Rula sì, rula no
L’Italia dei cachi

Rula Jebreal

In questi giorni, il dibattito circa la presenza della giornalista palestinese Rula Jebreal al Festival di Sanremo – prima invitata, poi messa in discussione, poi rimessa in gioco ma con riserva – ha riacceso l’attenzione sul tema della libertà di parola e di pensiero sulla TV pubblica. Pubblichiamo la riflessione sull’argomento di Marco Ferri, noto pubblicitario italiano.

Non amo il Festival di Sanremo, è un programmone televisivo, non più un festival della canzone italiana. Si giocano partite incrociate tra discografici, inserzionisti pubblicitari, indici d’ascolto. Per tenerlo su di audience ogni anno ha bisogno di trovare qualcosa che lo renda attuale.

Credo sia stato Pippo Baudo a inventare la formula magica del collegamento con l’attualità, magari anche con finti scoop, che facessero rimbalzare la notorietà sulla stampa e di conseguenza rimpallare nel dibattito pubblico. Ebbe l’ardire di definire il festival “nazional-popolare”, che se lo avesse sentito Gramsci lo avrebbe fulminato con una delle sue righe taglienti sui Quaderni. Baudo, invece di suicidò da solo. E passò i guai che passò per riuscire a tornare in Rai.

Che ancora oggi siano in molti ad assistere alle serate televisive del Festival è uno di quei fenomeni residuali della tv generalista. Come dire: finché dura fa verdura. Il Festival è una pietanza per l’Auditel.

Non ho nessuna stima per Amadeus. Anzi, non l’avevo, finché non ha avuto l’idea di invitare al Festival Rula Jebreal a parlare di violenza sulle donne. Come diceva Margherite Yourcenar, “nessuno è così pazzo da non avere almeno un moggio di saggezza”. Parlo per me, ovviamente. Non è che adesso io abbia cambiato opinione su di lui. Però non posso non riconoscergli che l’idea di coinvolgere Rula Jebreal sul tema era una buona idea, che avrebbe avuto successo.

Per quanto provi simpatia per lei e le cose che spesso le ho sentito dire, non ho una particolare predilezione per il lavoro di Rula Jebreal: mi dà un poco fastidio il giornalismo che “surfa” tra la sensazione e l’intrattenimento. Avremmo bisogno di informazione, genuina e nutriente, ma questa è un’altra storia.

Rula Jebreal è stata prima ingaggiata poi le è stato chiesto di essere lei a fare un passo indietro. Lanciare il sasso per poi nascondere la mano è roba da piccoli gerarchi. Uno può dire: mi scusi, abbiamo cambiato idea sulla conduzione. Ogni giorno, in tutto il mondo, si fanno o non si perfezionano contratti di consulenza o collaborazione. Ma quella richiesta è stato un atto di violenza, gratuita e vigliacca. Ha fatto bene, dunque, a rendere pubblica la cosa, con un intervista a Gad Lerner che appare oggi su Repubblica. C’è un passaggio che mi ha gelato il sangue, quando dice del suicidio di sua madre, dopo una violenza sessuale. Ecco, la violenza, appunto.

Secondo Rula Jebreal, tutto sarebbe partito dalla direttrice di Rai Uno, braccio violento della Lega di Salvini. Come sia possibile avergli permesso di sequestrare il servizio pubblico e trasformarlo in servizio privato, strumento della sua macchina propagandistica è una delle schifezze del nostro sistema politico e del ruolo che esercita sul sistema radiotelevisivo italiano. La Rai non è mai stato un luogo salubre, ma siamo arrivati a livelli tali che si preferiscono i flop piuttosto che mollare la presa del potere politico sui palinsesti.

Alla fine, è dovuto intervenire il direttore generale Salini – con un compromesso che ha rimesso in gioco Rula Jebreal – a mettere pace tra Amadeus, che c’aveva messo la faccia, e Teresa De Santis, il cui zelo leghista avrebbe fatto fare una figura penosa al servizio pubblico.

Ma è solo un pannicello caldo. Mi pare sia giunto il momento di tirare una riga e smetterla di subire o peggio di far finta di niente. Bisogna prendere atto che nel servizio pubblico radiotelevisivo italiano si vìola il principio della libertà di parola e di pensiero. Che si fa propaganda e non informazione. Che al pluralismo si è sostituita la calcolatrice del servilismo. “In Rai non si censura nessuno”, dice Salini come a timbrare l’esatto contrario.

E a confermare che questa situazione ha complicità smaccate: cosa fa la Commissione parlamentare di vigilanza? Il presidente e i membri del cda della Rai? Il sindacato dei giornalisti? I comitati di redazione? I funzionari e i dipendenti Rai? E per arrivare fino in fondo al sistema: cosa fanno gli inserzionisti pubblicitari? Investono budget nella tv generalista, cioè per tutti, o foraggiano una linea editoriale che applica la “conventio ad excludendum” nei confronti dei nuovi italiani, degli immigrati, dei gay, degli ambientalisti, del gender gap, della violenza di genere, dei giovani senza una prospettiva credibile, e più in generale di coloro e sono tanti, molti di più degli hater manovrati dalla Bestia salviniana, insomma, di tutti coloro che hanno del mondo una visione aperta, dialogante, plurale, e che per questo ripudiano il fascismo, il razzismo, il sessismo, l’antisemitismo, l’omofobia, l’islamofobia, la xenofobia, il militarismo?

Se la Rai è diventato il braccio violento della Lega di Salvini e Teresa De Santis invece che la direttrice della rete ammiraglia del servizio pubblico fa la buttafuori di viale Mazzini è solo perché glielo stiamo facendo fare. Non c’è arroganza del potere senza la vile compiacenza di chi tace e acconsente.