Cameriere, ha un tavolo per 10 (miliardi di persone)?

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Consumiamo troppo e troppo velocemente le risorse del pianeta. Il concetto sembrerebbe piuttosto evidente ma c’è sempre qualcuno che sovrappone numeri, s’infila nelle difficoltà di produrre dati se non previsionali, dice di tutto e qualcosa di più. Per ragionare in modo concreto su parametri riconoscibili e riproducibili, nel 2009 il geofisico svedese Johan Rockström ha elaborato una metodologia, la Teoria dei nove limiti planetari.

Si tratta di stabilire nove soglie ambientali che le attività antropiche non dovrebbero superare per conservare inalterato l’equilibrio del nostro pianeta. Su questi parametri, i ricercatori del Potsdam Institute for Climate Impact Research in Germania hanno condotto un’analisi, rivelando in un recente articolo su Nature Sustainability come l’essere umano oggi sfori almeno 4 di questi 9 limiti ambientali, quelli più direttamente collegati alla produzione di cibo, ovvero il mantenimento della biodiversità, l’uso sostenibile di acqua dolce, il ricorso limitato all’azoto in agricoltura e alle pratiche di disboscamento. Beh, se oggi come oggi dovessimo rispettare i limiti di sostenibilità identificati da Rockström senza modificare il sistema agricolo attualmente praticato, saremmo in grado di sfamare solo 3,4 miliardi di persone su oltre 7 che popolano il pianeta (secondo una dieta bilanciata da 2,355 kcal pro capite al giorno).

Quale futuro per la Terra, allora? I ricercatori dell’Istituto tedesco propongono una road map non solo per raggiungere un equilibrio nelle condizioni attuali di vita, ma per offrire possibilità di una sopravvivenza sostenibile anche nel futuro. Si comincia da quattro suggerimenti, di necessaria e immediata applicazione, fondati sul principio della redistribuzione. Primo: ripristinare le produzioni tradizionali in quei territori dove più del 5% delle specie risulta minacciato dalle attività umane. Secondo: nelle zone dove sono state abbattute oltre l’85 per cento delle foreste, restituire terreno alla natura. Terzo e quarto: ridurre il consumo idrico e la concimazione a base di prodotti azotati in modo proporzionale, ovvero spostandoli dai territori in cui sono in eccesso come l’Europa e alcune aree della Cina ad altri, come le regioni dell’Africa sub-sahariana e degli Stati Uniti occidentali, in cui c’è ancora spazio per una crescita. Secondo i ricercatori basterebbe, infatti, riorganizzare secondo questa logica le tecniche agricole attuali per offrire una alimentazione sostenibile alle oltre 7 miliardi di persone che compongono oggi la popolazione mondiale.

Già, ma le Nazioni Unite stimano che nel 2050 sul pianeta ci saranno ben 10 miliardi di persone. Ecco, allora, che la semplice riorganizzazione della produzione agroalimentare non basterà più. Il passo successivo dovrà coinvolgere direttamente un cambiamento nelle nostre abitudini. Sempre che il riscaldamento globale non superi la soglia di +1,5°C rispetto alla temperatura media attuale, i parametri sui quali occorrerà presto operare riguardano essenzialmente la necessaria riduzione del consumo pro capite di carne e, soprattutto, dello spreco alimentare: si stima, infatti, che circa il 30% del cibo prodotto venga buttato via ancora prima di finire sulla tavola. Ecco, allora, che al di là di dati e ricerche, la sfida passa per la testa delle persone. E per la tecnologia che è chiamata, una volta di più, a produrre nuove soluzioni sia per quanto riguarda il risparmio energetico, sia nello sviluppo di sistemi agroalimentari compatibili con la nostra permanenza sul pianeta.