco Ferri, professione copywriter, il futuro non è più quello di una volta: “Se l’epoca analogica era verticale, metteva in ordine l’importanza di uomini ed eventi, perché figlia del sistema metrico decimale, il digitale è invece orizzontale e compulsivo, non conta fino a dieci, perché gli algoritmi sono concepiti col sistema binario. Il che vuol dire che il futuro è già “in rete”. Sta a noi scegliere il momento per cliccarlo. Con un’avvertenza, però: se “il vecchio muore e il nuovo non può nascere”, come ammoniva Gramsci, le cose possono mettersi male”.

Luca Dal Pozzolo, co-fondatore di Fondazione Fitzcarraldo e direttore dell’ Osservatorio Culturale del Piemonte, ci spiega che è tutta una questione di desiderio: “…serve un futuro, un futuro da scrivere, mica una pagina bianca e algida, anche già graffita e istoriata dai sogni scagliati là da chi ci ha preceduto, una pagina da sovrascrivere per quel che si può, sapendo che l’unico inchiostro possibile è il desiderio, il nostro desiderio, poiché non sarà il calcolo, né l’opprimente ufficio del rattoppare i guasti di un presente che pure a noi pare ineluttabile, perché le grandi navigazioni non hanno motivi economici, e venti e motori sono sempre immaginari e desideranti”

Ho già finito il mio spazio a disposizione sul taccuino e ho citato solo dieci interventi.

Ne mancano altri cinquanta.

Buona lettura!