Primo Levi
quando non poteva essere
solo uno scrittore

Primo Levi

Nel centenario della nascita di Primo Levi, che sarà celebrato in Italia e all’estero con iniziative ed eventi volti a conoscere, riscoprire e ricordare l’opera del grande scrittore piemontese, si apre anche un piccolo e interessante caso letterario intorno alla sua unica opera pubblicata con uno pseudonimo. Si tratta di Storie naturali, una raccolta di 15 racconti che nel 1966 uscì nella collana dei Coralli Einaudi, a firma Damiano Malabaila.

Sulla scelta di ricorrere a uno pseudonimo per firmare questi racconti fantascientifici, il giornalista e scrittore Carlo Zanda ha indagato nel suo ultimo saggio, a luglio in libreria, intitolato Quando Primo Levi diventò il signor Malabaila (Neri Pozza editore).

Fondandosi su documenti e su testimonianze orali, Zanda ha ricostruito le ragioni di questa firma, riconducendola non alla volontà dello scrittore, bensì a un suggerimento della casa editrice Einaudi. Un suggerimento che forse non interpretava la reale volontà di Primo Levi e che egli avrebbe vissuto come “una delle pagine più sofferte della sua carriera di scrittore”, come si legge nella presentazione del saggio. Con Einaudi Primo Levi aveva già pubblicato Se questo è un uomo nel 1958 e La tregua nel 1963, e continuerà a pubblicare tutte le sue opere successive. Tuttavia, nella ricostruzione di Zanda, è la leggerezza dell’opera a segnalarsi come incongrua per chi aveva raccontato la Shoah, determinando così l’adozione di uno pseudonimo. “Uno sbaglio”, avrà modo di dire più tardi l’autore.  

Il saggio di Zanda, che ripercorre la vicenda editoriale di Storie naturali, ci invita a ritornare agli anni in cui il libro uscì, gli anni Sessanta, quando Primo Levi si affermò come scrittore e come coraggioso e potente testimone disvelatore del dramma della Shoa.

Nel dopoguerra, difatti, in Italia, ma non soltanto, si cercava di evitare di parlare dei campi di concentramento e dell’eccidio degli Ebrei. L’abominio e il dolore erano consegnati quasi esclusivamente all’esperienza privata, alle memorie individuali e familiari. Primo Levi, come sopravvissuto all’orrore, aveva invece da subito creduto nella potenza del racconto. Nella sua necessità etica. Nella sua forza ammonitrice e preventiva. E non per chiedere compassione, bensì per richiamare alla consapevolezza e alla vigilanza morale.

Dopo il rifiuto di molti editori, fra cui anche Einaudi, Levi era riuscito a stampare il suo manoscritto sulla prigionia ad Auschwitz nel 1947, con una piccola casa editrice torinese, la De Silva, diretta da Franco Antonicelli. Fu proprio Antonicelli a decidere di cambiare il titolo scelto da Levi, I sommersi e i salvati [che verrà poi recuperato nell’ultima opera dello scrittore piemontese, n.d.R.], con il fortunatissimo Se questo è un uomo. L’opera ebbe alcune recensioni autorevoli, e fra queste la più entusiasta fu quella di Italo Calvino, che lo definì il libro più bello uscito dall’esperienza della deportazione. Le 2500 copie del libro andarono presto esaurite.

Il velo del silenzio pubblico sceso sulla Shoah cominciò effettivamente a squarciarsi a partire dal decennale della Liberazione, nel 1955, come ricostruisce Manuela Consonni nel suo L’eclisse dell’antifascismo: Resistenza questione ebraica e cultura politica in Italia dal 1943 al 1989 (Laterza, 2015). Sul numero speciale della rivista mensile Torino, dedicato alle celebrazioni della Resistenza, apparve difatti un breve saggio dal titolo Deportati. Anniversario, a firma di Primo Levi, in cui lo scrittore denunciava con amarezza: “È triste e significativo constatare che, almeno in Italia, l’argomento dei campi di sterminio, lungi dall’essere diventato storia, si avvia alla più completa dimenticanza”. Per aggiungere: “Che se ne taccia in Germania, che ne tacciano i fascisti, è natura, e in fondo non ci è sgradito. (…) Ma che dire del silenzio del mondo civile, del silenzio della cultura, del nostro stesso silenzio davanti ai nostri figli.”

“In questa nota – spiega Consonni – il sopravvissuto edificava con potenza intellettuale e discorsiva assolutamente nuove per i tempi, i topoi della futura scrittura concentrazionaria, non solo quella propriamente testimoniale, ma anche quella storiografica e teorica”.

Nel 1955 Levi firmò il contratto con Einaudi, e Se questo è un uomo fu ristampato nel 1958 nella collana «Saggi», con alcune varianti (tra cui un capitolo nuovo, Iniziazione) e con un risvolto non firmato ma steso da Calvino.

Il successo del libro fu sempre crescente, tanto che tra il 1963 e il 1967 si succedettero ben dodici edizioni, questa volta nei “Coralli”, collana dedicata alla narrativa contemporanea, per un totale di 95.000 copie. Nel 1963 Levi pubblicò anche il suo secondo libro sulla Shoah, La tregua, “il diario del viaggio, che ha inizio nelle nebbie di Auschwitz, appena liberata e ancor piena di morte, e si dipana attraverso scenari inediti dell’Europa in tregua, uscita dall’incubo della guerra e dell’occupazione nazista” racconta il risvolto di copertina, scritto sempre da Italo Calvino. Il libro conobbe un immediato successo e vinse il Campiello dello stesso anno, determinando così un rinnovato interesse anche verso la prima opera di Levi.  

Nel 1964 l’autore si impegnò a scrivere la versione radiofonica di Se questo è un uomo (che verrà messa in onda il 24 aprile); mentre due anni più tardi, in collaborazione con l’attore Pieralberto Marchè (pseudonimo di Pieralberto Marchesini) lavorò alla versione per il teatro. Nel novembre del 1966 lo spettacolo fu allestito dal Teatro Stabile di Torino, con la regia di Gianfranco De Bosio, e produsse una grande impressione sul pubblico soprattutto per la potenza del racconto corale e multilingue portato sulla scena. Il copione venne contemporaneamente stampato da Einaudi, con un testo introduttivo dello stesso autore.

Siamo nel 1966. L’anno in cui viene pubblicata la raccolta Storie naturali, che, come abbiamo visto, appare con la firma di Damiano Malabaila. Anche questa volta è Italo Calvino, che ha sempre accompagnato l’iter editoriale delle opere di Levi, a occuparsi del testo. Questa volta però si tratta di un’opera di genere completamente diverso, fantastico e fantascientifico, che si pone nella narrativa propriamente finzionale: dei 15 racconti che la compongono, 8 sono già apparsi negli anni precedenti su riviste o giornali, 7 sono scritti appositamente per il libro.

Nel risvolto di copertina – una “lettera di presentazione” dell’autore, che reca traccia dello stile di Calvino -, si legge: “Certo, nell’atto in cui li scrivo [questi racconti n.d.r.] provo un vago senso di colpevolezza, come di chi commette consapevolmente una piccola trasgressione. Quale trasgressione? Vediamo. Forse è questa: chi ha coscienza di un ‘vizio’, di qualcosa che non va, dovrebbe approfondirne l’esame e lo studio, dedicarcisi, magari con sofferenza e con errori, e non liberarsene scrivendo un racconto. O forse ancora: io sono entrato (inopinatamente) nel mondo dello scrivere con due libri sui campi di concentramento; non sta a me giudicarne il valore, ma erano senza dubbio libri seri, dedicati a un pubblico serio. Proporre a questo pubblico un volume di racconti-scherzo, di trappole morali, magari divertenti ma distaccate, fredde: non è questa frode in commercio, come chi vendesse vino nelle bottiglie dell’olio? Sono domande che mi sono posto, all’atto dello scrivere e del pubblicare queste ‘storie naturali’. Ebbene, non le pubblicherei se non mi fossi accorto (non subito, per verità) che fra il Lager e queste invenzioni una continuità, un ponte esiste: il Lager, per me, è stato il più grosso dei ‘vizi’, degli stravolgimenti di cui dicevo prima, il più minaccioso dei mostri generati dal sonno della ragione”».

Non a caso lo scrittore sembra identificarsi  volentieri con il centauro Trachi, il protagonista di Quaestio de Centauris, uno dei racconti scritti appositamente per il libro e che viene considerato dalla critica il più riuscito del volume. “Il centauro diventerà da allora in poi l’emblema pubblico di Levi-Malabaila – si legge nella nota critica del testo a cura del Centro Internazionale di Studi Primo Levi –: centauresca è l’immagine dello ‘scrittore non scrittore’, narratore e chimico, ex deportato e uomo della strada, ebreo e italiano, testimone di Auschwitz e scrittore d’invenzione.”

A questo punto l’uso dello pseudonimo sembra rappresentare uno stratagemma narrativo che attinge a qualcosa di profondo, considerato in quel momento soggettivamente e oggettivamente necessario. Resta il fatto che l’autore, soprattutto per il pubblico dei lettori di allora, è, nelle intenzioni e negli effetti, riconoscibilissimo.    

Vittorio Spinazzola, che recensisce il libro con una certa sincera ruvidità, come allora usava, naturalmente dichiara di non nutrire alcun dubbio sull’identità dell’autore: “Quando vi si fa sapere che si tratta di un chimico, entrato nel mondo delle lettere con due libri sui campi di concentramento, non ci vuole davvero molto a capire che l’autore di queste Storie naturali (…) è evidentemente Primo Levi”. Anzi Spinazzola, come ci spiega Mirko Tavosanis nel saggio Il futuro in vesti classiche, contesta questa scelta sviluppando un ragionamento preciso, forse non immediatamente presente a noi lettori di oggi: se uno scrittore già noto ricorre a uno pseudonimo per presentare le sue opere fantastiche o fantascientifiche, vuol dire che “sembra implicitamente classificare come inferiore tutto un genere di narrativa”. E questa posizione non si accordava molto con l’impostazione della rivista Gamma, su cui la recensione veniva ripubblicata, che proprio alla metà degli anni Sessanta stava cercando di presentare la fantascienza, considerato un genere di serie B, “a un pubblico con ambizioni e interessi intellettuali, coinvolgendo letterati famosi e aprendosi a proposte sperimentali e innovative”. Spinazzola nota che Calvino con le sue Cosmicomiche (1965) si era comportato diversamente.   

Sono anni in cui il dibattito letterario italiano è acceso, la letteratura realmente appassiona, le scelte culturali investono consapevolmente il campo dell’estetica e dunque dell’etica, e sono pertanto trattate con molta serietà e coinvolgimento.   

Primo Levi sempre con Einaudi, la sua casa editrice, pubblicherà nel 1971 un secondo libro di racconti fanta-tecnologici e fanta-biologici, Vizio di forma, questa volta a sua firma; così come nel 1979 uscirà una nuova edizione di Storie naturali, questa volta non più con il nome di penna.

Perché dunque per qualche anno è stato adottato il nome Malabaila? In quale misura si esercitò il ruolo di Italo Calvino o più in generale della casa editrice nella scelta di adottarlo? E quali le ragioni all’origine di questa scelta? Infine, a che cosa possiamo ricondurre il nome Malabaila? A una istanza autoriale e insieme intrinsecamente narrativa, che voleva richiamare la “mala baila”, in dialetto piemontese la “cattiva balia”, con il latte non buono, per quel tanto di mostruoso che il “futuro anteriore” di questi racconti sembra dover pur sempre contenere? Oppure Malabaila era soltanto il nome di un elettrauto che, come Zanda ci racconta, aveva allora l’officina in Corso Giulio Cesare a Torino. O forse questo pseudonimo racchiudeva in sé molte urgenze e suggestioni, in un intreccio dove reale e simbolico possono generare infinite rifrazioni, come solo può accadere negli universi della finzione narrativa.  

Certamente il saggio di Carlo Zanda ci consentirà di scoprire nuovi e sconosciuti aspetti circa la gestazione e la pubblicazione di quest’opera di Primo Levi.

Ricordiamo che oggi, nell’ambito del programma delle celebrazioni organizzate dal Centro Primo Levi di New York, in collaborazione con l’Istituto di Cultura Italiana e la New York Public Library, si terrà una lettura pubblica di Se questo è un uomo nelle più di quaranta lingue in cui il libro è stato tradotto. All’iniziativa, che si svolgerà presso la New York Public Library, a partire dalle ore 16.00, parteciperanno intellettuali, editori, scrittori e attori. 

Per conoscere ed approfondire la figura di Primo Levi “testimone di Auschwitz, scrittore fra i più noti dell’Italia contemporanea, chimico e intellettuale sempre attento alle domande delle nuove generazioni” si è costituito nel 2008 a Torino il Centro internazionale di studi Primo Levi. Ne sono soci fondatori la Regione Piemonte, la Città e la Provincia di Torino, la Compagnia di San Paolo, la Comunità ebraica di Torino, la famiglia di Primo Levi. Il Centro si propone di raccogliere le edizioni delle sue opere, le numerose traduzioni pubblicate in tutto il mondo, la bibliografia critica, ogni forma di documentazione scritta e audiovisiva sulla sua figura e sulla ricezione dell’opera. Intende inoltre offrire un sostegno alle ricerche degli studiosi e realizzare proprie iniziative, quali la Lezione Primo Levi promossa nell’autunno di ogni anno, per alimentare il dibattito sui temi più cari allo scrittore torinese. Le foto pubblicate in questo articolo appartengono al Centro Studi. Per saperne di più www.primolevi.it