Ride bene chi riderà prima del 2030.
Come raccontare la crisi climatica

Crisi climatica

Che cos’è l’umorismo? E quanto può aiutarci oggi ad affrontare questioni enormi, difficilmente sostenibili con gli strumenti individuali, come la crisi climatica? Pirandello che sull’umorismo ha scritto un saggio, non molto fortunato tra i suoi contemporanei, dice che esso “inevitabilmente scompone, disordina e discorda” perché comincia con una risata e finisce con aria seria. Antonio Disi, architetto, ricercatore all’ENEA, studioso dell’efficienza energetica e delle umane debolezze, nel suo sperimentare nuovi linguaggi per raggiungere il grande pubblico sui temi dell’emergenza ambientale, indaga anche questo, apparentemente eterodosso, registro stilistico.

di Antonio Disi

Verba vana aut risui apta non loqui [Non pronunciare parole vane che inducano al riso] – urlava agli amanuensi del monastero Jorge da Burgos, l’anziano bibliotecario cieco de Il nome della Rosa, romanzo senza tempo di Umberto Eco. E mi è sembrato quasi di udirle quelle parole, all’ultimo convegno pre-vacanziero sulla biodiversità e il cambiamento climatico a cui ho partecipato.

I volti annoiati e tristi dei presenti erano riversi, insieme ai rispettivi corpi, sulle poltroncine in velluto rosso alla ricerca di posizioni comode per passare le interminabili ore che li separavano dalla fine dell’evento. Nel frattempo, relatori avulsi dal contesto e armati di puntatori laser di ultima generazione, facevano scorrere un numero imprecisato di slide con sfondi dai toni celeste acqua favorendo, non si sa quanto consciamente, il torpore generale.

Ma perché? – mi sono chiesto – Cosa impedisce a quell’esimio e grigio accademico di alleviare le nostre sofferenze con una frase del tipo: “Ad alcune persone piace prevedere il futuro guardando dentro sfere di cristallo. Ma, per qualche strana ragione, gli scienziati usano modelli climatici”. Niente di eccezionale, intendiamoci. Nulla a che vedere con la stand up comedy delle star della comicità, ma sarebbe stato sufficiente un po’ di sano umorismo per rendere memorabile quel convegno, senza sminuirne il valore scientifico. Almeno credo.

Vi confesso che l’umorismo mi ha sempre affascinato. Lo trovo una componente irrinunciabile della condizione umana, ancor più quando esso sembra logicamente fuori luogo, mentre emotivamente si adatta bene alle circostanze. In più, l’umorismo è uno dei modi più diffusi e primordiali attraverso cui le persone si connettono e gioca un ruolo centrale e necessario nella nostra vita di comunità.

Senza poter ridere, o sorridere, una convivenza sociale troppo seria e austera non potrebbe mai essere sostenuta. Diverse ricerche suggeriscono che l’umorismo fa altrettanto bene sia al nostro benessere interiore che al benessere sociale in termini di gestione dello stress consentendoci, persino, di trasformare le nostre visioni del mondo.

Purtroppo, fin dall’antichità, lo humor non ha mai goduto di una buona reputazione. I filosofi dell’antica Grecia hanno scritto molto poco dell’umorismo, condannandolo come violento, malevolo e moralmente discutibile. Non è andata meglio nei secoli successivi quando i pensatori occidentali più influenti quali Aristotele, Epitteto, Basilio il Grande e Crisostomo, Hobbes e Descartes e i Puritani inglesi hanno obiettato dell’umorismo per un paio di millenni.

Il motivo principale, comune un po’a tutte le posizioni, è riassunto in quella che oggi è conosciuta come la Teoria della superiorità. L’idea centrale di tale pensiero è che le nostre risate esprimano sentimenti di superiorità rispetto a esseri naturali e soprannaturali o ad un nostro precedente status, finanche rispetto alla disgrazia che abbia potuto colpire qualcuno che conosciamo.

In realtà non si comprende perché, nonostante questa cattiva reputazione dell’umorismo, la commedia abbia continuato a prosperare nel settore dell’intrattenimento e le applicazioni dell’umorismo abbiano derivato influenze così profonde dalle commedie dell’antica Grecia, dalla nostra commedia dell’arte, da Shakespeare e dalla pantomima. È molto probabile che il disprezzo per la comunicazione umoristica fosse presente soprattutto nelle istituzioni per l’apprendimento superiore, nella religione e nelle opinioni dei potenti dell’epoca.

Fortunatamente, negli ultimi anni, contrariamente a quanto accaduto negli ultimi secoli, una certa ricerca internazionale si è attivata per individuare i possibili vantaggi nell’uso di una comunicazione umoristica, in particolare nel settore ambientale.

Il primo dei benefici individuati riguarda il fatto che l’umorismo possa promuovere un impegno attivo nei confronti dei cambiamenti climatici incoraggiando la riflessione, l’indagine e l’azione. Il secondo beneficio riscontrato è che un tono umoristico o satirico potrebbero aiutare ad abbassare la guardia, riducendo il senso di sopraffazione, spavento o colpa che sono tipiche rappresentazioni culturali dei cambiamenti climatici.

Quindi, è importante che impariamo a ridere e a far ridere del cambiamento climatico soprattutto perché la crisi climatica non terminerà domani e neanche dopo domani, anche se fossimo capaci di partire subito con un programma per risolverla molto presto. E l’umorismo può essere un meccanismo per far fronte a questa situazione. Potrà aiutarci ad affrontare un problema così schiacciante da farci sentire piccoli, depressi o futili e trovando il modo di sopravvivere al dolore e alla perdita di così tante cose che attualmente diamo per scontate.

Oppure, lo humor potrà essere un modo eccellente per raggiungere un pubblico più vasto e coinvolgere le persone meno interessate all’argomento soprattutto per la capacità insita di promuovere l’attenzione nel nostro ambiente mediatico attualmente molto affollato e rumoroso.

Insomma, ride bene chi riderà prima del 2030, anche perché, come dice il saggio Guglielmo da Baskerville: “Il riso è proprio dell’uomo, è segno della sua razionalità[..] serve a confondere i malvagi e far rifulgere la loro stoltezza”. E di questi tempi, ce n’è davvero molto bisogno.