8 marzo 2020, la festa delle donne

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Essere donna in Italia oggi. Una condizione fatta di innegabili conquiste, ma anche di drammatici dati di cronaca. E in mezzo quella che è la routine della vita di tutti i giorni per milioni di donne. Una vita quotidiana che si dipana sempre secondo gli effetti di ogni avanzamento, così come di ogni disparità, quando non discriminazione o violenza, ma spesso senza raggiungerne le punte più accese, suggerendo a taluni (e a talune) l’erronea percezione che la condizione di ciascuna donna non sia legata a quella di tutte le altre donne.

Innanzi tutto qualche numero, con un dato demografico che porta con sé una buona notizia. Risulta infatti che le donne in questo paese costituiscono la maggioranza, con il 51,3% della popolazione totale (circa 60 milioni di abitanti). E questa non è una novità. Ma è interessante sapere che fino ai 39 anni di età la percentuale è rovesciata, e le donne sono intorno al 48-49% del totale, a seconda della fascia anagrafica. Ciò vuol dire che le ragazze fino ai 40 anni sono meno dei ragazzi della stessa età. Non vale più dunque quella vecchia proporzione delle “sette donne per ogni uomo”, molto in voga per attribuire alla componente maschile chissà quale maggiore possibilità di scelta. Oggi, censimento alla mano, sappiamo che c’è un uomo virgola qualcosa per ogni donna. È bene che tutte le ragazze ne siano informate. Giusto per scegliersi l’uomo e lasciare da parte quello zero virgola.

Partiamo da istruzione e formazione, perché su questo dovrebbe fondarsi un sistema meritocratico che si rispetti. Un sistema che nel nostro Paese è già abbastanza fallimentare per gli uomini, diventa addirittura un disastro per le donne. In Italia le donne sono mediamente più istruite dei loro coetanei, come evidenziano i dati dell’ultimo Rapporto Censis. Le laureate sono 4.277.599, pari al 56% degli oltre 7,6 milioni di laureati del nostro paese (che detto per inciso è agli ultimi posti in Europa); si laureano con lode nel 24,9% dei casi, a fronte del 19,6% dei colleghi maschi; e costituiscono la maggioranza anche negli studi post-laurea, rappresentando il 59,3% degli iscritti a un dottorato di ricerca, un corso di specializzazione o un master. Ma è fin dall’inizio del percorso di studi che le ragazze conseguono risultati più brillanti, a partire dalle scuole medie (si licenzia con 10 e lode il 5,5% rispetto al 2,5% dei ragazzi), confermando il dato anche alle scuole superiori dove il voto medio di diploma è 79/100 per le studentesse, 3 punti in più rispetto agli studenti.

Giunti al momento dell’accesso al mondo del lavoro però le differenze cambiano radicalmente segno, come illustra con chiarezza Women in the Workplace 2019, il quinto Rapporto sull’occupazione femminile curato da McKinsey e Lean In, organizzazione fondata dalla direttrice operativa di Facebook, Sheryl Sandberg. Una volta rappresentata la struttura delle organizzazioni gerarchiche come un “tubo” che ad ogni giuntura (leggi avanzamento di carriera) perde parte della componente femminile, si comprende perché ai vertici della scala gerarchica si registri una marcata sotto-rappresentazione delle donne. Al netto dell’elevata disoccupazione femminile, soprattutto nel nostro Paese dove raggiunge il 12%, con punte drammatiche per le giovani fino a 24 anni di età (circa il 35%), nell’ambito degli occupati, donne e uomini risultano più o meno in parità al primo livello di inquadramento (le donne costituiscono il 48% del totale), ma fin dal primo gradino del percorso di leadership la quota femminile si riduce di ben dieci punti percentuali (38%), fino a toccare il minimo nelle posizioni di vertice. In Italia, le donne in posizioni dirigenziali sono solo il 27%: un valore molto al di sotto di quello medio europeo, pari al 33,9%. Nel nostro paese, insomma, il famoso soffitto di cristallo sembrerebbe addirittura antiproiettile, tanto è difficilmente scalfibile.

Ma l’aspetto ancor più grave, perché il dato descrive una situazione percentualmente più diffusa, è che, quando le donne lavorano, spesso svolgono mansioni per cui sarebbe sufficiente un titolo di studio più basso di quello che effettivamente possiedono. Del resto, il 48,2% degli italiani è convinto che le donne, per raggiungere gli stessi traguardi degli uomini, debbano studiare più di loro (Rapporto Censis).
E hanno fondato motivo per crederlo. Non a caso il Global Gender Gap Report 2020 del World Economic Forum pone quest’anno l’Italia, che già non se la passava bene al 70esimo posto dello scorso anno, addirittura al 76esimo posto nella classifica internazionale sulla disparità di genere, con una perdita secca di sei posizioni. E dunque in un’Europa occidentale, il nostro contesto geografico e culturale di confronto, che spicca per essere il luogo in cui le pari opportunità vengono più rispettate al mondo, la nostra arretratezza ferisce ancora di più. Soltanto Grecia, Malta e Cipro fanno peggio.

A pesare soprattutto sono il tasso di occupazione femminile, con meno di una donna su due che lavora, ma al sud si parla di tre donne su dieci; e la differenza salariale fra uomini e donne a parità di livello e mansioni; una differenza, inoltre, che aumenta di pari passo con il titolo di studio, perché se un laureato uomo guadagna il 32,6% in più di un diplomato, una laureata guadagna solo il 14,3% in più. La Banca d’Italia ha fatto i conti di quanto ci costa la discriminazione delle donne sul lavoro, quantificandola in una perdita netta di ben 6 punti del Pil. Se l’Obiettivo numero 5 per lo Sviluppo sostenibile individuato dall’Onu, ovvero eliminare le disparità di genere, al ritmo attuale, si potrà realizzare tra più di un secolo, chissà allora a quanto ammonterà tutta la ricchezza che nel frattempo l’Italia riuscirà a sprecare.

Il vero terreno d’azione, come sempre, è quello culturale e consiste nel promuovere attivamente la parità di genere come un valore e una opportunità per il Paese tutto, favorendo la partecipazione delle donne alla vita pubblica. Che vuol dire anche ragionare criticamente sui tempi e sui modi di questa partecipazione, e sulla sua qualità, anche da parte delle donne. Contiene difatti alcune sorprese uno studio internazionale realizzato da Ipsos Mori in occasione dell’International Women’s Day 2019, da cui emerge che il 40% degli italiani intervistati sia consapevole del fatto che sono molte le questioni da risolvere per raggiungere una completa parità di genere. Il dato sorprendente è che siano soprattutto gli uomini ad esprimere posizioni più consapevoli in materia di gender gap rispetto alla platea femminile (rispettivamente 44% e 36%). Analogamente, sul fronte della presenza femminile nel mondo del lavoro, la maggioranza degli intervistati dichiara di sentirsi a proprio agio se il proprio capo è una donna. Ma, anche qui, stupisce che siano gli uomini ad esprimersi in maniera più favorevole rispetto alle donne (22% contro il 14%).

E dunque? Come leggere questi dati? Una delle risposte è che spesso molte donne che si misurano nella vita pubblica, anche a prezzo di difficoltà e, a volte, di rinunce personali, si sentono in competizione soltanto con le altre donne e non con gli uomini, diventando così a loro volta, forse inconsapevolmente, fattore d’oppressione. D’altro canto, una ricerca effettuata dal think tank britannico Demos, sui flussi di tweet delle piattaforme contro la violenza di genere ha amaramente rivelato che la forma peggiore degli insulti e attacchi alle donne arriva proprio da altre donne. Lo studio, dopo aver monitorato le tipiche offese che vengono rivolte alle donne online e analizzato i profili di chi li ha mandati, ha messo in evidenza come il 50% delle persone responsabili degli abusi online siano donne.

Ma in un Paese come il nostro, in cui come ci dice l’ultimo Rapporto Censis, tre donne ogni settimana perdono la vita, e tre volte su quattro in ambito familiare;  in cui si registrano 10mila denunce per maltrattamenti in famiglia nei primi otto mesi dello scorso anno; in cui è diffuso il timore di subire violenza fisica o psicologica o discriminazioni; in cui 25000 donne sono costrette a lasciare il posto di lavoro quando hanno un figlio; lo stesso paese in cui, però, le donne costituiscono il 74% dei più di 3 milioni di caregivers familiari, cioè coloro che si fanno carico delle fragilità dei propri cari, e lo fanno a titolo totalmente gratuito, senza alcuna forma di riconoscimento e sostegno; ecco, in un Paese come questo, dovrebbe essere chiaro che la mancanza di solidarietà femminile non ce la possiamo proprio permettere. Non dobbiamo proprio permettercela.

In fondo, in Eva contro Eva, film capolavoro di Joseph L. Mankiewicz, riferimento quasi obbligato quando si parla di relazioni femminili competitive, al centro del racconto ci sono delle dive del cinema, quelle che una volta si definivano primedonne. E forse il problema nasce da lì. Ciò che davvero conta è essere donne, e fare squadra, lasciando alle primedonne il ruolo appropriato di prime attrici sulla scena. Al cinema o in teatro (i social non fanno testo).

Buon 8 marzo a tutte e tutti! Insieme possiamo superare ogni emergenza.