La lezione
del maestro di Regalpetra

Leonardo Sciascia

All’inizio di un nuovo anno scolastico che vede insediarsi un Ministro dell’Istruzione alle prese con i soliti vecchi problemi della scuola e della università, a cui, nel frattempo delle mancate soluzioni, si aggiungono i numerosi nuovi problemi, ritornare ad un breve testo di Leonardo Sciascia può essere un modo per ricordare lo scrittore siciliano nel trentennale della sua scomparsa e rievocare le sue parole come maestro di scuola elementare. Si parla della Sicilia degli anni Cinquanta, ma nella lezione del maestro di Regalpetra si colgono interessanti spunti di riflessione, anche oggi.

Cronache scolastiche si leggono come uno dei capitoli dell’esordio narrativo di Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra, uscite per Laterza nel 1956, ma in realtà furono pubblicate come racconto autonomo su “Nuovi argomenti” l’anno precedente, suscitando il vivo interesse di Calvino, Vittorini e Vittore Fiore, per il loro originale e peculiare valore letterario.

Le Cronache sono il racconto delle cose pensate da Sciascia durante un turno pomeridiano di maggio, sul finire dell’anno scolastico, mentre cammina tra i banchi e guarda i suoi scolari, intenti a risolvere alcuni esercizi di aritmetica. Attanagliato dal desiderio di fuggire a casa, il narratore scopre che fare il maestro non gli dà alcuna gioia e sente, dopo sei anni di insegnamento, di avere ben pochi meriti educativi da rivendicare. “Non amo la scuola – Sciascia confessa –; e mi disgustano coloro che, standone fuori, esaltano le gioie e i meriti di un simile lavoro”. “Non nego però – intende poi precisare – che in altri luoghi e in diverse condizioni un po’ di soddisfazione potrei cavarla da questo mestiere di insegnare”.

“Qui, in un remoto paese della Sicilia” il maestro, consapevole della sostanziale inadeguatezza della propria funzione, si sente alla stregua di un prigioniero: “legato al remo della scuola; battere, battere come in un sogno in cui è l’incubo di una disperata immobilità, della impossibile fuga”. E il tempo presente con cui conduce il racconto restituisce con chiarezza il senso di un tempo fermo, in cui il presente riproduce il passato e anche il futuro consiste nell’inesorabile ripetersi del presente: “io me ne sto tra questi ragazzi poveri, in questa classe degli asini che sono sempre i poveri, da secoli al banco degli asini, stralunati di fatica e di fame”.

In Cronache scolastiche si sente che è in gioco la posizione personale, quasi intima, di Leonardo Sciascia. Il quotidiano incontro con gli allievi scava oscure gallerie nella sua coscienza (“entro nell’aula scolastica con lo stesso animo di uno zolfataro”), crea grumi di sentimenti contraddittori; il narratore insomma è conscio che ogni scesa nell’aula è una verifica obbligata delle ragioni che determinano il suo senso di oppressione. E da questo scaturisce la sua scrittura, la sua cronaca di quasi spietata pietà, da intendersi come denuncia e forse anche come unico possibile risarcimento. Sciascia non intende tacere la povertà, il degrado e l’ignoranza, spesso anche il livello di violenza quotidiana che ad essi si accompagnano, vuole evitare quasi programmaticamente una retorica populista che mitizzi tout court la realtà popolare. Ma non tacere della violenza dei rapporti e dei comportamenti, difficilmente eliminabile “in una società dominata da greve e antica miseria”, è l’arma che impugna per denunciare una violenza ben più grave, quella invisibile che le istituzioni esercitano nel momento in cui questa realtà negano con pervicacia, contribuendo così a condannare la parte più debole della società, i giovani, ad un destino privo di redenzione civile.

Quei trenta ragazzi “che non possono stare fermi”, che, anziché impegnarsi nel compito affidatogli, “spezzano le lamette da barba nel legno del banco”, che “si scambiano oscenità” e “bestemmiano sputano fanno conigli dai fogli del quaderno (…) o colorano le vignette dei libri adoperando il rosso e il giallo selvaggiamente”, quei suoi trenta alunni gli sono, li sente, ossessivamente prossimi. Se, per un verso, egli sostiene che i ragazzi lo percepiscono “lontano come le cose che insegno, come la lingua che parlano i libri”, dall’altro con angoscia vive la consapevolezza che tra loro avrebbe potuto trovarsi lui stesso o i suoi figli: “io penso – se fossi dentro la cieca miseria, se i miei figli dovessero andare a servizio”. E il timore cede il passo a una riflessione sulle ingiustizie di una società in cui il senso umano e civile dell’esistenza dipende unicamente dal caso: “Tutto mi sembra affidato a un fragile gioco; qualcuno ha scoperto una carta, ed era per mio padre, per me, la buona; la carta che ci voleva. Tutto affidato alla carta che si scopre. Per secoli uomini e donne del mio sangue hanno faticato e sofferto, hanno visto il loro destino specchiarsi nei figli. Ma è tutto troppo fragile, gente del mio sangue può tornare alla miseria, tornare a vedere nei figli la sofferenza e il rancore. Finché l’ingiustizia sarà nel mondo, sempre, per tutti, ci sarà questo fragile gioco”.

Alunni e maestro sono in diverso modo vittime della medesima condizione, entrambi sconfitti dallo stesso destino. Tuttavia Sciascia, benché vittima e prigioniero dell’istituzione scolastica, ha la buona sorte di “stare dietro un tavolo e con la penna in mano”, e dunque non gli rimane che mettersi al servizio dei suoi alunni oppressi, raccontandone la condizione in modo antiretorico.

“Nel 1954 – spiega Sciascia nella prefazione delle Parrocchie di Regalpetra – sul finire dell’anno scolastico, mentre compilavo quell’atto d’ufficio che è, nel registro di classe, la cronaca (appena una colonna per tutto un mese: ed è come tutti gli atti d’ufficio, un banale resoconto improntato al tutto va bene) mi venne l’idea di scrivere una più vera cronaca dell’anno di scuola che stava per finire”.

In realtà, grazie a Matteo Collura, sappiamo che Sciascia nei suoi registri scolastici non ha mai scritto banali resoconti. Di particolare interesse è la prima cronaca mensile, dell’ottobre 1949, del giovane maestro: “Non è senza timore che inizio la mia opera di insegnante. La classe affidatami è numerosa, il che contribuisce ad accrescere il mio disagio. A questo primo brusco contatto l’opera educativa a cui mi ritenevo per esperienza libresca preparato e che perciò vagheggiavo perfetta, mi si presenta alquanto scoraggiante e difficoltosa”. Nessuna preparazione teorica può aiutare il maestro a risolvere problemi di ordine sociale ed economico, prima che pedagogico e didattico. “C’è da un lato la voglia – di noi insegnanti giovani – di rendere operanti i principi teorici che riteniamo più validi – scrive nel dicembre del 1950 sul suo registro-; e dall’altro il programma che attende di essere svolto senza dilazioni”.

E qui può risultare di un qualche interesse ricordare che la Sicilia ebbe un precoce, seppur breve, contatto con le innovative teorie dell’attivismo deweyano (Sciascia esplicitamente cita Dewey, in un capitolo delle Parrocchie), teorie che oggi vengono sempre più recuperate nel dibattito pedagogico. Carleton W. Washburne, seguace e collaboratore di John Dewey, nella sua veste di capo della commissione istruzione del governo militare alleato, fu infatti incaricato di occuparsi dell’elaborazione dei programmi delle scuole elementari siciliane nel ’43. E in quelli portò alcuni principi della pedagogia attivistica del learning by doing, dall’attenzione alla vita comunitaria come preparazione alla vita democratica all’individualizzazione del processo d’apprendimento per valorizzare i singoli talenti. Suscitando la più fiera opposizione delle autorità ecclesiastiche del tempo, Washburne si impegnò anche con successo nel non far rientrare nei programmi per la scuola italiana del ‘45 la formula concordataria dell’insegnamento religioso, proponendolo piuttosto come “spontanea adesione ai principi del Vangelo”. Ma la formula concordataria, che prescriveva l’insegnamento religioso come “fondamento e coronamento secondo la forma ricevuta dalla tradizione cattolica”, è stata puntualmente ripresa nei programmi del ’55.

Tornando alle Cronache, quel che conta notare è che anche nei registri scolastici la protesta di Sciascia contro un sistema sostanzialmente auto-referenziale e prescrittivo a prescindere, è inequivocabile. Decisamente nei suoi registri non c’è traccia del retorico tutto va bene, al quale purtroppo anche oggi sono generalmente improntati i documenti scolastici.

Si chiarisce però il senso della contrapposizione tra racconto e atto burocratico su cui l’autore insisterà anche in seguito: questa contrapposizione vuole informare che la scrittura delle Cronache scolastiche, in quanto testo letterario, si configura come contro-scrittura in opposizione alla banalizzante retorica dell’apparato istituzionale. Un’intenzione che, saldandosi alle ragioni più intime dell’uomo e all’esperienza diretta del maestro, trova qui la sua espressione più urgente e autentica.

“La tua cosa più forte restano Cronache scolastiche – scrive Calvino a Sciascia nel 1957, commentando l’uscita delle Parrocchie -. E’ una cosa che esce dalla letteratura documentaria di questi anni, perché non c’è solo il documento, ma ci sei tu dentro che guardi”. Calvino coglie così la ricchezza delle motivazioni da cui le Cronache scaturiscono. Le motivazioni di un maestro, di uno scrittore, di un intellettuale.