Due o tre cose che ricordo
di Andrea Camilleri

Andrea Camilleri

La conversazione in quel piccolo salotto sorvegliato da un pupo attento e sorridente scorreva lenta. Quasi inesorabile. Le parole, non una di più non una di meno, scandivano il ritmo solenne della liturgia narrativa. Era mattino presto e parlare con Andrea Camilleri era come leggerlo.

Io lo avevo letto, ma dopo quel primo incontro diventatava necessario rileggerlo immaginando il suono e le pause della sua voce.

Lascio la terza persona. Non serve.

Te lo voglio dire adesso che non senti più. Resta nella memoria la felicità di averti conosciuto, la gioia di averti potuto ascoltare, l’onore di aver potuto trascrivere le nostre conversazioni, quella birra versata nella tazza parlando di whisky, il rimpianto di non poter più fare il tuo numero di telefono per chiedere a Tiresia, Montalbano e Camilleri cosa ne sarà del nostro malmenato e incerto Paese.

Non hai potuto commentare quello che è successo negli ultimi giorni. Eri indaffarato a sopravvivere. Te lo racconto io. Samuel Beckett, scrittore e irlandese, spiegava che il male non ha una ragione, non c’è un “perché” del male. Per questo avevo deciso di non dire nulla sulla frase vigliacca e schifosa di Feltri che, appena saputo che eri ricoverato ed eri grave, si era detto felice che Montalbano si sarebbe finalmente tolto dai cabasisi. E nulla ci sarebbe da dire sul perché del male di Feltri se non mi fosse venuta in mente la parola “tabù”. La morte è un tabù. Abbiamo provato ad addolcirla. San Francesco la chiamava Sorella e Totò con La Livella ne ha decretato la sua appartenenza ideologica. La morte è di sinistra. Di fronte a lei siamo finalmente tutti uguali. La malattia no. Lei è un tabù molto più forte. La malattia è dolore, ci spaventa, toglie dignità, colpisce a caso. Qualcuno sì. Qualcuno no. La malattia è fascista. Ti sarebbe piaciuta questa provocazione. Ne sono quasi certo.

Ho letto che hai accolto la morte con dolcezza, senza paura, quasi con felicità. Hai presente gli Arancini di Montalbano? Ho iniziato a rileggerli proprio ieri : “L’unica era farsi una doccia e andarsi a corcare con un libro. Sì, ma quale? A eleggere il libro col quale avrebbe passato la notte condividendo il letto e gli ultimi pinsèri era macari capace di perderci un’orata. Per prima cosa, c’era la scelta del genere, il più adatto all’umore della serata. …”

Che bel regalo da fare e ricevere è il tuo mondo.

Una volta avevamo parlato di Montalbano e Maigret. Eh sì, Montalbano assomiglia a Maigret, eh sì, Montalbano ascolta invece di fare domande, eh sì, Montalbano è in attesa perenne di definire la sua vita con Livia (in questo è diverso da Maigret), eh sì, entrambi mangiano sempre in un ristorante preferito, sempre lo stesso e quasi sempre le stesse cose.

Mi hai raccontato di quella volta quando eri andato a Ginevra a incontrare Simenon nello stesso giorno in cui era morta la Callas. Vigata non è Parigi, ma lo sguardo compassionevole dei due commissari sulle strade, le finestre aperte, i volti delle persone è lo stesso. La giustizia dei processi non è mai la verità della storia. Loro lo sanno e si arrabbiano. Maigret e Montalbano, Montalbano e Maigret.

Avevo immaginato Montalbano che scriveva a Maigret.

Caro Maigret,
non userò il siciliano per rivolgermi a te (tra colleghi ci diamo del tu). Ti scrivo, finalmente, e lo faccio per ammirazione, per condividere alcune riflessioni, chiederti un consiglio e soprattutto per scusarmi.
Partiamo dalle scuse. Tutti mi paragonano a te, ma il tuo talento io non ce l’ho. Ho cercato di imitarti, e di imparare, come te ascolto, chiedo con rispetto, annuso le case delle vittime e degli indagati, non giudico, osservo, cerco la verità e spesso scopro che la verità non è la verità della giustizia e dei processi. Mica li sopportiamo tanto noi i magistrati e quelli della procura. Noi la verità la “sentiamo”. Non abbiamo bisogno delle carte, dei verbali, dei riscontri. Noi la verità la guardiamo dritta negli occhi.
Tu hai Janvier e Lucas, io Catarella e Fazio, tu stai a Parigi, io in un posto, Vigata, che non esiste. Tu vedi il fiume, io il mare. Nel mio paesaggio c’è la mafia, nel tuo la corruzione e il malaffare.

Entrambi sappiamo che non ci sono mai risposte semplici di fronte a un delitto. Anche in una terra di mafia si uccide per vendetta, gelosia, vecchi rancori, soldi, paura, destino. Siamo maestri della cronaca nera, noi due. Lamberto Sechi, uno dei giornalisti più importanti del nostro paese direbbe che i fatti dovrebbero essere sempre separati dalle opinioni. Già, dovrebbero. Mi hai insegnato che bisogna stare attenti non tanto alle parole, ma a come vengono dette quelle parole, ai gesti che le accompagnano, al tono della voce, “sfumature, increspature, impercettibili mutamenti di ritmo e di intonazione”.
Siamo tutti e due alleati contro la modernità. Tu hai conservato la tua stufetta a legna in ufficio al posto del riscaldamento centralizzato a gasolio, io spesso non so dove metto il cellulare e quando suona nemmeno riconosco la suoneria. Entrambi mangiamo bene, abbiamo i nostro riti, le nostre abitudini, il ristorante preferito. Tu durante il giorno bevi calvados in inverno e birra in estate, io sempre il caffè.
Adesso il consiglio. Montalbano sono, e spesso sbaglio. Vengo tradito dalle mie indagini, da alcune parole sbagliate, da un incidente, una casualità, una forma di rabbia, una castroneria, una nuvola nera che appare inaspettata all’improvviso, una incomprensione (giuro Jules, non è sempre colpa mia, non cerco attenuanti, ma non sono sempre io a fare il primo sbaglio). Tu questo problema non ce l’hai mai avuto. Non conosci la parola errore, non hai mai sbagliato, vedi e comprendi le angosce e i turbamenti di tutti, ma i tuoi li hai messi sotto naftalina, come il cappotto invernale quando inizia a fare caldo. Ma come hai fatto a non avere mai dubbi, paure, inciampi. Lo voglio fare anch’io, lo devo fare.
Aiutami Jules. Tu sei la persona giusta per farlo.
Tuo Montalbano

Che lettera ingenua, a rileggerla adesso. Montalbano. Quel fascino un po’ così del commissario di polizia, introverso, brusco, ma non troppo, amante della buona tavola, delle letture e della solitudine. Il fascino dell’uomo che vive sul mare e che non ama viaggiare, qualche visita a Roma per motivi burocratici, a Genova dove abita l’eterna fidanzata, niente di più. E il piacere della tranquillità, delle cose normali, delle serate passate davanti alla televisione. Il fascino di chi combatte la società globale, Internet, i social e lo fa con l’uso sapiente del tempo, senza paura delle attese, innamorato dei sapori e degli odori della sua terra, la Sicilia. Lo potete incontrare mentre passeggia sulla spiaggia e non stupitevi se, improvvisamente, si getterà in acqua anche se fa freddo. Per lui nuotare è come rinascere, gli serve per concentrarsi, per trovare serenità, per mettere a posto le cose. Come tutti gli uomini di buon senso conosce la fatica, sa che non ti regala niente nessuno e che per raggiungere dei risultati ci vuole impegno, amore e tanta voglia di ascoltare. A lui non interessa la colpa fine a se stessa, cerca l’umanità. E così preferisce seguire le sue convinzioni, il suo intuito. E la verità gli arriva improvvisamente come “un flash accecante che gli esplode nel cervello”.

Ti avevo detto questo di Montalbano perché la prima domanda, quella mattina, l’avevi fatta tu a me. Che cosa ne pensi del mio commissario?

C’è una bottiglia di birra sul tavolo accanto alla macchina da scrivere. Adesso parli tu: “Volevo scrivere un giallo, lo consideravo un omaggio alla grande passione per un genere letterario e un dovere nei confronti della mia scrittura, un atto di disciplina necessario. Sino a quel momento la mia infatti era una scrittura anarchica, prendeva uno spunto e andava dove voleva, senza regole, senza propositi. Dovevo ingabbiarla e cosa c’era di meglio dei giallo, la forma più onesta di letteratura, il genere, come diceva Sciascia, ingabbiato per eccellenza? Perché il giallo è soprattutto un esercizio di logica. E poi lo dicevano già i greci: pensare è indagare”. È questa la genesi di Montalbano, che ai lettori viene per la prima volta presentato così: “Di andare dai carabinieri manco gli ero passato per l’anticamera dei cervello, li comandava un tenente milanese. Il commissario invece era di Catania, di nome faceva Salvo Montalbano, e quando voleva capire una cosa, la capiva”.
Sempre tu : “Ho scelto un commissario di pubblica sicurezza, un po’ come il Maigret di Simenon. L’ho chiamato Montalbano perché prima di tutto è un cognome molto diffuso in Sicilia e poi perché volevo rendere un omaggio a Manuel Vasquez Montalban, non tanto per i gialli di Pepe Carvalho, ma per un romanzo non giallo Il pianista, la cui struttura atemporale, aveva ispirato il mio Birraio di Preston“. Accanto alla birra un saggio su Pirandello: “Dico sempre che quando ho le pile scariche vado da Sciascia e Pirandello, i miei elettrauti, e mi rileggo un loro libro. In fondo la mia sicilianità è una questione genetica, spirituale, culturale e filosofica. Una cosa seria”.
Ma torniamo al commissario: “Montalbano è nato a Catania, oggi ha cinquant’anni, ha fatto il Sessantotto. È un uomo di sinistra, ma tra marescialli e brigadieri lo sembra molto di più. Si potrebbe dire che è un progressista innamorato delle tradizioni, un testardo che quando incorna su una cosa non ci sono santi. Oggi è costretto a fare un bilancio della sua giovinezza, ed è un bilancio fallimentare. Non saprei descriverlo fisicamente, con precisione. Posso solo dire che ha i baffi, un neo, il fisico da nuotatore, i capelli corti. Rifiuta sistematicamente una promozione che lo allontanerebbe da Vigata perché la sola idea di un trasferimento gli fa venire qualche linea di febbre. Non è un tipo tranquillo, gli basta poco e prende fuoco, sente il tempo. Spesso è di umore nivuro“.
Di sicuro non è simile a Luca Zingaretti che lo ha portato sullo schermo (“anche se lui è stato bravissimo ad interpretarlo”) e nemmeno a Camilleri. Non è insomma come il Maigret di Simenon, che dello scrittore francese era l’alter ego.”Siamo lontani e vicini al tempo stesso. Lui parla una sua lingua, alterna l’italiano al siciliano, e lo fa perché quella è anche la mia voce. E poi, malgrado l’età, rischia di essere più antico degli anni che ha, travaglia con la testa di un ultra sessantenne pieno di esperienza e di capacità di comprensione. Questo è un mio regalo personale che gli faccio molto volentieri”.
Ha letto Proust, Melville, Musil, conosce i quadri di Peter Bruegel, cita Consolo e Bufalino. E pensare che a scuola era un “murritiusu” che studiava poco”. Poi ama la buona cucina, non sa resistere a un piatto di pasta con le sarde, alle triglie di scoglio, agli immancabili arancini. Ama mangiare da solo, in silenzio: “Sono molti gli investigatori che hanno un rapporto fecondo con l’arte culinaria. Un buon piatto è una sorta di rivalsa sulla morte. Montalbano a tavola ama la semplicità, cerca il rispetto per le tradizioni, gli interessa soprattutto la qualità dei cibo. Lui ama i sapori che anch’io mi porto dietro da quando, bambino, andavo di notte a pescare con mio padre che era un ottimo fiocinatore e cucinavamo il pesce appena pescato sulla barca”.

Ci salutiamo: “Prima o poi andrà in pensione e forse sarà più tranquillo e, soprattutto, lascerà più tranquillo me”.