Quando un naufragio è un crimine contro l’umanità

Shipwreck Crime
https://www.italorondinella.com/2018/12/16/shipwreck-crime/

Shipwreck Crime. Alla lettera, crimine di naufragio. Questo il titolo della mostra personale di Italo Rondinella, che verrà inaugurata sabato 7 marzo, presso gli Antichi Magazzini del Sale di Venezia, messi a disposizione dalla Reale Società Canottieri Bucintoro 1882, con il patrocinio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR).

Siamo nel tratto di mare tra la Turchia e l’isola greca di Lesbo, un passaggio della speranza per coloro che hanno cercato di fuggire verso l’Europa, lasciando situazioni di guerra e persecuzioni alle loro spalle. Purtroppo molti non ce l’hanno fatta. E Rondinella, fotografo e film-maker italiano da anni residente in Turchia, ha trovato il modo per raccontare le loro storie.

La “veggenza del fotografo”, dice Roland Barthes, non consiste tanto nel fotografare, quanto nell’essere dove c’è qualcosa che è interessante fotografare. E nel 2017 Rondinella c’era sulla costa tra Babakale e Ayvalik, in cui si alternano spiagge per i vacanzieri e tratti non curati e poco frequentati, dove tra i cespugli e le rocce, si trovavano incrostati di sabbia e di sale gli oggetti, appartenuti a bambini, donne e uomini in fuga e restituiti dal mare.
L’autore li ha fotografati così come li ha rinvenuti sulla riva e successivamente li ha raccolti per esporli insieme alle fotografie. 44 sono le fotografie e 44 i rispettivi oggetti. Ma appare subito chiaro che guardandoli non si ha davanti la stessa cosa, o meglio che è diverso il nostro modo di guardare.

L’oggetto fotografato sulla spiaggia, tra le rocce o i cespugli, spiegazzato e un po’ rovinato, è ancora avvolto da una seppur fugace speranza. La speranza, nostra, – un po’ insensata, perché alla fine di un desiderio e di un auspicio si tratta -, che, finché si trovava sulla spiaggia, il legittimo proprietario o qualcuno per suo conto, potesse ancora andare a riprenderselo. Ma soprattutto la viva speranza di chi quell’oggetto indossava o custodiva o, più probabilmente, portava nel proprio essenziale bagaglio di profugo.

Tutti gli oggetti scelti da Rondinella sono molto personali e raccontano di una vita che prima, prima della guerra e della catastrofe, era serena, come può esserlo soltanto la vita che si svolge nella quotidianità di un contesto di pace. Quella stessa vita che ancora risuona di voci nella spiaggia dei villeggianti, registrate da Rondinella in un video che accompagna le foto, a sottolineare lo stridente contrasto con il silenzio e il vuoto dello spazio dei relitti. Ci sono giocattoli, coloratissimi vestiti e scarpe per bambini, un biberon, una bandiera, un libro, un pettine, un mazzo di chiavi, reggiseni che rivelano la civetteria di donne giovani e belle. I naufragi hanno travolto aspettative, progetti, giochi, studi, simboli, gioie, sogni. L’oggetto raccolto ed esposto ne sancisce in modo irreversibile la fine, e grida l’assenza di chi lo possedeva.

Delle foto che costituiscono la mostra due colpiscono in modo differente, perché forse in questo caso il fotografo è intervenuto sull’oggetto anche sul luogo del ritrovamento. Queste due foto, che escono dalla assoluta casualità per diventare più intenzionali, sembrano contenere la chiave interpretativa del progetto, il senso del personale omaggio dell’autore a quelle vittime a cui ha voluto restituire dignità.

La prima è la foto di una foto. La foto “fotografata” è quella di un giovane, dalla fisionomia aperta, in cui soprattutto spiccano gli occhi ridenti. Diventata a sua volta oggetto dello scatto di Rondinella, ora questa fotografia fissa una  doppia dimensione temporale: quella della vita del giovane, felice com’era quando ha voluto essere fotografato, e il tempo della foto ritrovata su una spiaggia piena dei relitti di tanti naufragi. Lo sguardo allegro del giovane rivolge così una terribile domanda a colui che guarda. Una domanda che non può trovare risposta. E come non notare che la tutina gialla fotografata sulla spiaggia, stesa tra i cespugli riarsi dal sole, evoca nella sua posizione una croce, simbolo universale di sofferenza e tributo di sepoltura insieme?

“In ogni oggetto c’è una storia. In ogni storia c’è un essere umano. In ogni essere umano c’è la nostra umanità” scrive Italo Rondinella nella presentazione, chiarendo anche che “Shipwreck Crime non è un progetto sul fenomeno migratorio, bensì sulla commozione”.
Che spesso è la relazione di conoscenza più autentica, profonda e dotata di senso che possiamo stabilire con la realtà che ci circonda.