Diego Parassole.
Ridere per imparare
come funziona la nostra mente

Diego Parassole

Si può far ridere con la formazione? Si può tenere il palco parlando di neuromarketing e mindfulness e raccontando l’eterna lotta fra desiderio e razionalità?
Diego Parassole è la risposta vivente: volto noto della comicità televisiva, ci dimostra come non soltanto la risata sia una terapia più efficace di tanti seminari motivazionali, ma anche come si possano affrontare tematiche importanti come l’ecologia, la tecnologia e le neuroscienze senza rinunciare a far divertire chi ascolta.
MEMO lo ha intervistato a proposito della sua attività di intrattenitore e formatore, che lo ha portato a diventare un’autorità nel settore dell’edutainment.

Diego Parassole Stand-up comedian, attore comico, autore e formatore? Quante cose!
Premetto che le interviste mi mettono sempre un po’ in imbarazzo: se parli bene di te stesso rischi di sembrare un megalomane. Se parli male, rischi di sembrare un pirla. In quale delle due versioni mi volete? Spero solo di non passare per un megalomane pirla!

Cosa stai facendo in questo periodo?
Beh… ieri, il 9 luglio, ero a condurre Brainspeaking, il mio seminario “public speaking & neuroscienze”.
Poi parto per Milano Marittima per partecipare a Beach&Love, l’evento digital… anzi, “il fantastico evento digital” organizzato da Salvatore Russo e Giulia Bezzi. Un contesto davvero interessante per imparare, conoscere nuove persone e, perché no, per divertirsi. Lì presenterò lo speech “Change your mind”: l’arte del cambiamento raccontato dal punto di vista delle neuroscienze. Pura neurofisiologia comica.
Poi prossima settimana sarò a Padova, in un contesto istituzionale per “Sincronizzati”, il laboratorio esperienziale che mette insieme il mondo del teatro e quello delle neuroscienze per aiutare le persone a migliorare le proprie capacità relazionali. Lavoreremo su comunicazione, empatia e team.
Scusa… mi rendo conto che ormai uso costantemente la parola “neuroscienze”. È un argomento che mi ha fatto letteralmente “perdere la testa”!

Sei un appassionato di ecologia, tecnologia e appunto neuroscienze. Come sono nate queste passioni e come le declini nel tuo lavoro di formatore e intrattenitore?
Rispetto ai temi green: ecologia, ambiente e alimentazione mi hanno sempre appassionato. Quando è nata mia figlia ho deciso che avrei voluto capirne di più. Capire che mondo avremmo lasciato ai nostri figli. E cosa potremmo fare per lasciar loro un mondo un po’ migliore. Per questo ho scritto tre spettacoli: “Che Bio ce la mandi buona”, che è stato in seguito aggiornato diventando “Stanno arrivando i cambiamenti climatici e non ho niente da mettermi”. E poi “I consumisti mangiano i bambini” (coNsumisti, non comunisti!) sull’eccesso di consumi e sul cibo. E “Saldi di fine futuro”, sull’alimentazione di domani. Da questo spettacolo è nato il libro “All you can eat”.
Rispetto al tema “brain”: il nostro cervello ha quasi 100 miliardi di neuroni che possono farci fare migliaia di ***zate in milioni di modi diversi. Forse possiamo imparare a usarlo al meglio. Insomma alterno l’ecologia dell’ambiente all’ecologia della mente.

Diego Parassole

Ci racconti in breve come si è evoluto il tuo rapporto con il pubblico, da intrattenitore/autore a formatore?
Pura serendipità (uso questa parola per dare l’idea di essere colto). Siamo nel 1995: quello che era stato il mio compagno di banco delle elementari, allora CFO di un’importante azienda farmaceutica (uso la parola CFO per dare l’idea che conosco a fondo il linguaggio aziendale) mi vede in tv (uso la parola tv per dare l’idea di essere una persona che non se la tira), al “Maurizio Costanzo Show” e mi chiama per una serie di eventi aziendali. E’ stato allora che i responsabili della formazione dell’azienda mi hanno chiesto: -Ti va l’idea di aiutarci a far parlare i manager?” Detto così… potrebbe sembrare che mi avessero scambiato per un logopedista. NO: si trattava di public speaking. Ho iniziato e non ho più smesso. Poi Carlo Turati, uno dei miei autori storici (allora docente di organizzazione aziendale in Bocconi) mi ha coinvolto in altri progetti formativi. Insomma: pura serendipità. O fortuna sfacciata, scegliete voi! Studiavo medicina veterinaria e ho finito col fare il comico e il formatore. Probabilmente ho salvato più animali così che se avessi fatto il veterinario.

Ci spieghi in che modo ti poni a servizio del mondo aziendale e degli eventi? Quale valore aggiunto una figura come la tua può portare al cliente?
Dietro il mio lavoro, ci sono anni di studio: a teatro (Accademia Paolo Grassi di Milano), ma ho seguito anche 2 percorsi per diventare coach. E molto altro.
Metto insieme competenze che vengono da mondi estremamente diversi: quello dello spettacolo e della comunicazione, quello della formazione, quello delle neuroscienze che mi ha appassionato nel periodo dell’università e ho continuato ad approfondire negli anni… Non a caso sono anche istruttore certificato di Mindfulness, un percorso la cui validità è dimostrata dalle ricerche dei più eminenti neuroscienziati, da Daniel Goleman a Richard Davidson, per citare solo i più noti.
E poi c’è tanta pratica ed esperienza: se fai l’attore o il formatore devi saper comunicare e anche governare le tue emozioni. Ma il tema vero non è solo conoscere molte tecniche: è saperle utilizzare al meglio, saperle calare nella realtà, e quando serve, saperle trasferire agli altri. Mi piace molto aiutare le persone a crescere. “Crescere”, per capirci, non nel senso della statura fisica. Voglio dire: da quel punto di vista sono alto un metro e 85… ma non li dimostro!

Diego Parassole

Quali sono, nel dettaglio, le tue aree di intervento?
Quello che noi chiamiamo “edutainment”: in contesti aziendali racconto in maniera divertente concetti scientifici sofisticati. Come diceva Einstein: semplificare senza banalizzare. E in più – aggiungo io – facendo ridere. Insomma sono una specie di Alberto Angela comico.
Oggi è sempre più difficile tenere l’attenzione del pubblico. L’umorismo ti aiuta a farlo, in un’epoca in cui tra tablet e smartphone la nostra attenzione è inferiore a quella di un pesce rosso, almeno secondo una ricerca fatta in Canada da Microsoft! Insomma, dal punto di vista dell’attenzione ormai i pesci rossi ci fanno un mazzo così. Io non ho mai parlato ad una platea di pesci rossi. Immagino che sia più attenta di una platea di umani, di certo più silenziosa e soprattutto non guardano continuamente il cellulare! Ma so per certo che con gli umani, se non hai la capacità di coinvolgere e interessare il pubblico, il messaggio non passa. Insomma: aiuto le aziende a comunicare i propri messaggi in maniera più efficace.
L’altra mia area di competenza è l’aula di formazione vera e propria. Un numero relativamente ridotto di persone, pochissima teoria e molta pratica. Insomma: formazione esperienziale. Perché conoscere cognitivamente un concetto non vuol dire saperlo applicare nella realtà. Impariamo soprattutto dall’esperienza. E in una situazione protetta come quella dell’aula possiamo permetterci anche di sbagliare. Ora, siccome gli sbagli credo di averli fatti quasi tutti, ho molta esperienza… quindi, diciamo, “molto da insegnare”! Ma in realtà non sono io che insegno: semplicemente: sono un tramite per aiutare le persone a sviluppare le proprie competenze (accidenti, una frase in puro stile “aziendalese”!).

Ci racconti un po’ più nel dettaglio come sono strutturati i tuoi format aziendali e su quali leve poni l’accento?
Partiamo dagli speech. Li definisco “spettacoli di neurofisiologia comica” perché sono interventi nello stesso tempo comici e scientifici. Affronto argomenti diversi. I temi più richiesti sono quelli relativi al cambiamento, alla vendita e al feedback. Ultimamente un altro tema molto richiesto sta diventando quello dell’ “intelligenza artificiale”, che apre molti interrogativi sul nostro futuro. Qualche volta affronto il tema del benessere, della gestione dello stress, del team, oppure quello dei valori personali e aziendali. Siccome non ho studiato mnemotecnica, sicuramente ho scordato qualcosa! Affronto tutti questi temi a partire dal punto di vista delle neuroscienze.
Il percorso di preparazione è importante: si tratta di capire bene quale è l’esigenza dell’azienda committente, cosa ha bisogno di comunicare, il messaggio da far passare insomma. Questo vuol dire confrontarsi con i responsabili dell’evento, raccogliere informazioni, preparare il progetto, scriverlo. Poi di nuovo confrontarsi con i referenti aziendali per capire se quello che ho preparato è allineato con le esigenze aziendali. Insomma un processo laborioso. Ma che porta sempre a risultati notevoli.

Diego Parassole

Ci racconti una case history particolare di qualche evento di cui sei stato protagonista dove ritieni che gli obiettivi siano stati raggiunti in modo veramente efficace?
Dal punto di vista dell’edutainment, ho partecipato a “Italia in classe A” un progetto dell’ ENEA (l’ente del ministero dello sviluppo economico) sull’efficienza energetica. Così ho avuto modo di affrontare un tipo di pubblico a cui non ero abituato: quello dei ragazzi delle scuole superiori di diverse città d’Italia. Una bella sfida quella di ingaggiarli, di incuriosirli su un tema come quello dell’energia che per molti di loro è apparentemente lontano. Un lavoro davvero appassionante.
Sempre sul tema ambiente: recentemente, ho accompagnato un’importante azienda in un evento che potremmo definire di “ecologia esperienziale”: abbiamo parlato di sostenibilità, raccontato ai dipendenti le scelte green fatte dall’azienda, intervistato un importante esperto di cambiamenti climatici. E poi abbiamo accompagnato i partecipanti, sul ghiacciaio del Monte Bianco, a vedere gli effetti provocati dai cambiamenti climatici. Il mio ruolo è stato quello di alleggerire le tematiche, piuttosto impegnative, con l’umorismo. Che, si sa, è un ottimo strumento per tenere alta l’attenzione dei presenti e veicolare al meglio i messaggi. Addirittura esistono ricerche scientifiche che dimostrano come l’umorismo sia uno degli strumenti migliori per parlare di cambiamenti climatici.
Dal punto di vista dell’aula di formazione un po’ di tempo fa – con un collega – ho avuto la possibilità di fare con lo stesso gruppo di persone una decina di giorni di lavoro sul tema public speaking e storytelling. Avere tutto questo tempo permette di andare davvero a fondo. Permette di seguire le persone – dopo aver dato loro i “fondamentali” – nella scrittura del loro speech. Di aiutarle mentre lo provano e fino a quando lo portano in scena. Permette alle persone di assimilare quanto sperimentano. E i risultati alla fine si vedono.
Oggi si tende a far tutto velocemente. Qualche volta capitano richieste surreali: “Avremmo bisogno di un team building. 200 persone. 3 ore.” Vuol dire, ammesso che le persone riescano a fare un’esperienza, che poi non c’è il tempo di riflettere su quell’esperienza. E non c’è apprendimento. Per soddisfare certe richieste, più che di un formatore, ci sarebbe bisogno di un miracolo!
Ovvio, non sempre sono necessari 10 giorni. Ma in poche ore non ha senso provare a fare formazione esperienziale. Allora meglio uno speech. Se non ci sono aspettative esagerate.
Voglio dire: se sento Vettel che mi spiega come guidare una formula uno, alla fine del suo speech non saprò guidare una formula uno. Per dirla in maniera un po’ trasgressiva: anni fa a Zelig ho chiacchierato un po’ con Rocco Siffredi. Ma mia moglie non ha notato la differenza!!

Infine… Affermi che il nostro cervello sia lo strumento di business più potente che ci sia. Qualche piccola anticipazione o consiglio per allenarlo? Tu, in particolare, cosa fai?
Negli anni ho provato percorsi diversi. Tra tutti quello che ho trovato più efficace è la mindfulness. Che non rende il cervello un miglior strumento di business. Anzi: apparentemente potrebbe sembrare in antitesi rispetto alle richieste del mondo aziendale, dove l’essenziale sembra essere la velocità. Eppure oggi in molte delle aziende di maggior successo (ad esempio Google e Apple) si pratica la mindfulness. E questo contribuisce ad aumentare anche la produttività e la qualità della vita. Perché la mindfulness ci aiuta a entrare in contatto con noi stessi. A gestire meglio lo stress, ad affrontare in maniera più efficace le nostre emozioni. Non ti rende perfetto. Ma almeno… sei consapevole di non esserlo.
Ora vi saluto: la mia capacità d’attenzione sta rapidamente scemando. E forse anche la vostra. Fortuna mi sono iscritto a un corso su quest’argomento. Lo tiene un pesce rosso.