Sul guardare: etica e pratica
di un atto quotidiano

Esercizi di sguardo

“Il quadrifoglio nel prato di trifogli si ritaglia il suo angolo di notorietà staccandosi dal suo sfondo, con un’alterazione del ritmo – che “è il battito dell’apparire” (…). Volendo dividere il mondo in trovatori e non-trovatori di quadrifogli, i primi, anche senza particolari attenzioni, sono sensibili a quello specifico battito in più”.

Guardare è un’assunzione di responsabilità, un atto consapevole governato dalla sensibilità culturale e dalla passione, che contribuisce a costruire la realtà che ci circonda. Perché: “dire sguardo da Aristotele in poi significa dire etica”. Luca Dal Pozzolo, architetto co-fondatore di Fondazione Fitzcarraldo e docente di Regional Cultural Policies presso l’Università di Bologna e di Cultural Management presso l’Università di Lugano, nel suo ultimo libro Esercizi di sguardo. Cultura e percezione del quotidiano (Editrice Bibliografica), indaga le ragioni, le forme e la pratica del guardare. Occorre allenarsi, ovvero studiare ed esercitarsi, per cogliere “il tessuto di reti visibili e invisibili che sono inscritte nel territorio, il ricamo della fatica umana nei segni che danno forma al paesaggio, l’immaginario che intride le porosità dei luoghi del nostro quotidiano, il dialogare assorto con il genius loci che presidia l’accesso al nostro abitare”. Di tutto ciò e di altro ancora si occupa questo libro, che può essere letto – ci spiega Franco Farinelli nella premessa – come “un itinerario in difesa della possibilità di quel vedere insieme in assenza del quale immagine non si dà”.

Per gentile concessione dell’editore, MEMO pubblica la Lettera al figlio con cui Dal Pozzolo apre il testo, una bussola ideale ad orientare il viaggio. Fino al 15 settembre 2019 con il codice sconto MEMOSGUARDO sarà possibile acquistare il libro sul sito www.bibliografica.it con il 15% di sconto e spese di spedizione gratuite. Buona lettura.

LETTERA

Luca Dal Pozzolo

Tutto precipita entro la fatalità del foglio; piaceri
e mali, affari privati, il proprio Dio, la propria
infanzia, la propria donna, gli amici e i nemici,
il sapere e l’ignoranza.
(Paul Valéry)

Ti chiederai perché questo libro inizi con la tua convocazione in una mossa d’apertura. Non è un trucco per trasformare in dialogo il borbottio interiore: è l’invito a sfogliare queste pagine guardando in viso l’invitato, leggendo sul volto che conosco i segni sottili di un’assonanza negli interessi, l’affiorare di domande da condividere attraverso l’itinerario delle pagine.
All’inizio cercavo una voce, un’intonazione, un modo di rispondere a domande irritanti e banali dei miei studenti d’architettura sul perché le cose appaiano così e non diversamente, sul come confrontare le percezioni, su come riconoscere le nervature che orientano le nostre visioni, evitando di ricorrere ad asserzioni autoritarie, tautologie e scatti sbrigativi, imposizioni di fiducia, del tipo è così e basta.
Man mano che scrivevo, mi sembrava d’entrare sempre più in confidenza con persone delle quali percepivo la comunanza d’interessi, senza riuscire, tuttavia, ad afferrarne il volto; così, piano piano da questa piccola folla di confidenti senza connotati fisici – come rivelato da un’invisibile emulsione – è emerso il tuo viso, prima bambino, e poi via, via sempre più adulto.

È emerso poco alla volta, e con lentezza ne ho avvertito la presenza inevitabile, come di ciò che si sa, ben prima che ne affiori la consapevolezza. Quel viso portava nello sguardo le tassonomie che usavi da bambino nel disporre in lunghe file i tuoi piccoli animali; le colonne militari di formiche che osservavi nelle passeggiate in montagna; la forma delle nubi sotto gli aliti del vento; i disegni che le maree tracciano nelle sconfinate spiagge della Normandia; il tessuto dei cristalli di neve lungo l’altipiano di Sylvenoire; le strutture congetturali dietro e sotto alle cose che ogni tanto mi sembrava di poterti indicare; la crescente e inesorabile alterità del tuo essere adolescente, prima, e adulto, poi; il tentativo di negoziare sensi e significati, con la complicità dei paesaggi che avevamo di fronte. Ho provato a farti entrare nelle mie curiosità, a condividere la passione per andare alla ricerca di cose da capire, un po’ per ogni dove, non necessariamente con una meta precisa o un interesse confinato in qualche disciplina. Come dice pianamente Braitenberg: “La mia condotta di vita, così, è determinata da un piacere semplice, di facile soddisfazione e inesauribile, il piacere di comprendere le cose che mi interessano”.

Ho visto un’analoga passione per il mistero di ogni cosa crescere in te lentamente, ma senza cedimenti e incrociare ciò di cui parlavamo, lungo traiettorie che ancor oggi mi pare di avvertire, ma che non oso definire per non gualcirne le sottili trame e che resto a osservare, con emozione, per il futuro che sarà.
Questa complicità, come tu sai, è il frutto di approcci arrischiati e affinità di fondo, di fragili ed evanescenti ponti tibetani, inflessi tra distanze insostenibili, di momenti vissuti fianco a fianco che hanno strutturato – a un tempo – le nostre modalità di condivisione e i canyon che confinano le faglie temporali e spaziali che ci dividono, senza privarci di residue possibilità di dirci ancora “noi”.
Così, non c’è bisogno di scuse per il tempo della scrittura sottratto alla famiglia; sai bene come quello scrivere altro non fosse che accumulare materiali per ciò di cui discutevamo a cena, nelle nostre passeggiate, lungo le piste di fondo del Gran Paradiso; e quanto all’essere concentrato sulla scrittura per lunghe ore, condividere compresenza e silenzio è, a suo modo, un grande privilegio. Comunque sia, sulla tua complicità faccio gran conto per continuare questo invito alla lettura, poiché mi sono convinto di ciò che sapevo fin dall’inizio, e cioè che senza complicità sia quasi impossibile comunicare, e non faccia eccezione ciò di cui scrivo. È come il refrain di Guccini, “Vedi cara, è difficile spiegare, è difficile capire se non hai capito già…” e che trova un precursore illustre in Heidegger: “Solo chi ha già capito può ascoltare”.

Su questo stesso fondamento esistenziale riposa anche un’altra essenziale possibilità del discorso, il tacere. Nel corso di una conversazione chi tace può “far capire”, cioè promuovere la comprensione, più autenticamente di chi non finisce mai di parlare.
E scrivere e tacere si tengono tra loro. Si scrive anche perché non si ha voglia di parlare, senza prima aver messo ordine tra le parole, tra i pensieri.
Ma ora che le cose sono scritte, attraverso la complicità dei tuoi occhi, vorrei allestire una soglia a questo libro che sia leggera all’attraversamento per chi già frequenta questi temi e che inviti coloro che ne sono più distanti ad avvicinarsi, a farsi incantare da sirene, che non nelle cose, ma nella profondità del loro stesso sguardo hanno dimora.
È questo, in fondo, il fil rouge di tutte le divagazioni dei capitoli che seguono, la costruzione culturale dello sguardo, l’esoscheletro storicamente e culturalmente strutturato che avvolge i nostri sensi perché percepiscano paesaggi visivi, auditivi, tattili e olfattivi dotati di senso, similmente al modo in cui noi siamo “parlati” dal linguaggio che ci preesiste e che configura attorno a noi l’orizzonte e il confine della nostra possibilità d’espressione, secondo la lezione di Mallarmé.

Cogliere la profondità culturale dello sguardo che non potrebbe riconoscere ombre violette senza essersi immerso nella liquidità della pittura di Monet, intuire dietro a una merendina industriale lo stesso potere di detonazione emotiva che Proust rinveniva nelle madeleines della zia Léonie, leggere il paesaggio culturale che sta dietro al cibo che noi mangiamo. E poi il tessuto di reti visibili e invisibili che sono inscritte nel territorio, il riconoscere il ricamo della fatica umana nei segni che danno forma al paesaggio, l’immaginario che intride le porosità dei luoghi del nostro quotidiano, il dialogare assorto con il genius loci che presidia l’accesso al nostro abitare.

Di tutto ciò e di altro ancora si occupa questo libro, come puoi scoprire sfogliando l’indice, ma vorrei raccontarti dell’atteggiamento con cui ho scritto queste pagine. Più di una volta ti dissi che avrei voluto scrivere io stesso la premessa adottata da Nelson Goodman:
Questo libro non segue un percorso lineare dall’inizio alla fine. Va in caccia; e nell’andare in caccia talvolta importuna lo stesso procione in alberi differenti, o procioni differenti nello stesso albero, o ancora quel che risulta non essere un procione in un albero o l’altro. Gli capita di sventare più di una volta lo stesso pericolo e di cambiare percorso. Si abbevera spesso alle stesse sorgenti e tentenna di fronte a qualche landa inospitale. E dà importanza, del territorio esplorato, non alle prede ma a ciò che viene appreso.

Procioni a parte, anche in questo libro sono le domande a orientare la caccia, a tracciare un percorso zigzagante, inframmezzato di scarti, attratto dal baluginare d’indizi promettenti, che attraversa i domini del pensiero senza preoccupazioni per i confini disciplinari, agito dalla fame del predatore. Sicché non troverai altri ordini nella bibliografia se non una passione per i territori di caccia del pensiero francese del Novecento e la scia di questa voracità inquieta, concentrata su ogni possibile preda che, tuttavia, non mi sono sentito di divorare da solo, ma ho provato a condividere con te e con il branco di lettori ai quali penso. Tu sai che mentre scrivo metto insieme un libro degli amici, come lo chiamava Hofmannsthal, un cofanetto di citazioni, una tana dove accumulo il bottino delle mie scorribande, dove annoto tutte le frasi che illuminano un pensiero, le idee che permettono di avanzare di un passo nel percorso, le rivelazioni che abbagliano e costringono a ripensare la strada fatta.

La cattura di queste prede è un piacere troppo grande per essere consumato in solitudine e che eccede di gran lunga anche la mia voracità. E dal momento che non saprei esprimere meglio ciò che ho rubato a un altro libro, lo ripresento nel testo, a integrare, puntellare, supportare le traiettorie del mio pensiero, ma soprattutto a condividere la limpidezza dell’esposizione altrui, lo scintillio di questa moltitudine di autori, il piacere musicale che assumono i pensieri quando la loro fluidità, lungo un misterioso percorso carsico, arriva a brillare con eleganza sulla superficie del testo.
Li riporto così, sperando che la loro aura contagi e avvolga almeno un qualche frammento di ciò che scrivo, e non mi spiace costruire la narrazione come una sorta d’ipertesto nel quale – a volte – mi limito a orchestrare brani di altri autori, a offrirli in nuove combinazioni alle curiosità altrui, dove risplendano ancora alla vista e al palato le qualità originarie del loro pensiero, appena legate dalle spezie e dai condimenti di base necessari a condurli al senso che inseguo.

Dopo aver a lungo lavorato su questi materiali, mi è quasi impossibile riconoscere l’apporto personale a questi temi, quasi fosse un’opera collettiva della quale ho curato l’organizzazione e non mi turba affatto considerare il mio lavoro come un’efflorescenza leggera, in grado – al più – di individuare una regione del sapere dove nei secoli si sono sedimentati come massi ciclopici i contributi di grandi pensatori. E se questa efflorescenza inclina a volte all’autobiografia, non è per iniziare a scolpirmi un monumento, sfruttando il materiale lapideo che altri hanno accumulato, né per costruire future memorie; sai che mi considero un immortale a tempo determinato: banalmente finché ce n’è.

No, il motivo è un altro. Avevo cominciato a scrivere in modo impersonale, tenendomi algidamente fuori dalla materia che maneggiavo, ma si dà il caso che si tratti della percezione culturale e che lo sguardo attraverso cui guardiamo, non ammetta prese di distanza, punti di vista esterni, nemmeno come espediente narrativo. Questo paesaggio, come dice Merleau-Ponty, non concede sorvolo, ma solo inerenza, punti di vista situati e non intercambiabili. E questa piega dello sguardo, questo punto di vista ineludibile anche se non privilegiato, questa singolarità irripetibile, ci chiama in causa personalmente e non c’è altro modo per identificarla se non con la parola “io”, ben sapendo che per quanto personale tutto ciò non è affatto individuale, ma riguarda, in una diversità infinitamente modulata, qualche miliardo di persone. In ciò risiede una delle più grandi meraviglie che ci è dato di avvertire; percepire pienamente, a partire dal disallineamento degli sguardi, ciò che Jean Luc Nancy sostiene: “La singolarità è la passione dell’essere”.

È questa la motivazione per la quale non posso sottrarmi dall’entrare nel mio stesso libro, per evitare un’asettica declinazione impersonale a un percepire e a un guardare che è solo afferrabile nell’esperienza situata e personale, il che comporta il rappresentarsi come personaggi, non certo esenti da vanità inessenziali. Allo stesso modo, quindi, ti ci troverai anche tu, qualche volta in riferimenti solo a te comprensibili, qualche volta citato in chiaro, qualche volta all’interno di spezzoni di vita familiare, usati in una narrazione che non può sfuggire alla condizione obbligatoria di chi scrive e che Paul Valéry illumina: “questa strana carriera in cui si è se stessi per gli altri”.

Infine un’ultima avvertenza: sebbene si debba controllare l’imperialismo della visione nel relegare sullo sfondo della consapevolezza tutti gli altri sensi che pure sono fondamentali per orientare il nostro vivere quotidiano, fin dall’inizio questo libro è stato pensato come uno strumento per condurre esercizi di sguardo, attribuendo al dominio visivo la proprietà di evocare l’insieme delle modalità percettive e dei sensi.
“Esercizio purtroppo è una parola un po’ agra. Troppo evocatrice di torture scolastiche, catechistiche, ginniche, mediche”, come sostiene Duccio Demetrio; eppure non so trovare un termine più appropriato a indicare il fatto che la sensibilità culturale della percezione non è una pre-condizione che orienta senza scampo il nostro agire, ma un patrimonio articolato, frammentario, contradditorio, lungo le fratture del quale possiamo scorgere i limiti del suo operare, i costrutti storici e culturali che possiamo a nostra volta arricchire, aumentare, decostruire, adeguare a nuove esigenze, per quanto a noi possibile, indirizzare a una comprensione più consapevole del paesaggio nel quale ci muoviamo, rimuovendo molte delle condizioni anestetiche che ci farebbero percepire le cose e gli avvenimenti come grumi materici opachi, compatti nella loro muta e stolida autoevidenza. Come una frana, i detriti della quale impediscano al nostro pensiero di andare più oltre.

Non saprei come dire altrimenti, ma questo indagare di cui ho provato a indicarti il senso si configura come la ricerca di un piacere del quale non conosco l’eguale, per intensità ed emozione. Vorrei poterti suggerire attraverso queste pagine alcune piste che per me si sono rivelate ricche d’indizi eccitanti e di gioie improvvise e, insieme a te, condividere con chiunque lo voglia il piacere di avvertire sempre più distintamente la voce delle cose quotidiane e la fitta trama degli sguardi, nella quale altro non siamo che una fragile, vibrante e temporanea intersezione.

Esercizi di sguardo

Luca Dal Pozzolo, Esercizi di sguardo. Cultura e percezione del quotidiano, Editrice Bibliografica, pp.480, € 29,50