Giampaolo Pansa, il magnifico cronista che non sarà ricordato per questo

Giampaolo Pansa
Di Antonio Giovanni Colombo, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=12959119

Giampaolo Pansa, morto a Roma il 12 gennaio 2020, è stato un grande cronista e un lucido commentatore della politica italiana. Eppure, rischia di essere ricordato solo per le opere scritte nell’ultima parte della sua vita, a cominciare da “Il sangue dei vinti” (2003), e per le aspre polemiche che hanno suscitato proprio negli ambienti culturali dai quali proveniva. Giovanni Franchini riflette sulla figura di Giampaolo Pansa per tutto quello che è stata, e ha rappresentato, nella storia del giornalismo italiano.

di Giovanni Franchini

“Roma, 23 febbraio 1980. Caro X, il tuo pezzo di ieri è nettamente inferiore alla tua capacità e all’importanza del fatto di cronaca che ti era stato affidato… Fin dalle prime righe il servizio deve portare il lettore al centro dell’atmosfera di quanto è accaduto. Ha bisogno di una prosa adeguata. Di una descrizione dei personaggi da far rivivere sulla pagina, con i loro sentimenti, le loro angosce, i loro dolori, la loro violenza… Fare il cronista non è un mestiere facile, richiede spessore umano, intuito, rapidità, cultura”.

La lettera, tratta da: “Il Revisionista”, di Giampaolo Pansa, racconto dei suoi anni a Repubblica, è di Eugenio Scalfari ed è diretta ad un suo redattore. In poche dense, dirette ed esatte righe, contiene la perfetta descrizione e l’essenza del giornalismo di cui Giampaolo Pansa è stato uno dei massimi artefici.

Pansa era unico e inimitabile. Nella cronaca (“Vi sto scrivendo da un paese che non esiste più”, un attacco, come si dice in gergo, che oggi viene citato in tutte le scuole di giornalismo), nel ritratto, nel reportage, e soprattutto nella scrittura. I suoi non erano pezzi, erano sempre racconti, spesso semi-satirici, che leggevi sorridendo, spesso cercando di anticipare dove sarebbe andato a parare, ma sbagliando, perché sapeva sempre sorprenderti. I suoi soprannomi hanno fatto scuola, il Coniglio Mannaro, il Parolaio Rosso, le Truppe mastellate, la Balena bianca.
Le sue rubriche, a cominciare dal Bestiario sull’Espresso di Claudio Rinaldi, valeva da solo tutto il giornale, o come la celebre “Chi sale e chi scende”, poi imitata da tutti i giornali, dai quotidiani ai mensili.

I suoi libri, “Carte false”, “lo Sfascio”, “l’Intrigo”, soprattutto quest’ultimo sulla guerra di Segrate tra Berlusconi e De Benedetti, cronaca straordinaria in diretta dalle stanze di Repubblica, con Scalfari stretto tra Pansa, che vedeva il Cavaliere come il male assoluto e Giorgio Bocca che invece diceva “E va’ bè e che sarà mai avere Berlusconi come editore, facciamolo prima provare, poi nel caso ce ne andiamo dopo”.

La grandezza di Pansa sta anche nell’essere stato allevato dal gotha del giornalismo italiano, da direttori-mito, i creatori del giornalismo italiano. Giulio De Benedetti alla Stampa, Piero Ottone al Corriere, Eugenio Scalfari a Repubblica, Rinaldi all’Espresso. Se non eri un fuoriclasse non ci potevi giocare in questo campionato, e Pansa un fuoriclasse lo è stato. Il suo stile di scrittura, fluido, denso, preciso, incapace di annoiare e capace di tenere attento il lettore anche lungo un pezzo di diecimila battute, che ti bevevi in un fiato come se fosse una breve di cronaca, era un miracolo.

Poi, come sanno tutti, si è come perso. Nel 2003 decide di scrivere “Il sangue dei vinti”, riproponendo il tema delle uccisioni sommarie praticate dai partigiani durante la guerra civile, dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945. Ne ottiene un grande plauso da destra e feroci critiche da sinistra, come è normale in un caso del genere. Ma per lui, evidentemente, normale non è, e reagisce male, parlando di censura, di ostracismo inaccettabile, di tabù che la sinistra ufficiale non tollera vengano rivelati. E’ come se se la legasse al dito. In pochi anni ne scrive altri quattro di libri sulla Resistenza, e sempre in senso revisionista: saggi, romanzi, ricostruzioni, sempre più astiosi e soprattutto sempre meno precisi, sfuocati, sconnessi. Come in una sorta di vendicativa crociata contro un mondo di cui aveva fatto pienamente parte e di cui adesso non c’era altra soluzione che una traumatica separazione. Comincia il suo progressivo abbandono da tutta l’area culturale che aveva sempre occupato, mentre da sinistra gli sparano a palle incatenate accusandolo di ogni nefandezza storico-culturale: fonti inattendibili, autori squalificati, immondizia revisionista elevata a rango di pubblicistica autorevole. Una polemica sempre più violenta, tipica in un paese come il nostro che appare incapace di fare i conti col proprio passato, senza doversi delegittimare a vicenda, in uno scontro che diventa sempre più personale.

“Il trascorrere degli anni ha cancellato i rapporti tra noi. Per colpa mia o per colpa sua? Forse per colpa di entrambi. Quando morì Rocca, ci ritrovammo a dare l’ultimo saluto a un amico che, con Barbapapà, aveva costruito più di chiunque il successo di “Repubblica”. Nella cerimonia al cimitero del Verano, andai a stringere la mano a Eugenio. Ma lui se ne restò seduto e sembrò non riconoscermi. Non ne rimasi stupito. Era il febbraio 2006 e avevo già cominciato a pubblicare i miei lavori revisionisti. Sapevo che a Scalfari non erano piaciuti. L’aveva fatto capire nel rispondere a una lettrice del “Venerdì”, il supplemento settimanale di “Repubblica”. Quella signora gli aveva chiesto se avrebbe letto un mio libro uscito in quei giorni. Eugenio rispose di no. E si disse certo che non potevo aver raccontato nulla di nuovo”. Questo il ricordo amaro e consapevole che pubblica su “Il Revisionista”.

Non gli resta allora che abbandonare anche l’Espresso e portare il suo Bestiario sulle colonne dei quotidiani di destra. Ma non è più la stessa cosa. La sua magnifica scrittura fluida, arguta, ficcante, appare appannata, faticosa, stentata. Il colpo finale è la morte dei figlio 55enne Alessandro a cui dedica un commosso saluto in cui la sua tristezza appare tracimare da ogni riga.
Una vita passata ad essere eccellenti e un triste crepuscolo, fatto di rabbia assoluta che offusca lucidità e intelligenza, non si sa bene verso chi e perché. Lo stesso destino di Oriana Fallaci. È la triste vecchiaia di molti. Lo è stata anche di Giampaolo Pansa.

(di Giovanni Franchini)