Brainless generation

Brainless generation

Se gli evoluzionisti hanno ragione – e gli organi inutilizzati, con il tempo, tendono davvero a scomparire – molto presto gli esseri umani nasceranno senza cervello. Della testa, resterà solo la faccia. Fronte, occhi, naso, guance, bocca e mento somiglieranno alla facciata, miracolosamente intatta, di un palazzo sventrato dai bombardamenti: ruderi che nascondono il nulla.

Guardiamoci intorno: il mondo ha perso la testa. La follia impera. Ovunque. Incontrastata. Una ventina di iper-miliardari posseggono tanta ricchezza quanta metà popolazione mondiale (cosa mai successa nell’intera Storia dell’umanità), mentre persino paesi che consideravamo le patrie della democrazia moderna si sono trasformati in autarchie oligarchiche, razziste e xenofobe, a un passo dall’illiberalità.

Sembra che nessuno sappia più cosa farsene del cervello. Un’appendice che detestiamo per la sua assurda fissazione per dubbi e domande, e il suo maledetto bisogno di ragionare, ragionare, ragionare.

Basta: bisogna fare, altro che ragionare! E perché diavolo, poi, dovremmo perdere tutto questo tempo, quando le verità sono sotto gli occhi di tutti, eh? Il sole sorge a Est e tramonta a Ovest: lo vedono anche i ciechi che è lui a muoversi e non noi, no?! E persino i bambini sanno che pesce grande mangia pesce piccolo. Qualcuno di voi ha mai visto una sardina inghiottire una balena?

 

È la vita. È sempre stata così. E sarà così sempre. Non c’è niente da fare. Mica l’abbiamo inventata noi! Ci ha pensato il buon Dio, il Big Bang, la Natura, il caos, il Grande Puffo o chi volete voi. Lo volete capire che ragionare non serve a niente, dal momento che nessun ragionamento cambierà mai le cose? I forti avranno sempre ragione dei deboli, i ricchi dei poveri, i sani dei malati, i giovani dei vecchi, i bianchi dei neri, gli uomini delle donne.

 

Già, le donne: buone quelle! Vengono al mondo solo per tre cose: letto, cucina, figli. Nell’ordine. Figli nostri, ovviamente, non loro. Pensino a sfornarli e a crescerli: penseremo noi a farne dei veri uomini. Parità di genere? Non scherziamo, per favore. Che si rassegnino, una buona volta. Se, in decine di migliaia di anni, non è cambiato niente un motivo ci sarà, no?

 

Logica folle ma tutt’altro che facile da sradicare. Aveva ragione Bonhoeffer: «Per il bene, la stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità». «Contro la stupidità non abbiamo difese».

Ancora una volta, l’evidenza affonda la verità. Secondo il Global Gender Gap 2020 del World Economic Forum, infatti, né noi né i nostri figli vedremo la parità di genere: non la si raggiungerà per almeno (altri) 99,5 anni. Per la parità economica, invece, di anni ce ne vorranno 257! Nel 2019 erano “solo” 202. Non c’è niente da fare: la donna è ancora “the nigger of the world”, come cantava John Lennon nel 1972.

 

Per non parlare di quei deficienti che hanno messo in giro la stronzata che veniamo tutti dall’Africa! Qualcuno di loro si è accorto o no, che noi siamo bianchi e loro negri? Gli è sfuggito un “dettaglio” come questo, e hanno il coraggio di sostenere che quelli che non sanno come stanno le cose siamo noi?! Cambiassero mestiere! Senza contare che i negri vivono in un Continente tre volte più grande del nostro: cos’è? Non gli basta? Che diavolo vogliono ancora? Tappeto rosso, banda e fuochi d’artificio? Perché non se ne stanno a casa loro? Dice: “ma da loro c’è la guerra”. E, allora? Quando la guerra era qua, mica siamo andati in Africa noi! “Ma milioni di bambini muoiono di fame…”. La smettano di farli, allora! Che senso ha mettere al mondo dei figli, se sai che non li puoi mantenere? Non serve mica una laurea per capirlo! Non pretenderanno che glieli manteniamo noi, spero? E chi ha aiutato mio nonno, mio padre e me a mantenere i nostri di figli? Di certo non lo faranno questi negri, che vengono qui a portarci via il lavoro, non rispettano né le nostre leggi né la nostra religione né le nostre donne, e ci infettano con le loro malattie! E quando saremo malati e senza lavoro, chi diavolo penserà ai nostri figli, eh?

Da Est a Ovest, da Nord a Sud si ragiona con pelle, pancia, piedi e altre anatomie che non serve ricordare. Con tutto, insomma, tranne che con l’unico organo deputato a farlo: il cervello. Il pensiero si è ridotto a un “arco riflesso”. Ricordate quando, da bambini, il dottore ci faceva sedere sul lettino, gambe penzoloni, poi ci dava un colpetto con il martelletto alla base delle ginocchia e le nostre gambe si alzavano, senza che noi glielo avessimo chiesto? Gli esseri umani del XXI secolo funzionano allo stesso modo: azione e reazione. Siamo regrediti a livello di riflessi neurologici elementari. Volontà, intelligenza e coscienza sono fuori gioco. Le abbiamo disabilitate. La realtà (o, meglio, la narrazione della realtà) ci colpisce, noi apriamo bocca e diciamo la prima cosa che ci viene in mente. Stronzate, nella stragrande maggioranza dei casi. E noi, lungi dal vergognarcene, ne andiamo addirittura orgogliosi. Il “pensiero spazzatura” dilaga ovunque, indisturbato.

Già quindici anni fa, Harry Frankfurt – Professore emerito di Filosofia a Princeton – aveva lanciato l’allarme, con un pamphlet (“Stronzate: un saggio filosofico”, Rizzoli 2005) che aveva fatto il giro del mondo. «Uno dei tratti salienti della nostra cultura – scriveva – è la quantità di stronzate in circolazione…». «Gran parte delle persone – aggiungeva – confidano nella propria capacità di riconoscere le stronzate ed evitare di farsi fregare. […]. Di conseguenza, non abbiamo una chiara consapevolezza di cosa siano le stronzate, né del perché ce ne siano così tante in giro». Molto acutamente, Frankfurt distingueva tra “stronzate” e “bugie”, sottolineando che le prime sono «un nemico della verità più pericoloso delle menzogne». Perché? Semplice: mentre chi dice una bugia deve per forza conoscere la verità, chi dice una stronzata, può non conoscerla. E, cosa ancora più importante: non gliene frega niente di conoscerla. Ed è questo l’aspetto più inquietante. Quando diciamo una bugia, decidiamo deliberatamente di omettere o negare una verità. E questo è già grave. Quando diciamo una stronzata, invece, diciamo a noi stessi e al resto del mondo che, della verità, non ce ne frega assolutamente niente. E questo è infinitamente più grave, perché, giorno dopo giorno, il mondo si abitua a fare a meno della verità e a vivere tra e di stronzate. Che è esattamente quello che è successo in questi anni nei quali la quantità di stronzate in circolazione è cresciuta vertiginosamente. Se fossero acqua, la Terra ne sarebbe sommersa da un pezzo e a noi sarebbero già spuntate pinne e branchie.

Ragionare non ci interessa. Le cose le “sentiamo a pelle”. Oppure “ce le dice la pancia”. Organi importanti ma che non possono certo aiutarci a “leggere” la realtà – società, politica, economia, diritti, giustizia, scienza, fisica, medicina… – a capirla e a fare le scelte giuste riguardo alle cose che davvero contano per la nostra vita personale e sociale. Al contrario: nella maggior parte dei casi, ci spingono verso le scelte sbagliate. Ma questo, a quanto pare, non ci preoccupa affatto. Anzi.

Se una certa cosa ci piace, allora è buona. (Fino a quando non smette di piacerci, ovviamente). Se non ci piace, è cattiva. Ce l’ha detta un “amico”? Qualcuno che la pensa come noi e ci sta simpatico? (Fino a quando non smette di pensarla come noi, naturalmente). Allora è sicuramente vera. Ce l’ha detta un “nemico”? Qualcuno che non la pensa come noi e, dunque, ci sta “sullo stomaco”? Allora è falsa. Più in là, non andiamo.

Di come stiano davvero le cose ci interessa nulla. Ci informiamo? No. Approfondiamo? No. Studiamo? No. Riflettiamo? No. Cerchiamo di capire? Ma per carità.

Nel nostro Paese, si stampano quasi 80mila titoli l’anno (più di 200 al giorno: una follia!) eppure, al Nord, solo una persona su due legge almeno un libro l’anno; al Sud, una su quattro. Non solo: in casa di una famiglia su dieci non c’è nemmeno un libro. Temiamo il contagio del pensiero infinitamente di più di quello del Covid. “Saremo noi che abbiamo nella testa un maledetto muro”, cantava Ivano Fossati.

La verità è che nessuno vuole correre il rischio di scoprire che le sue adorate convinzioni sono fatte della stessa sostanza delle cose oggetto del saggio di Frankfurt. Nessuno vuole vedere la propria Weltanschauung come un castello di carte, spazzato via da un semplice starnuto. Molto meglio voltarsi dall’altra parte o chiudere gli occhi. Occhio non vede, cuore non duole.

Sappiamo niente, capiamo niente, eppure pontifichiamo su tutto. Fino a qualche decennio fa, ci capitava solo ogni quattro anni, in occasione dei Mondiali di calcio, quando, all’improvviso, ci scoprivamo tutti Commissari Tecnici della Nazionale. Oggi accade ogni giorno. Spesso anche più volte al giorno. Ci svegliamo la mattina, accendiamo la tv, lanciamo i social e scopriamo che la notte ci ha trasformati in politologi, costituzionalisti, esperti di diritto, legge elettorale, economia, finanza, giustizia, scuola, lavoro… E, naturalmente, virus, malattie infettive e pandemie… E, allora, tutti sul pulpito a discettare, inondando il mondo delle nostre verità. Indiscutibili, ovviamente. A che servono i cervelli che si sono costruiti conoscenze, competenze e credibilità in anni e anni di studi, a colpi di lauree, master, pubblicazioni scientifiche, riconoscimenti internazionali o Nobel? A niente. Ci siamo già noi. Bastiamo e avanziamo.

Se proprio vogliono dire la loro, si mettano in fila e aspettino il loro turno: questa è ancora una democrazia, no?

 Se il rubinetto perde, i capelli si allungano più del dovuto o l’auto si ferma, cerchiamo un idraulico, un barbiere e un meccanico, ma se si tratta di valutare la politica del Fondo Monetario Internazionale, della BCE o del governo in materie come manovra economica, Mes o Recovery Fund, non abbiamo bisogno dell’aiuto di nessuno: le nostre flatulenze da bar sport diventano oro colato. L’unica ricetta valida è la nostra. Le altre? Tutte stronzate. Non vi sembra perlomeno bizzarro?

E come facciamo a sapere tutto?

Che razza di domanda! Lo sappiamo e basta! Da sempre. ‘Fanculo i dubbi e i ragionamenti cervellotici dei soliti “professoroni”: roba per debosciati, che si cacano addosso e si aggrappano a qualunque cavillo, pur di non fare quello che tutti sanno che deve essere fatto.

Gli uomini veri, si sa, vivono di certezze. Le loro, naturalmente. Apodittiche. Non per intelligenza, cultura o esperienza: per DNA.

Una trentina di anni fa, l’autista di un ministro del quale ero l’ufficio stampa, mi spiegò cosa fare nel caso mi fossi trovato davanti un’auto lanciata, a tutta velocità, contro la mia: “Non tocchi il volante, mi raccomando! Altrimenti l’altra auto, cercando di evitarla, comincerà anche lei a spostarsi di qua e di là, e finirete con lo schiantarvi, frontalmente, l’uno contro l’altro. Dia retta e me: punti dritto l’altra auto: penserà lei a spostarsi, vedrà!”, disse con l’aria di chi si aspetta imperitura gratitudine per averti messo a parte di una così salvifica verità. “Mi scusi – obiettai pacatamente – ma se, al volante dell’altra auto, c’è una persona che la pensa esattamente come lei?”. L’autista non rispose. Gli cercai gli occhi nel retrovisore: avevano l’espressione interdetta di chi pensa: “Cazzo: non ci avevo mai pensato!”. Naturalmente, quella fu l’ultima volta che salii sulla sua auto. E consigliai il ministro di fare altrettanto.

Le “camere d’eco” non sono su Internet: sono nella nostra testa. O, meglio: sono su Internet perché, prima, sono nella nostra testa. Ed è esattamente per questa ragione che hanno tutto questo successo. Perché ci assomigliano. Come gocce d’acqua. Non ci importa che sia acqua sporca, stagnante, maleodorante o avvelenata. È la nostra acqua. Dunque è buona. Per principio, ovviamente.

Qualche mese fa, ho pubblicato su Fb un post di poco più di duemila parole. 2.122, per l’esattezza. (Poche per i miei standard. Di solito, ne scrivo molte di più. Prendere o lasciare. Chi ama la brevità, può fermarsi prima. O non cominciare affatto). Qualcuno commentò, in modo piuttosto lapidario: “Le solite stronzate populiste al contrario”. Sei parole. Il giudizio (sebbene non così chiaro come potrebbe sembrare a una prima lettura) ci sta tutto, per carità. La libertà di pensiero è il fondamento stesso della democrazia. Una sola parola – quella “frankfurtiana” – sarebbe stata più che sufficiente. Mancavano, però, le ragioni su cui quel giudizio si fondava. Il tipo era un fan di Occam e le aveva omesse per amore di sintesi o non le aveva riportate semplicemente perché non ne aveva?

Questa lapidarietà sta diventando una delle malattie più preoccupanti del nostro tempo. Perché non è sintesi: è vuoto. Tra un compendio, per quanto stringato, di idee interessanti e nessuna idea, c’è un abisso. Ed è in quell’abisso che, a meno di un miracolo, finiremo col precipitare. È “tutto ciò che si sa, ciò che non si sia udito rumoreggiare o mormorare” che “può dirsi in tre parole”, come ricorda il motto di Kürnberger posto da Wittgesteing sotto la dedica del suo “Tractatus logico-philosophicus”. Per tutto il resto, evidentemente, ce ne vuole qualcuna di più.

Anni fa – in un articolo apparso sul blog “Gazebos” – mettevo a confronto la prima pagina del quotidiano “La Stampa” del 31 luglio 1963 (che era stata appena ristampata) con quella dello stesso quotidiano del 31 luglio 2013. La prima, conteneva 6 titoli per altrettanti articoli ed una foto. Nella seconda, i titoli erano saliti a 10, ma gli articoli soltanto 7. Le foto, invece, erano quintuplicate. La differenza maggiore, però, era nel numero delle parole. Titoli esclusi, nella prima pagina del ‘63 erano 3.106; in quella del 2013 erano scese a 586. 2.520 parole di differenza. L’81% in meno! Per densità di parole, dunque, la prima pagina del ‘63 equivaleva a più di cinque prime pagine del quotidiano di cinquant’anni dopo. La media/parole per gli articoli di prima pagina del ‘63 era 621; nel 2013 tale media era precipitata a 83: 87% in meno. Sette anni dopo (2 agosto 2020), la prima pagina del quotidiano torinese ospita 7 titoli per altrettanti articoli. Il totale delle parole è risalito rispetto alla prima del 2013 (757: il 29% in più) ma resta sempre molto lontano da quelli della prima del ‘63: 75,6% in meno.

Tutto questo per dire cosa? Che, fatta salva la qualità delle riflessioni (che certo non dipende nel numero delle parole), nel 1963, per raccontare il mondo, uno dei principali quotidiani italiani, impegnava più di 3mila parole. Oggi, poco più di 7cento. Se, a tutto questo, aggiungiamo il fatto che il “lettore medio” – sia sulla carta che online – si ferma ai titoli, ci rendiamo conto di un fatto decisamente inquietante: in meno di sessant’anni, il lessico delle nostre coscienze si è impoverito in maniera preoccupante. Un crollo verticale, che non accenna ad arrestarsi. La qualità, lo ripeto, non risiede nella quantità. Tuttavia, dato che le parole sono i mattoni con i quali costruiamo la casa dei pensieri, è del tutto evidente che, meno mattoni abbiamo, più piccola e fragile risulterà quella casa. Senza contare che, se è vero – come sosteneva Wittgestein – che “i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”, viviamo in un mondo che diventa ogni giorno più piccolo e più limitato.

Il fatto è che, da decenni ormai, veniamo alimentati a superficialità, facilità e banalità. Risultato? Non siamo più in grado di andare al di là della forma. Che non è sostanza. A meno di non pensare che il vetro di una bottiglia e il vino che essa contiene siano la stessa cosa. Un’evidente assurdità. Chi non ne è convinto, beva il vetro. E, poi, ne riparliamo. Prosit!

Da decenni, ci mettono sul piatto omogeneizzati al posto della carne. La qualità dell’istruzione è sempre più bassa. (Ricordate la lettera del 2017, nella quale 600 tra rettori, professori universitari, scienziati e intellettuali denunciavano “le carenze linguistiche” – grammatica, sintassi, lessico – degli studenti universitari, che commettono “errori appena tollerabili in terza elementare”?).

E sempre più bassa – fatte le debite eccezioni, naturalmente – è la qualità dell’informazione.

A furia di questi “omogeneizzati”, oltre al senso del gusto, presto perderemo anche i denti. “La capacità di orientarci è come un muscolo – osserva Yuval Noah Harari in “21 lezioni per il XXI secolo” (Bompiani 2018) – o lo usi o lo perdi”. E, dato che noi non la usiamo…

Facilità, banalità e superficialità non sono lì per caso. Servono a convincerci del fatto che “uno vale uno”. Falso. In democrazia, un voto conta un voto, è vero. Quello del primo e dell’ultimo degli italiani dovrebbero avere lo stesso peso. In realtà non è esattamente così, visto che molto dipende dalla qualità della legge elettorale, ma questo è un discorso complesso, che meriterebbe una riflessione a sé. Diciamo che un voto vale un voto e che è giusto che sia così. Questo, però, non significa affatto che l’“elettore A” sia uguale all’“elettore B”, nemmeno nel caso votino per lo stesso partito. Né significa che i due abbiano stessa intelligenza, stessa cultura, stessa capacità di analisi, stessa onestà intellettuale, stessa etica. Hanno, semplicemente, messo entrambi una crocetta su una scheda. Questo è quanto. Ed è l’unica cosa che hanno in comune. Uno “conta” uno, in cabina elettorale, dunque. Ma non è affatto detto che “valga” anche uno. Soprattutto fuori da quella cabina. Nella stragrande maggioranza dei casi, infatti, non è così. Il che crea un’asimmetria estremamente pericolosa. Con questo non intendo affatto mettere in discussione il suffragio universale. Lungi da me. Intendo, semplicemente, evidenziare il fatto che l’impoverimento – progressivo e incontrollato – di conoscenza, coscienza (critica) ed etica rischia di minare alla base la capacità degli elettorati democratici di compiere le scelte migliori in favore del vero “bene comune” delle loro comunità.

Prendiamo, ad esempio, il referendum Brexit o l’elezione di Trump (ma gli esempi non si contano): scelte “di pancia”, che stanno mostrando al mondo tutta la loro sconsideratezza. Sconsideratezza che la stragrande maggioranza di americani e inglesi comincia a pagare sulla propria pelle. Lo “splendido isolamento” – osserva, giustamente, Harari – non può essere una politica praticabile nell’epoca di Internet e del riscaldamento globale.

Ci piaccia o no, viviamo in un sistema di vasi comunicanti. Sistema senza ritorno, senza “esterni” e senza alternative. Se avveleniamo o cerchiamo di prosciugare anche uno solo dei vasi, finiamo con l’avvelenarli o prosciugarli tutti, indipendentemente dalla loro forma o grandezza. “Mors tua”, dunque, rischia di trasformarsi in “mors mea”.

Sovranisti e nazionalisti sono liberissimi di incitare all’autarchia, per eccitare le piazze e salire nei sondaggi. Sarà la realtà – non i loro avversari – che si incaricherà di smentirli. Una smentita che genererà un pesante rinculo di disillusione. Rinculo che penalizza tutti i populismi quando – una volta entrati nella stanza dei bottoni – si rendono conto che non possono mantenere molte delle promesse (demagogiche) fatte, e si vedono costretti a reinventarsi immagine e ruolo, con esiti elettorali tutt’altro che felici.

Nell’era dell’interdipendenza, la parola indipendenza ha perso il suo vecchio significato e non ne ha ancora trovato uno capace di confrontarsi con la natura del tempo nuovo. E, in molti ambiti importanti per la vita quotidiana delle società, la sfera dell’“autodeterminazione” appare sensibilmente ridimensionata dalla globalizzazione, con “limitazioni alla sovranità” degli Stati nazionali più significative di quelle previste dalle loro Costituzioni.

Più ci si divide e si diventa piccoli, dunque, più si finisce col condannarsi all’irrilevanza politica, diventando sempre più dipendenti dai grandi. Curioso che proprio coloro i quali predicano che è nella natura delle cose che “pesce grande” mangi “pesce piccolo”, fingano di non sapere che anche “Stato grande” “mangia” “Stato piccolo”. E che, regnante la globalizzazione, l’Europa è una scelta non reversibile. Parlo dello strumento-Europa, ovviamente. Uno Stradivari resta uno Stradivari, indipendentemente dalla qualità del violinista o del pezzo da eseguire. Se l’esecuzione non soddisfa, sono violinista e partitura che devono essere cambiati. Certo non lo Stradivari.

Nessuno ci impedisce di battere una moneta diversa per ogni città. Qualcuno si è chiesto, però, quanto varrebbe, sul mercato nazionale, europeo e internazionale la nostra “urban currency”? Quale sarebbe, ad esempio, il tasso di cambio tra sesterzio romano, ambrogino milanese, ducato veneziano ed euro, dollaro, sterlina o yen?

In un’epoca nella quale la parola nazione è stata svuotata di significato, la politica è ridotta all’impotenza e l’economia agonizza, annichilita dallo strapotere della finanza, predicare sovranismi, più che una proposta anacronistica, è una proposta ridicola. Improponibile in quanto impraticabile. Oggettivamente. Se la politica è l’arte del possibile, evocare l’impossibile non è politica. È altro. Cosa? Caccia al consenso, con un unico obiettivo: rastrellare il maggior numero possibile di “azioni” della “Srl” alla quale il verdetto delle urne darà l’incarico di gestire il patrimonio-Paese.

Una caccia che viene praticata con metodi truffaldini: si fa leva sul potere evocativo di parole antiche, nobili e rassicuranti – patria, popolo, tricolore… – che sono completamente prive di reale peso politico, sia sul piano europeo che internazionale. Gli unici piani a cui sono affidate le decisioni che contano davvero. Piani che, ai cacciatori di consenso, non interessano affatto. A loro interessa unicamente il piano interno. Qualunque presa di posizione su qualunque problema, infatti, è tutto tranne che mirata a risolvere quel problema. I problemi sono la gallina dalle uova d’oro. Una gallina che deve continuare a deporre e covare. Risolverli, equivarrebbe ad uccidere la gallina, precipitare nei consensi e non riuscire a rastrellare abbastanza azioni per guadagnarsi il diritto all’agognata fetta di torta. Morale? Si strilla, si circuiscono gli incapaci di intendere, si riscuote il consenso e si compra la torta. Più semplice di così.

Riuscirebbe il giochetto se la nostra non fosse una “brainless generation”?