Musica social periferico

musica
Immagine di kropekk_pl tratta da Pixabay

Nella società contemporanea, dominata dai social network, si sente tanta musica. Eppure non la si ascolta veramente. Quali sono i fattori che hanno reso il ruolo della musica così marginale nella nostra vita? Pubblichiamo la riflessione con la quale Giuseppe Cesaro cerca di offrire una risposta a questo fenomeno.

È curioso: nell’era dello strapotere social, il primo, il più straordinario e l’unico davvero universale social network della Storia, è confinato in un angolo. Udito da tutti, ascoltato da nessuno. O quasi. Parlo della musica, ovviamente. L’unica lingua al mondo che tutti capiscono e possono parlare. Persino quelli non la conoscono e non l’hanno mai studiata. L’unica che – con soli dodici “lemmi” – raggiunge vette di poesia che rimangono precluse a lingue bellissime e nobilissime, che possono contare su centinaia di migliaia di parole. L’inglese – ad esempio – ne ha più di un milione, di cui circa 170mila di uso comune; l’italiano supera addirittura i due milioni, con un “patrimonio lessicale” compreso tra 215 e 270mila unità. Eppure la musica dice di più. E meglio. Straordinaria, non vi pare?

Non c’è mai stata così tanta musica, eppure è come se non ce ne fosse affatto. È ovunque ma in nessun posto, dal momento che, anche se la sentiamo dappertutto – ascensori, sale d’attesa, mezzi di trasporto, stazioni, ospedali, uffici, negozi, supermercati, centri commerciali… – non la ascoltiamo mai.

E il dramma è che non la incontriamo nemmeno nelle rare occasioni nelle quali usciamo a cercarla. Nei locali dell’osceno “quanta gente mi porti?”, si rumina, si beve e si schiamazza, senza ascoltare, se non distrattamente. Nei palasport o negli stadi, anche volendo ascoltare, non si può. Il suono fa quello che può, umiliato dall’acustica di quegli spazi e sommerso dalle urla del pubblico. Paghi (profumatamente) per sentire il Boss, McCartney, Liga o Vasco ma sei costretto a sorbirti i cori – stonati e invariabilmente fuori tempo – di orde di gitanti, che sembrano lì solo per dimenarsi ai ritmi suggeriti da infaticabili animatori di mega-villaggi-vacanza. Ve lo immaginate cosa succederebbe se, al momento nel quale il direttore d’orchestra dà l’attacco de la Quinta di Beethoven, tutto il pubblico si alzasse in piedi, cantando: “Dà-dà-dà-daaa, Dà-dà-dà-daaa!”? E non provate a obiettare che quella è musica classica. Esiste un solo tipo di musica: quella “bella”. Nel senso più alto e completo del termine, ovviamente. L’altra, semplicemente, non è musica. La verità è che, dopo tutto quello che lei ha fatto per noi, noi – che pure siamo il paese della musica – non siamo nemmeno stati capaci di regalarle una “casa” degna di questo nome.

A tutto questo si aggiunge il fatto che i concerti nemmeno li guardiamo, ipnotizzati come siamo dai display degli smartphone nei quali li registriamo. Registrazioni che non guarderemo mai. Chi ne ha tempo e voglia? E, poi: che senso avrebbe? Guardare il dvd della Cappella Sistina non è certo come visitarla. E rigirarsi tra le dita una cartolina della Venere di Milo o del David di Michelangelo, non è affatto come fermarsi qualche minuto davanti a loro, per lasciarsi illuminare dall’incommensurabile bellezza che dispensano. E così, mentre il nostro smartphone registra il concerto, noi perdiamo proprio quel momento che ci illudiamo di catturare e rendere immortale grazie a un clip. Follia.

Come siamo arrivati fino qui? Non lo so, confesso. Le cause sono tante. Troppe. La corona (di spine) di un “rosario” che abbiamo recitato, inutilmente, mille e mille volte. Una cosa, però, è certa: la colpa è nostra, non della musica. “All things must pass”, cantava George Harrison. Aveva ragione. E nemmeno l’arte delle arti può fare eccezione. Purtroppo. È vero: la sua vis creativa e la sua energia, si sono appannate da tempo. Fisiologico. E inevitabile. Dopo una “fanciullezza” incredibilmente promettente (anni ’20-’40), un’adolescenza straordinaria e sorprendentemente creativa (’50-’60) e una splendida maturità (’70-’80), ha cominciato a sentire il peso degli anni, e a patire la miopia di un’industria – la discografia – che ha sbagliato tutto quello che c’era da sbagliare.

Quando (anni ’50-’70) i dischi si vendevano a vagonate, lei si è illusa che fosse merito suo e non della qualità stellare della musica prodotta in quegli anni e della voglia di musica del pianeta. E così, ha pensato di essere il “dominus” della situazione, convincendosi del fatto che sarebbe stata in grado di governare quella rivoluzione tecnologica (digitale, cd, mp3, playlist, Internet, file-sharing, i-tunes, spotify…) che, invece, avrebbe finito col travolgerla.

Non era merito della discografia il successo del disco; e non è colpa della discografia la sua fine. Non tutta, almeno. Il fatto, però, che lei ci fosse negli anni d’oro e che ci sia anche in questi anni di “carta straccia” del “disco” (inteso, qui, come “prodotto-canzone”, quale che sia il formato nel quale viene commercializzato), dimostra, con incontrovertibile evidenza, la sua inutilità. O, volendo essere indulgenti, la sua impotenza. È del tutto evidente, infatti, che, se l’industria fosse stata utile o “potente”, sarebbe riuscita a gestire la “rivoluzione tecnologica” e noi non ci troveremmo certo al punto in cui ci troviamo.

Tra i momenti chiave che – a mio personale e sindacabilissimo giudizio – hanno, lentamente, spinto la musica popolare dal cuore alla periferia della nostra società, c’è il suo essere passata dalle orecchie agli occhi. Mi spiego. A partire dalla fine degli anni ’70, l’irruzione dei videoclip ha spostato, irrimediabilmente, l’accento dall’ascolto alla visione. Strada senza ritorno. “Video killed the radio star”, cantavano i Buggles. In realtà, insieme alle “stelle della radio” (quando la musica si sentiva ma non si vedeva, appunto), è tutta la musica che ha cominciato ad agonizzare. Ritrovandosi subalterna all’immagine e, quindi, semplice sottofondo, smetteva, di fatto, di essere protagonista per diventare comprimaria. E noi, quasi senza accorgercene, smettevamo di ascoltarla e cominciavamo a guardarla. Risultato: la nostra attenzione si è concentrata sulle immagini e, a poco a poco, le nostre orecchie si sono allontanate da sonorità, modi, melodie, armonie, arrangiamenti, “produzioni”. Persino dai testi. Tutto questo ha prodotto un progressivo impoverimento del nostro grado di “sensibilità musicale”. Impoverimento che, all’inizio, ha intaccato solamente la nostra capacità di ascoltare musica ma, a poco a poco, ha cominciato a influire, negativamente, anche sulla nostra capacità di scriverla. Risultato: la qualità della musica ha cominciato a scendere. E, di conseguenza, è scesa anche la nostra voglia di ascoltarla. In un cortocircuito che, lentamente, ci ha portati ad appassionarci ad altro, favoriti in questo dall’avvento di tecnologie straordinariamente attrattive (consolle di videogame, smartphone e tablet sempre più sofisticati e affascinanti), che ci hanno portato a preferire e godere di altri linguaggi. Eccesso di produzione e diffusione della musica, poi, invece di riavvicinarla a noi, hanno finito con l’allontanarla sempre di più, per l’inevitabile abbassamento della qualità dell’offerta e per la disaffezione dovuta all’overdose quotidiana di ascolti non richiesti. Del resto, se ci ingozzassero, continuamente, dei nostri cibi preferiti, finiremmo col detestare persino quelli.

“Last” ma tutt’altro che “least”, il ruolo dei social, che hanno finito con lo snaturare il senso stesso del termine socialità, sostituendo al contatto fisico quello virtuale e annullando, insieme alla necessità, anche il piacere del nostro incontrarci “dal vivo”. Siamo diventati animali social ma abbiamo smesso di essere “animali sociali”, nel senso nobile, caro ad Aristotele. Un passaggio molto più rilevante di quello che sembra, perché ha ridotto, fino quasi ad annullarla, la dimensione relazionale, comunicativa e creativa dell’incontrarsi. Sia nel gruppo che nella coppia. Dimensioni senza le quali non può esserci musica. La perdita di valore della dimensione-gruppo, infatti, non riguarda solo gli amici ma anche ensemble e band; mentre la perdita di valore della dimensione-coppia non riguarda solo la qualità della relazione tra due persone ma anche quella della coppia artista-pubblico.

Insieme alla necessità di incontrarci “fisicamente”, non abbiamo perso soltanto il piacere di farlo, ma anche i frutti che tali incontri avrebbero potuto generare. La bellezza del fare musica insieme (scrivere, suonare, incidere…), ad esempio, ma anche del condividerla. Sia nella dimensione artista-pubblico, che in quella dell’ascolto collettivo di in disco (cosa frequentissima negli anno ’70) o di un live. E, così, la musica, da fenomeno sociale è diventata fenomeno individuale (I-pod, si chiamava il primo player Apple, con un prefisso “I” – “io” – che la dice lunga su questo processo di individualizzazione tutt’ora in corso), perdendo la gran parte del suo fascino e la quasi totalità della sua natura e missione di linguaggio.

Il problema più grande, però, è la nostra mancanza di attenzione. Mancanza imperdonabile, che la musica certo non merita.
La musica è una pianta e, come ogni pianta, ha bisogno di terra, acqua e sole. O non crescerà mai. Né potrà mai dare fiori e frutti.
Terra è la nostra anima; acqua, la nostra attenzione; sole, la nostra passione. La musica dà la vita ma, per poterlo fare, deve essere viva. E questo dipende, esclusivamente, da noi.
“And in the end, the love you take is equal to the love you make”, cantavano i Beatles.
Amiamola, dunque, o lei non sarà più in condizione di amare noi. E perderemo molto più di quanto immaginiamo.