Venezia 76. Diario dal Lido
di un accreditato stampa

Venezia 76

Per i cinefili di lunga data come il sottoscritto, la Mostra del Cinema di Venezia è come le vacanze di Natale. Dopo averle attese tutto l’anno, si punta tutto su quelle due settimane per ricaricare le energie mentali e smaltire lo stress della quotidianità, lasciando fuori dalla propria esistenza tutto ciò che accade all’esterno. E non si fa in tempo a iniziare a sentirsi meglio che, in un battito di ciglia, è già tutto finito.

Il tempo, al Lido, sembra scorrere diversamente. È una terra che vive tutto il calendario in dodici giorni, per poi tornare a un placido torpore nei restanti 353. Ed è un’isola, il luogo perfetto per estraniarsi dal mondo. In quel periodo si cerca di vedere tutto, di abbuffarsi di film, eventi, conferenze. Una full immersion nel mondo del cinema. La mente ne esce rigenerata, il fisico un po’ meno. Il riposo e l’alimentazione passano in seconda linea con le tempistiche convulse della Mostra. Ma metto tutto in conto, in fondo ne vale la pena.

Frequento la Mostra dal 2004, fin da quando ero un giovanissimo studente senza nessun accredito e andavo avanti a biglietti omaggio sopportando file interminabili. Era un’emozione enorme, allora, essere al Lido. E la è rimasta oggi, che sono accreditato stampa, ma la mia passione per il cinema è sempre la stessa. Venezia 76 non farà eccezione.

Puntualmente sbarco al Lido nel giorno della preapertura. Il tempo di sistemarmi in casa, di ritirare l’accredito, di mangiare un boccone e la sera sono già in Sala Darsena per assistere alla prima proiezione: il restauro di Estasi, un film del 1933 interpretato da Hedy Lamarr. Un’opera che fece scandalo per la prima scena di nudo integrale femminile della storia del cinema. Si racconta che il marito dell’attrice, in un impeto di gelosia, cercò di comprarne tutte le copie per toglierle dalla circolazione. Evidentemente non ci riuscì.

Il mattino dopo, si comincia con le proiezioni stampa. Per la maggior parte, si svolgono tra la Sala Darsena e la Sala Grande, le due sale più confortevoli. La nuova sigla animata, che porta la firma di Lorenzo Mattotti, è un buon biglietto da visita per Venezia 76. Il mio obiettivo, per quest’anno, è riuscire a vedere tutti i film in concorso per poter poi valutare con piena cognizione, al momento della premiazione, se condivido o meno le decisioni della giuria. Obiettivo fallito, per l’ennesima volta. Di ventun film, quattro non riesco a vederli. Tentare di recuperarli ad altre proiezioni scatenerebbe un effetto domino che preferisco evitare.

Ogni giorno, tra una proiezione e l’altra, mi dirigo verso il Palazzo del Casinò, quartier generale della stampa, e saluto amici e colleghi. Ci scambiamo pareri su quanto appena visto, con la mente aperta all’ascolto. L’accredito al collo annulla le distanze geografiche, culturali, professionali. Unisce le diversità nel nome della passione condivisa per il cinema. Le sole divergenze che emergono, e su cui è concesso discutere, ma sempre nel rispetto reciproco, riguardano il giudizio sui film in rassegna. Tutto il resto è sospeso.

Venezia 76
Il panorama della Sala Stampa del Palazzo del Casinò

Mi sento a casa quando entro in Sala Stampa. Quel luogo di concentrazione e creazione in cui la Mostra diventa racconto scritto. È lì che vengono concepite le prime recensioni che, inevitabilmente, sposteranno le opinioni sui film presentati. A Venezia, a partire dalla scorsa edizione, vige una ferrea regola di embargo: ogni accreditato stampa si impegna a non pubblicare alcuna recensione, commento o critica su qualsiasi mezzo di comunicazione fino al momento dell’inizio della prima proiezione ufficiale al pubblico di ogni film. Un’ultima difesa dall’incontinenza da social che caratterizza la contemporaneità. Giusto così.

Se, per il pubblico generico, l’immagine della Mostra per eccellenza è il red carpet, per noi accreditati è il panorama delle finestre della Sala Stampa. È rilassante affacciarsi a orari diversi e guardare il mare. Quando si resta a lungo a scrivere, e non ci si accorge di nulla di ciò che accade fuori, basta osservare il cielo all’esterno per capire che, forse, ci si sta perdendo, ed è l’ora di mettersi in fila per la prossima proiezione.

Un momento irrinunciabile sono le conferenze stampa. È sempre bello incontrare a pochi metri di distanza attori e registi, e sentirli raccontare di persona i loro film. Un bel passo in avanti rispetto a una decina d’anni fa, quando li potevo vedere solo di sfuggita, dopo lunghi appostamenti con gli amici. O, se si era fortunati, alle proiezioni serali in Sala Grande, che assumevano così un fascino indescrivibile che si estendeva agli stessi film, a prescindere dal loro valore effettivo. Per fortuna, anche se questo è il mio ottavo anno da accreditato stampa, l’effetto è rimasto lo stesso. Non ci si abitua mai a certe emozioni.

A Venezia 76 vedo tanta, tantissima gente. Nel weekend le file per accedere alle sale sono lunghissime. Non ricordo una simile affluenza dal 2012. Ragazze e ragazzi che portano al collo l’accredito verde, quello culturale, spuntano dappertutto. Si dice che ne sono stati accreditati 500 più dell’anno scorso, e si nota. Anche la stampa ha molti rappresentanti in più. Vengo rimbalzato fuori da una proiezione con il pubblico, dove la gerarchia di accredito è annullata, e ricordo i tempi in cui erano più le volte in cui restavo fuori di quelle in cui riuscivo a entrare, tranne che nel poco confortevole PalaBiennale, la tensostruttura riservata al pubblico pagante e agli accrediti culturali.

Ed è proprio a quel periodo che mi riporta l’abitudine di comprare il pranzo all’alimentari della Monia lì accanto. Un luogo tempestato di fotografie dei clienti più storici. Da qualche parte, dovrebbe esserci anche la mia. In quella piccola bottega, le star non sono gli attori, non sono i registi. Siamo noi amanti del cinema.
La pausa pranzo si consuma al Parco delle Quattro Fontane, dove l’unico tavolo di legno all’ombra diventa luogo di conoscenze e di scambi di opinione. Da lì, tappa fissa per un caffè al Chiosco Ai Soci, dove si è accolti con un sorriso, lo staff è sempre pronto a scambiare quattro chiacchiere e si può ascoltare della buona musica.

Venezia 76
Il Parco delle Quattro Fontane

Le giornate trascorrono a ritmo serrato. Si guardano film, si discute, si scrive il pezzo, ci si ripensa, lo si modifica prima che vada online. Poi si resta a chiacchierare fino a tarda notte.
Quasi mai inseguo i divi al di fuori della sala conferenze. Solo una sera, per caso, vengo a sapere che è arrivata Sienna Miller, a cui verrà assegnato il Premio Kinéo, e faccio un salto all’Hotel Excelsior per incontrarla dal vivo. Per lei sono disposto a rinunciare a una proiezione. Il momento da fanboy dura poco. Il tempo di qualche scatto, e rientro in sala.

Per il resto, cerco di prestare attenzione a tutto il contesto. Soprattutto a quelle persone che rendono possibile che la Mostra si svolga per il meglio, ma di cui nessuno parla. Mentre attendo l’arrivo del cast di un film in concorso, in Sala Grande, osservo il red carpet dall’interno e l’attenzione mi cade sulla cerimoniera. Quella piccola donna dall’abito scuro che, da almeno un decennio, fa gli onori di casa, accogliendo registi e attori e scattando loro fotografie. Una professionista vera. Al pari dei bodyguard, quegli omoni in giacca e cravatta che, con la loro mole, infondono un assoluto senso di protezione.

Il penultimo giorno di Mostra, una protesta di attivisti invade il red carpet, per dire no alle grandi navi in Laguna. Si scandiscono slogan a favore dell’ambiente e contro il cambiamento climatico. La manifestazione si svolge pacificamente e ottiene l’endorsement di Mick Jagger e Donald Sutherland, due signori ormai anziani che gli anni della protesta li vissero in prima persona.
Questo non è che un piccolo richiamo alla realtà. Nel frattempo stanno succedendo un sacco di cose fuori dal Lido. Ma non è ancora il momento di pensarci.

E si arriva così al giorno della premiazione. È dai tempi di The Wrestler, uscito vincitore nel 2008, che non rimango così soddisfatto dell’assegnazione del Leone d’oro. Joker è veramente il mio film del cuore di Venezia 76. L’umanità che Joaquin Phoenix riesce a infondere al personaggio basterebbe da sola per legittimare il premio. È la prima volta che un film tratto da un fumetto ottiene il massimo riconoscimento in una mostra d’arte cinematografica antica come quella di Venezia. Esco per l’ultima volta dalla Sala Stampa con il sorriso.

Trascorro la serata finale a cena con gli amici. Cerchiamo di tirare le somme di quanto visto quest’anno, ma la conversazione prende altre direzioni, verso figure pittoresche che, da tempo remoto, popolano la Mostra. Ci scambiamo racconti e aneddoti. Ridiamo di gusto. Ci concediamo un’ultima passeggiata sul Lungomare, costeggiando un red carpet ormai non più illuminato, per poi rientrare a casa presto e tentare di riposare un po’, in attesa del viaggio di ritorno.
Il Lido si prepara a tornare alla normalità. E noi con lui. Cala il sipario su Venezia 76. Inizia il conto alla rovescia per Venezia 77.