L’economia circolare per rendere la moda sostenibile e attuale

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“La moda è una forma di bruttezza così intollerabile che siamo costretti a cambiarla ogni sei mesi”, diceva Oscar Wilde, che pure noi tutti ricordiamo ritratto nella sua ricercata eleganza tipica dei dandy. D’altra parte, circa un secolo prima, James Boswell introduceva il racconto delle sue visite a Rousseau e a Voltaire con una particolareggiata descrizione dell’abbigliamento scelto per le memorabili occasioni.

È un fatto che la moda interessi a tutti, uomini e donne, a tutte le latitudini e in tutte le epoche. Non necessariamente per “essere alla moda”, quanto soprattutto per cercare “di non essere fuori moda”, una condizione che, anche nella persona meno mondana, può ingenerare una certa pervasiva cupezza. Un sentirsi fuori posto e fuori tempo che fa sospettare, per primi a noi stessi, altre forme più profonde, in qualche modo disdicevoli, di inattualità. Insomma, tutte le volte che indossiamo un vecchio vestito dobbiamo farlo con la fondata convinzione che abbiamo delle ottime intrinseche ragioni per farlo: il bel taglio, un bel colore, un buon tessuto, caldo o fresco, a seconda delle stagioni. Di questo, stilisti e brand dovrebbero tenere conto, visto che la “durabilità” è uno dei principi fondanti del nuovo paradigma economico circolare.

Perché nel sistema della moda qualcosa sta andando pericolosamente fuori controllo, e oggi il settore tessile è uno dei principali responsabili dell’inquinamento globale. L’industria dell’abbigliamento, infatti, è la seconda più inquinante al mondo, dopo quella del petrolio. A livello globale, le cifre parlano chiaro e raccontano di consumi davvero ingenti: 98 milioni di tonnellate all’anno di risorse non rinnovabili, 93 miliardi di metri cubi di acqua, e circa 1.2 miliardi di tonnellate di emissioni di CO2 nell’atmosfera. Il 60% delle fibre tessili utilizzate sono sintetiche e fra queste il poliestere, che il più diffuso, richiede, solo per il consumo europeo, più di 70 milioni di barili di petrolio.

Sempre rimanendo in Europa, secondo le stime della European Environment Agency la produzione del settore ha comportato nel 2017, per ciascun cittadino dell’Ue, un consumo pari a 1,3 tonnellate di materie prime, 104 metri cubi di acqua con l’emissione di 654 chili di CO2. A leggere questi dati, c’è di che guardare i propri armadi con preoccupazione crescente. Dalla stessa ricerca emerge anche che ogni cittadino europeo consuma annualmente 26 chili di vestiti – addirittura il triplo rispetto al 1975 – e ne butta via almeno 11 chili.

Siamo evidentemente di fronte ad una vera e propria over produzione che incoraggia un over consumo, anche a causa della cosiddetta fast fashion e del calo del 30% dei prezzi dell’abbigliamento registrato tra il 1996 e il 2018. Se poi si considera che durante i processi di produzione del tessile, localizzati soprattutto nei paesi asiatici, è stato rilevato l’utilizzo di più di 3500 sostanze inquinanti, 750 delle quali classificate addirittura come pericolose per la salute umana e 440 pericolose per l’ambiente, si comprende come l’intero settore sia di fronte alla necessità urgente di un profondo ripensamento dei sistemi di produzione e di vendita.

Il Fashion Pact siglato a Parigi, a margine dell’ultimo G7, indica che la sostenibilità è diventato un valore imprescindibile e fortemente richiesto anche nel mondo della moda.
Per riferirsi all’Italia, da una ricerca Ipsos per ING emerge che il 77% degli intervistati è favorevole a misure di sostenibilità ambientale, economica e sociale, anche se queste dovessero comportare una crescita più lenta. E se il nostro Paese risulta essere uno dei più sensibili in ambito europeo, è pur vero che l’attenzione all’ambiente è oggi un patrimonio sempre più diffuso nell’Ue, con almeno due consumatori su tre che guardano a questi valori come ad una priorità.

Il settore tessile è ancora un sistema economico lineare, nel quale ben poco viene riutilizzato e riciclato. Dei 100 miliardi di pezzi prodotti ogni anno nel mondo, meno dell’1 per cento viene riciclato in nuovi vestiti. Con la quasi totalità degli abiti dismessi che finisce in discarica o in impianti di incenerimento.
Come realizzare dunque la transizione del mondo della moda e del tessile verso un modello economico circolare?
Di certo ripensando le forme di consumo del settore: e dunque condivisione, ritiro e rivendita potrebbero essere delle soluzioni, quando si considerano capi di un certo pregio e qualità.

Ma soprattutto il settore tessile deve tendere al perfezionamento di tutte le possibili modalità di recupero dei tessuti degli abiti dismessi, per ridurre drasticamente il consumo di materia vergine. Per questo è essenziale che i marchi della moda diano il proprio contributo, in primo luogo  studiando in origine la composizione dei tessuti che utilizzano, allo scopo di facilitarne il successivo riuso.

Potrebbe essere un tratto dell’eleganza contemporanea, che si addice a chi con attenzione guarda all’attualità.