James Ellroy: vi racconto dove nasce l’America di George Floyd

Ellroy
Author Photo: Mark Coggins/Wikipedia

In una sua celebre canzone, Ivano Fossati canta “Per niente facili, uomini sempre poco allineati, li puoi trovare ai numeri di ieri, se nella notte non li avranno cambiati”.

James Ellroy, immenso (anche nel fisico, alto e slanciato) scrittore losangelino, classe 1948, cresciuto a El Monte, sobborgo anonimo per la working class della “città degli angeli”, segnato a dieci anni dal brutale omicidio della madre (strangolata e buttata in un fosso, caso mai risolto), e dalla morte del padre a 17, che fortunatamente aveva fatto in tempo a regalargli un libro di storie di poliziotti che si rivelerà uno snodo fondamentale della sua vita, ma solo dopo una adolescenza e una giovinezza inquieta e disperata fatta di furti, intrusioni negli appartamenti, vagabondaggio, alcol, droga e brevi periodi in carcere, James Ellroy dicevamo, corrisponde perfettamente agli uomini descritti nella canzone di Fossati.

Persona e scrittore non allineato, per molti versi unico, dotato di un talento straordinario e di una forma di scrittura che assomiglia al jazz, un flusso continuamente interrotto da partenze, stop e ripartenze: secco, sincopato, non lineare, non conseguenziale, ansiogeno, disperato, asfissiante, ossessionante, come nella suite A Love Supreme, di John Coltrane, di cui, assieme a Gillespie, “Bird” Charlie Parker, è grande appassionato.

Non è allineato nemmeno nello stile narrativo tipico del genere letterario hard boiled, noir o neo-noir. Nelle sue storie non ci sono casi da risolvere, catarsi da compiersi, giustizia da assicurare per acquietare coscienze e sensi della vita.

Tutt’altro. I mondi raccontati sono ampi, complessi, contraddittori, e soprattutto sozzi. Si rovista a lungo negli scantinati e interrati delle grandi città e nei bassifondi dell’animo umano e quello che si trova è quello che spesso ci si immagina e da cui sempre si rifugge. L’oscuro, il rivoltante, l’abietto. E Ellroy è li.

Le sue sono storie, diverse, parallele, complementari, anteriori o posteriori e tutte assieme compongono storie più grandi, che a loro volta formano interi capitoli di storia ufficiale e “unofficial” di paesi, nazioni, imperi.

Storie fatte quasi sempre di personaggi che si agitano nei sottoboschi, nei corridoi, nelle periferie, nei bassifondi della storia ufficiale. Attorno omicidi orrendi e truculenti, ricatti sessuali e azioni abiette per riscattarli, corruzioni di anime prima che di doveri d’ufficio e, soprattutto, vicende di poliziotti. Corrotti, disonesti, apatici, problematici, ossessionati, ambiziosi, istintivi, intelligenti, metodici, capaci, furbi, leali, traditori, contraddittori, disturbati, violenti.

Ellroy tiene sempre i conti di entrambe le storie, ma la prima, la storia ufficiale resta sullo sfondo, anche se qua e là vediamo John Kennedy, J. Edgar Hoover, Jimmy Hoffa fare capolino per mostrarci le loro amicizie pericolose, ma è la storia “unofficial” che Ellroy ci racconta, e ci guida in quei bassifondi delle città e delle anime che tutte assieme compongono l’America di ieri (le macrostorie ellroyane si dipanano attraverso tre decenni e quattro cicli a decennio, dagli anni 40 fino ai 70) che ha generato quella di oggi. E che in questi giorni vediamo nelle tv e sui giornali scendere in piazza per la morte di George Floyd. Una ennesima rivolta per le violenze della polizia e l’eterno problema americano: l’odio razziale.

E perciò non poteva esserci uscita più tempestiva – la morte di George Floyd, le ribellioni della comunità afroamericana, il dibattito sui simboli e sulle statue, la questione del revisionismo storico, artistico e culturale – per questo ultimo titolo “Questa Tempesta”, un altro tomo di quasi mille pagine (esattamente 882), seguito di “Perfidia”, uscito nel 2016, e secondo capitolo di una nuova quadrilogia ambientata a Los Angeles negli anni dell’entrata degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale.

James Ellroy: vi racconto dove nasce l'America di George Floyd

Ma è inutile chiedere a James Ellroy dell’America di oggi. Lui non risponderà. Nemmeno in occasione dell’uscita di un suo libro, come invece fanno molti scrittori silenti che però in queste occasioni trovano una improvvisa scioltezza di pensiero ed eloquio.

Lui no. Lui, molto somigliante ad alcuni dei suoi personaggi è scontroso, irascibile, beffardo, reticente, apatico, distratto, indifferente. Non parla dei disordini che pure avvengono ad un passo dalla sua nuova casa a Denver, dove adesso ha scelto di abitare, dopo Kansas City e Los Angeles.

Tutta la questione violenza della polizia e morte del povero George Floyd lo lascia indifferente, distaccato, apparentemente neutro. E così al povero Riccardo Staglianò che sul Venerdì di Repubblica cerca di estorcergli qualcosa di contemporaneo e di attualità, risponde con un gigantesco: “non me ne importa un cazzo”.

In realtà Ellroy ha già risposto, e tanto, sull’America di ieri che ha generato l’America di oggi. Le differenze sono poche. Si tratta di una nazione costruita sulla violenza, quella che il suo “uomo nero” per eccellenza, il personaggio del capitano Dudley Smith, “immenso dito medio contro ogni forma di politicamente corretto” come lo definisce appropriatamente Staglianò, che combatte la violenza efferata e insensata, con altrettanta violenza aumentata da ogni abuso possibile di potere del proprio distintivo.

È un’America costruita su una legge apparente, quella ufficiale, e quella “unofficial” dei bassifondi, della strada e della giungla. In questo quadro niente è redimibile e tutto è eternamente ricorrente e inevitabile, perché è l’America stessa ad essere contraddittoria, spietata, ingiusta come può essere ingiusto ma in fondo inevitabile, un ginocchio di un corpo bianco, su un collo di un sospettato nero. E’ la nostra storia. Siamo noi. Cosa c’è da dire?

L’odio razziale scorre nel sangue dell’America e quei poliziotti che si trovano a dover fronteggiare la violenza con altrettanta violenza, per Ellroy sono una sorta di contrappasso, di male necessario, l’altra faccia di una medaglia che è quella che tutti ben conoscono, lui per primo.

Se vogliamo sapere di George Floyd, di come e perché sia morto, basta seguire i personaggi delle storie di Ellroy e capire che non c’è mai un perché, una diretta conseguenza di un qualcosa. È tutto molto più complesso, molto più intricato. Oscuro.

Ed è inutile chiedere ad uno che a dieci anni, con un libro di storie di poliziotti, subisce una fascinazione per il distintivo che lo spingerà a scrivere romanzi via via sempre più belli, complessi e intriganti, come in uno dei quadri del pittore olandese Hieronymous Bosch, soprannominato “Il creatore di diavoli”.

James Ellroy: vi racconto dove nasce l'America di George Floyd

Hieronymus Bosch – Christ in limbo

Ellroy starà sempre dalla parte dei poliziotti. E dei loro discorsi netti, lerci, superficiali, densi di pregiudizio e senso di ineluttabilità. Basta vederlo mentre accompagna il lettore nelle sue storie metropolitane, fatte di “Negropoli”, “Puttanopoli”, “Frociopoli” abitate da negri strafatti, gialli viscidi, messicani lerci.

In una sua qualsiasi storia, dalle più piccole ai grandi affreschi, i suoi protagonisti, anime nere che vagano in cerca di una redenzione che non troveranno mai e che intanto commettono nefandezze, abusi, piccole e grandi scelleratezze e veri e propri orrori, procedono di pari passo con lo scrittore, che non racconta di loro, ma sta lì con loro, li guarda commettere quello che commettono, e lui è lì a guardare, senza intervenire e senza soprattutto giudicare.

Per capirci, molti scrittori fanno dire e fare le peggiori cose ai loro protagonisti, ma tu lettore, avverti sempre che lo scrittore è da un’altra parte, è lì con te a schifarsi di quello che sta accadendo.

Con Ellroy invece, la sensazione, anzi la netta percezione, è che, in ogni momento, lo scrittore sia lì con i personaggi, li accompagni, li frequenti, ne condivida le gioie, i dolori e inevitabilmente le efferatezze, offrendo loro alla fine anche una sorta di copertura morale, di acquiescenza assolutoria finanche nelle peggiori disumanità.

Misoginia, razzismo, pregiudizio, intolleranza, violenza, sopraffazione, prevaricazione, abuso. Pratiche tipiche dei suoi personaggi (anche se poi brevemente ma intensamente attraversati e accecati da lampi di umanità e amore, ma che lasciano subito il posto all’oscurità), e da sempre ambientazione umana delle sue storie.

Questa condizione di dolore inevitabile, di umanità condannata alla dolenza perenne, ma che perversamente può essere anche una fonte di gioia per la complessità e il destino dell’umano, in un dolore che si fa grandezza, è la parte essenziale della “americanità” di Ellroy, del suo essere e sentirsi americano.

George Floyd? “L’America non è mai stata innocente”. E questo è tutto.

Puro Ellroy cento per cento.

Credit Photo: la foto in evidenza di James Ellroy