Il Museo di Geografia di Padova.
Per un racconto dei territori sempre nuovo

Museo di Geografia

Domani, 3 dicembre, verrà inaugurato a Padova il Museo di Geografia, unico in Italia e in Europa. E non è un caso che sia proprio l’Università patavina a farsi promotrice di questa iniziativa, che va ad inserirsi nel solco di una tradizione accademica illustre, che vede qui l’istituzione di una delle prime cattedre di Geografia dell’Italia unita.

Il primo a ricoprirla è stato Giuseppe Dalla Vedova (1834-1919), uno dei fondatori della geografia moderna, che fu anche presidente della Società geografica italiana. In seguito, hanno insegnato a Padova Luigi De Marchi (1857- 1936), studioso di oceanografia, idrografia, meteorologia e climatologia – presidente della prima Commissione internazionale sui cambiamenti climatici – e Giuseppe Morandini (1907-1969), ricercatore geografo del CNR, membro di numerose spedizioni geografiche internazionali. Tutti geografi che hanno contribuito a delineare lo studio della geografia come una disciplina integrale, fatta soprattutto di ricerca sul campo, che indaga sia il fattore fisico, e incrocia così le scienze naturali, sia il fattore antropico in un confronto continuo con le discipline umanistiche e le scienze sociali.

Di questa ricca eredità culturale il nuovo Museo di Geografia fa tesoro. A partire dall’organizzazione delle sale espositive: attraverso una collezione tra le più importanti d’Italia costituita da strumenti di misurazione, carte murali, atlanti, mappamondi, globi terrestri e celesti, plastici, fotografie e documenti, il Museo propone un viaggio in tre tappe, ricondotte alle tre parole chiave “Esplora”, “Misura”, “Racconta”. Il materiale viene presentato in un allestimento articolato in tre sale: sala Clima, incentrata sulla misurazione dei fenomeni atmosferici e della ricerca glaciologica, con un grande globo digitale al centro della sala; sala Esplorazioni, dedicata alle esplorazioni geografiche, tra reperti antichi e moderni strumenti tecnologici; e sala delle Metafore, che avvalendosi di un percorso multisensoriale immersivo attraverso luci, immagini, filmati, suoni e profumi, conduce il visitatore verso gli sviluppi più innovativi degli studi geografici contemporanei, per una definizione multidimensionale e multidisciplinare di luogo, territorio e paesaggio.

La finalità del Museo di Geografia, difatti, non è soltanto custodire ed esporre oggetti e documenti del passato, ma, partendo da lì, accompagnare il visitatore in un percorso di conoscenza di una disciplina in continua evoluzione teorica e metodologica. Una disciplina che nella sua declinazione contemporanea si propone di studiare i luoghi, le regioni, il mondo sia in termini sincronici, come sono oggi (o in un momento individuato), sia in termini diacronici, come nel tempo si sono stratificati e sedimentati per diventare quello che sono oggi.

Le collezioni del Museo patavino, che è un museo che nasce in ambito universitario e pertanto è per sua stessa natura strettamente orientato alla dimensione della ricerca, si propongono proprio questa finalità: testimoniare e raccontare gli sviluppi del pensiero geografico, procedendo dal determinismo ambientale, della fine del XIX secolo, al “cultural turn” degli anni ’90 del secolo scorso. Una “svolta culturale” decisiva in ambito geografico, che ha consentito di superare una concezione della disciplina legata soprattutto all’individuazione di leggi universali e oggettive applicabili a qualsiasi realtà indagata.

Una rinnovata concezione della cultura, intesa come insieme di pratiche ereditate e di conoscenze acquisite, ma anche come dimensione progettuale fatta di traiettorie di sviluppo da seguire in futuro (e di tutte le scelte fatte nel passato), ha difatti consentito alla geografia di recuperare il suo tradizionale interesse per i luoghi e per le loro caratteristiche di specificità. Perché il territorio, in scala via via sempre più ampia, è il luogo geografico dove si esercita e si connota l’insieme dei rapporti materiali, fisici, sociali, storici e di prospettiva di una comunità. Perciò luogo, territorio e paesaggio – risultante dalle caratteristiche naturali, ma anche dall’azione e dalla percezione dell’uomo – sono gli oggetti di studio privilegiati della geografia oggi. Una geografia sempre più orientata verso quella multidisciplinarietà che la sezione Racconta del Museo così efficacemente mostra al visitatore e che soltanto una funzione narrativa può restituire nelle sue molteplici sfaccettature.

Anche qui, il dipartimento di Geografia dell’Università di Padova, pronta a festeggiare nel 2022 i suoi primi ottocento anni di storia, sta svolgendo una funzione da apripista, fra l’altro avvalendosi dell’introduzione negli studi geografici del concetto di cronotopo (Marina Bertoncin, 2004). Un concetto che grazie a Michail Bachtin era già uscito dal perimetro della fisica, in cui pure era nato, ad indicare un’unità spazio-temporale, per diventare una categoria di indagine filosofico-letteraria estremamente produttiva per comprendere il senso di spazio e tempo narrativi e delineare così la nascita e lo sviluppo del romanzo moderno. E che ora promette di diventare una produttiva categoria di indagine anche in ambito geografico, sia per condurre ricerche sul campo, sia per elaborare nuove strategie di comunicazione e di didattica della geografia, soprattutto antropica.

Coerentemente con la sua tradizione, grande rilevanza all’interno del Museo, diretto dal professor Gianluigi Baldo, ha lo spazio dedicato ai laboratori didattici, che fin dal 2007 impegnano il Dipartimento di Scienze storiche, geografiche e dell’Antichità e che sono frutto di una proficua collaborazione con l’Associazione Italiana Insegnanti di Geografia (AIIG), fondata a Padova nel 1952.
Si tratta di un’attività che l’Ateneo patavino ha sentito ancora più necessaria e urgente a fronte del trattamento al limite della svalutazione che la geografia ha subito nel panorama scolastico e universitario italiano. Anzi, come chiariscono Mauro Varotto, responsabile scientifico del Museo, insieme a Lorena Rocca, Chiara Gallanti, e Giovanni Donadelli, che hanno seguito il progetto fin dall’inizio, “l’idea stessa del Museo di Geografia trova origine proprio nella volontà di impedire che il patrimonio materiale dell’Ateneo potesse essere disgregato e disperso alla luce del nuovo assetto dipartimentale seguito alla legge 240 del 2010 (legge Gelmini)”.

Completano gli spazi espositivi del Museo, che ha sede nel prestigioso palazzo Wollemborg, in via del Santo, nel centro cittadino, una sala per mostre temporanee, un salone per eventi e conferenze pubbliche. L’apertura del Museo ha determinato anche un generale riassetto e valorizzazione delle tre aule didattiche, dove ora sono esposti materiali legati alla ricerca in Adriatico, Africa e Alpi; del grande scalone d’accesso, con l’opera dal titolo “Nova Pangea”, disegnata dall’artista Isacco Saccoman; e dell’archivio della biblioteca, che ospita ora la ricca collezione di plastici storici.

L’evento inaugurale del Museo si terrà presso l’Aula magna di Palazzo Bo, dalle ore 10 alle 14, e sarà aperto dai saluti istituzionali e dagli interventi introduttivi di Mauro Varotto, Chiara Gallanti e Giovanni Donadelli. A seguire, il filosofo della scienza Telmo Pievani traccerà un percorso “Da Von Humboldt a Bo2022”, mentre tre ospiti si misureranno con l’attualità della disciplina geografica: l’esploratore e speleologo Francesco Sauro risponderà alla domanda “Cosa resta da esplorare?”, il climatologo e divulgatore scientifico Luca Mercalli a “Cosa resta da misurare?”, e la fotografa e giornalista Monika Bulaj a “Cosa resta da raccontare?”.

Dal 13 al 21 dicembre il Museo sarà aperto al pubblico gratuitamente su prenotazione. Per maggiori informazioni cliccare qui