In ricordo di Gianni Mura e di un mondo da leggere che non esiste più

Mura

Gianni Mura non c’è più. Il giornalismo italiano, e non solo quello sportivo, perde uno dei suoi più grandi narratori. Giovanni Franchini, nostro valido collaboratore, lo ricorda per MEMO.

Quando morì Gianni Brera, nel 1993, stavo a fare uno stage all’Adn Kronos. Il caposervizio mi agganciò appena entrai in redazione: “È morto Brera. Chiama tutti e fatti dire chi è l’erede”. Attaccarsi al telefono e cogliere, o estorcere a seconda dei casi, ottimi virgolettati che i giornalisti dei quotidiani potessero adagiare comodamente nei loro pezzoni, era – adesso non credo sia più – l’abc del giornalista d’agenzia, il pane quotidiano.

M’attaccai al telefono: il direttore della Gazzetta dello Sport, Corriere dello Sport, Tuttosport, Guerin Sportivo, tutta gente che avevo cercato disperatamente da aspirante cronista, finendo sempre spiaggiato sulle scrivanie delle professionali segretarie che, annusato l’impiastro, prontamente lo liquidavano con collaudata routine: “Il direttore è fuori sede” con il cervello che nel trasmetterti il messaggio aggiungeva di suo: “e per te lo sarà per sempre”.

Stavolta invece erano tutti in sede e sembrava non aspettassero altro che me. E perciò eccoli qui pronti a regalarmi le loro nomination con un lievissimo fastidio che potevo percepire, che non fossero loro gli eredi di Gianni Brera che io stavo cercando e loro mi stavano indicando. Comunque fu un plebiscito. L’erede di Gianni Brera è Gianni Mura. È lui l’unico. E riattaccavano senza che riuscissi a dire “ehi, non è che lo assumereste uno come me? No eh? Stronzi”.

Ci sono stati anni in cui Repubblica era un manuale di giornalismo che usciva ogni giorno. A cominciare da Scalfari, passando per Bocca, Pansa, i cronisti della politica, Colaprico e Fazzo che hanno fatto Mani Pulite, Paolo Guzzanti, Alberto Ronchey, Natalia Aspesi, Paolo Rumiz, Beniamino Placido e la sua prima rubrica di recensioni televisive. E quando arrivavi allo sport, non era mica finita, anzi proprio là c’era un trio delle meraviglie: Gianni Clerici, Emanuela Audisio e Gianni Mura.

Non si tratta di essere bravissimi cronisti, quello è incidentale. Si tratta di narratori, niente da invidiare ai grandi scrittori. Gianni Mura viene dalla scuola dei narratori milanesi, da gente come Beppe Viola, Gianni Brera e appunto Mura. Gente che legge negli occhi degli altri la loro vita, ne individua i contorni, ne circoscrive i contesti e la rende per i lettori a mezzo pezzi memorabili. Sensibilità superiore. Grande cultura di base e vaste letture. Capacità di osservazione e di cogliere dettagli e partire da questi per tratteggiare il disegno complessivo. Letteratura, nient’altro che.

Quando andavo alle superiori, e tornando a casa mio padre mi faceva trovare sul tavolo del salotto una copia di Repubblica, di Mura era imperdibile la rubrica “Sette giorni di cattivi pensieri”. Una carrellata su fatti grandi e piccoli della settimana che lui tirava già dalla cronaca, toglieva tutte le foglie inutili come si puliscono i carciofi per poi arrivare al succo e su quello attribuiva un voto, come a scuola.

Una cosa tipo così:
“Fabrizio Cicchitto, accusato dal Fatto di entrare a scrocco, ha replicato di aver acquistato un abbonamento in tribuna Monte Mario, il che non spiega perché si piazzi in tribuna autorità. Per la sua ostinata difesa del Banana, ho deciso di chiamarlo Chiquito. Sull’Espresso c’è un sacco di nomi: politici, giornalisti che non sono lì per lavorare, attori, generali. Ve li risparmio. Leggo che D’Alema, da quando Rosella Sensi non gli dà i biglietti, non si fa più vedere e si guarda la partita stando a casa. Bravo: 6 (di più non posso)”.

“Sette giorni di cattivi pensieri” è stata una delle rubriche più longeve della storia del giornalismo italiano. Che ha perso un altro narratore eccezionale.