Benvenuti nell’era
dello slow looking

slow looking

Dieci minuti. Questo è il tempo minimo che occorre per ammirare e osservare un’opera d’arte e far sì che ciò che vediamo possa essere per noi un’esperienza significativa. Perciò la Tate Gallery di Londra, verificato che ciascun visitatore sosta circa otto secondi davanti a ogni opera esposta, ha approntato una guida, disponibile on line, per proporre e spiegare lo slow looking, lo sguardo lento.

In una vita di corsa, in accelerazione continua, giocata all’insegna del fast, della velocità a ogni costo, sempre e comunque, i curatori del museo britannico ci invitano a imparare nuovamente l’arte del guardare. E a dedicare un tempo per cogliere la bellezza e il senso di ciò che guardiamo. Ciò che trascuriamo potrebbe rivelarsi uno dei motori della nostra esistenza.

Così, con quel tocco di humour tipicamente inglese, “Ricorda, non è scortese fissare l’arte”, si impegnano in una serie di consigli: dall’esercitarsi a scorgere le storie raccontate in alcuni grandi dipinti figurativi, al cogliere forme ed equilibri nelle opere astratte; dal soffermarsi sui dettagli che colpiscono la propria attenzione, all’essere pazienti nell’individuare quelli meno immediatamente evidenti.

Soprattutto, ciò che emerge dalla guida della Tate, è l’esortazione a sviluppare un proprio personale metodo di osservazione, fondato sia su impressioni e intuizioni, sia sugli effetti che la visione dell’opera d’arte può produrre su stato d’animo e corpo (si parte dal mettersi comodi, perché guardare è prima di tutto una esperienza fisica).

Ed ecco che, a poco a poco, si chiarisce che cosa si intende per “slow looking”: il recupero del tempo che ci occorre per essere soggetti attivi nella costruzione del senso dell’opera d’arte. Che esiste per sé stessa, ma anche in relazione a chi la guarda. Colui che guarda ha pur diritto ad avere un suo orgoglio! In fondo, è una figura significativa, l’artista ha sempre cercato di rivolgersi a lui e, in vario modo, a seconda delle epoche e dei movimenti, ha sempre cercato di guadagnarne il favore.

È interessante osservare come l’invito a riscoprire l’importanza del soggetto che guarda l’opera provenga da musei e gallerie d’arte, che quest’opera hanno il compito di custodire e tramandare. Quasi che lo sguardo distratto del visitatore alla fine potesse mettere in crisi le ragioni stesse dell’istituzione che conserva, e al contempo impoverisse le opere esposte.

Naturalmente l’impoverimento è reciproco, come accade in ogni relazione che si rispetti. Slow looking: “una pratica comportamentale intenzionale sostenuta da un’attenzione paziente e immersiva”. Così Shari Tishman, ricercatrice presso la Harvard Graduate School of Education, definisce lo sguardo lento. E si fa fautrice di questa pratica nata in ambito museale per le opere d’arte, ma che può generare benefici in tutte le sfere d’azione della nostra vita. Lo sguardo lento, difatti, consente di sviluppare capacità cognitive attive, creative e critiche, in ambito umanistico e scientifico, così come nella vita di tutti i giorni, che una visione rapida e frettolosa altrimenti non consentirebbe. Un vero e proprio allenamento dello sguardo, che diventa un vero e proprio allenamento del pensiero.

Che occorra recuperare – e con consapevolezza praticare – il valore fondativo del nostro sguardo è il tema centrale anche di Esercizi di sguardo, l’ultimo saggio di Luca Dal Pozzolo, architetto e docente di Regional Cultural Policies presso l’Università di Bologna e di Cultural Management presso l’Università di Lugano, in questi giorni in libreria (Editrice Bibliografica). Una riflessione sulla costruzione culturale e storica dell’atto del guardare che se, da un lato, è determinato da un complesso di ideologie, attese e riconoscimenti, dall’altro, su questa base, a sua volta definisce ciò che chiamiamo reale, che si tratti di arte o paesaggio o di ciò che nel quotidiano ci circonda.

Dalla cultura dell’immagine alla cultura dello sguardo, il passaggio è fondamentale. E racchiude l’esortazione implicita a riprendere in mano il nostro ruolo di costruzione di realtà e di destino.

Perciò iniziamo a seguire i consigli della Tate – validi sempre, anche se visitiamo altri musei e altre mostre, anche vicino a casa nostra –, consapevoli che la pratica dello slow looking necessita comunque di una selezione a monte. Per fare un esempio, se si trascorressero 15 minuti a guardare tutte le 78.000 d’arte che soltanto la Tate Gallery espone, ci occorrerebbero 12 ore al giorno per oltre quattro anni.

E poi impariamo ad “affrettarci lentamente”, provando a interpretare come una sfida individuale l’affascinante ossimoro latino, che Cosimo I de’ Medici ha voluto rappresentare con una tartaruga col vento in poppa.