E se l’omeopatia
fosse solo un equivoco?

200 anni di omeopatia

L’omeopatia è una delle più grandi bugie della Storia? Paola Panciroli, storica della medicina, collaboratrice presso il Dipartimento di Educazione e Scienze Umane dell’Università di Modena, affronta le problematiche scientifiche legate a questa pratica medica ancora molto diffusa attraverso una ricerca storica che parte dalle origini fino ad arrivare ai giorni nostri. Il volume 200 anni di omeopatia. Storia di un equivoco?, pubblicato da Gruppo C1V Edizioni, è il risultato di questo studio.
Abbiamo chiesto alla sua autrice di raccontarci il senso di questa ricerca storica, attraverso una disamina dei contenuti e degli obiettivi del libro.

di Paola Panciroli

Nonostante le sue origini risalgano all’inizio del XIX secolo, l’omeopatia continua a rappresentare una delle medicine alternative più in voga, con un mercato dal fatturato non indifferente. Dagli ultimi dati ISTAT emerge che il 4,1% degli italiani vi ricorra almeno una volta nella vita.[1] Considerate le dimensioni del fenomeno, appare quindi estremamente utile una ricerca storica che affianchi gli studi preesistenti di carattere strettamente medico-scientifico, allo scopo di comprendere il modo in cui i principi della medicina omeopatica sono stati introdotti nel nostro Paese, a quali tipi di sperimentazione sono stati sottoposti e a quali motivi è riconducibile il loro innegabile successo.

Nella ricerca raccolta nel volume 200 anni di omeopatia. Storia di un equivoco? si è cercato di rispondere a queste domande e di colmare una lacuna nel panorama storiografico italiano, caratterizzato perlopiù da pochi studi parziali, finalizzati a dimostrare storicamente un’efficacia dell’omeopatia non riscontrabile scientificamente.

Com’è noto, l’omeopatia è una pratica medica, non riconosciuta dalla comunità scientifica, fondata tra la fine del XVIII e gli inizi del XIX secolo dal medico tedesco Samuel Hahnemann (Meissen, 1755 ­ Parigi, 1843). I suoi pilastri fondamentali sono il principio di similitudine (similia similibus curantur) e quello delle diluizioni infinitesimali. Il primo afferma che per ottenere la guarigione del paziente occorre somministrargli una sostanza in grado di provocare nel soggetto sano sintomi analoghi a quelli della malattia che s’intende curare.

Il secondo principio, invece, afferma che la sostanza curativa debba essere diluita in un rapporto di 1 a 100 con il solvente, per un massimo di 30 volte (limite ampiamente superato da alcuni seguaci di Hahnemann).

La medicina omeopatica arriva in Italia, precisamente a Napoli, nel 1821, al seguito delle truppe austriache chiamate da Ferdinando I, sovrano delle Due Sicilie, a sedare alcune insurrezioni antiborboniche. Proprio nella città partenopea si svolge, nel 1829, la prima rudimentale sperimentazione controllata della nuova pratica medica. Quest’ultima, condotta sotto l’oculata sorveglianza di una commissione mista di medici, smentisce clamorosamente i successi pubblicizzati in assenza di controllo.

Di fronte agli esiti negativi della sperimentazione napoletana, delle successive sperimentazioni controllate di Parigi (1834) e della clinica omeopatica di Lipsia (1837-1838),[2] si accentua la diffidenza degli esponenti della comunità scientifica nei riguardi della presunta efficacia dell’omeopatia e dei suoi fondamenti teorici.

Tuttavia, nonostante la solida consapevolezza mostrata dai medici italiani nei confronti dei limiti teorici e pratici dell’omeopatia, essa continuerà ad espandersi a macchia d’olio sulla penisola, trovando appoggio da parte di famiglie aristocratiche e ceti popolari. La sua ampia diffusione può essere compresa solo tenendo conto di una molteplicità di fattori.

Da una parte, i limiti della terapeutica allora praticata creano forti diffidenze verso la classe medica, alimentando il ricorso a rimedi alternativi a quelli della medicina ufficiale. In particolare, nel contesto medico italiano del XIX secolo, è ancora ampiamente in uso il salasso, un metodo dissanguante invasivo e dannoso, rispetto al quale i preparati omeopatici risultavano ben più allettanti.

D’altra parte, i concetti di atomo e molecola, alla base della moderna chimica, si affermeranno solo a partire dal 1860, in seguito al Congresso Internazionale dei chimici di Karlsruhe. Se oggi, basandoci sulla costante di Avogadro,[3] possiamo affermare con certezza che all’interno dei preparati omeopatici, oltre la dodicesima diluizione, non rimane nulla, lo stesso non potevano fare i medici della prima metà dell’Ottocento.

L’espansione dell’omeopatia è quindi favorita da alcuni limiti oggettivi (conoscitivi e terapeutici) della medicina accademica, che risultano ancor più evidenti in occasione delle ondate epidemiche di colera. Un morbo precedemente sconosciuto, che, giunto dall’India, devasterà ripetutamente l’Italia e l’Europa nel corso del XIX secolo.

Ad ogni modo, con l’unificazione del Paese e un conseguente rinnovamento culturale, politico, istituzionale e didattico, la gestione del bene salute viene riorganizzata e affidata a mani competenti. Le numerose richieste di riconoscimento avanzate in Parlamento dagli omeopati non vengono accolte e la medicina omeopatica vive una fase di declino. Il ridimensionamento dell’omeopatia sul finire del XIX secolo è dovuto, oltretutto, alla nascita e allo sviluppo della medicina scientifica, in grado per la prima volta di fornire rimedi realmente efficaci contro le malattie.

Delle numerose smentite ricevute dalla medicina omeopatica nel corso del tempo non sembra tener conto l’attuale legislazione, che, a livello europeo, ha equiparato i preparati omeopatici a veri e propri medicinali, consentendo loro di godere di uno statuto giuridico d’eccezione. Per essere immessi in commercio, infatti, ai medicinali omeopatici non viene richiesta alcuna prova di efficacia terapeutica (si parla di registrazione semplificata).[4]

Sono numerose le problematiche etiche che scaturiscono dalla presenza di pratiche non fondate scientificamente all’interno della sanità e dall’attuale regolamentazione che crea confusione nel paziente, non tutelando realmente l’autonomia in campo terapeutico. Alla luce di questa situazione, la prospettiva storica adottata può contribuire a chiarire la natura dell’omeopatia, il contesto in cui essa è nata e le ragioni alla base della sua sopravvivenza, oltre a individuare le differenze con la medicina scientifica e il metodo da essa seguito. Lo scopo ultimo rimane quello di rendere le conoscenze storiche strumento utile per muoversi nella società odierna, promuovendo la comprensione di un fenomeno ancora ampiamente presente al suo interno.

[1] Cfr. ISTAT, Tutela della salute e accesso alle cure, 2014, p. 30.

[2] Cfr. Giovanni Rajberti, Il volgo e la medicina, Coi Tipi di FR. SambrunicoVismara succ. a Pietro Agnelli, 1840, pp. 136-140.

[3] La costante di Avogadro è pari a 6,022 x 1023 e corrisponde al numero di molecole contenute in una mole di una qualsiasi sostanza. La mole è un’unità di misura chimica che indica il valore della massa molecolare di una sostanza espresso in grammi.

[4] Cfr. Direttiva 92/73/CEE e Direttiva 2001/83/CE.

200 anni di omeopatia

Paola Panciroli, 200 anni di omeopatia. Storia di un equivoco?, C1V Edizioni, 2017.