Paesaggio, paesaggi
“Quando è nato il Paesaggio? Nel momento esatto in cui qualcuno lo nomina, lo descrive, ovvero quando Petrarca nel 1336 decise di salire sul Monte Ventoso in Provenza descrivendo la sua salita: è l’affermarsi dell’Io, è la nascita della soggettività moderna. Si perché il Paesaggio della modernità assume un valore interiore e soggettivo, i paesaggi dell’anima. Tanti sono i paesaggi.”
Così prende avvio la Lectio del prof. Roberto Masiero a Villa Rizzardi, presso il Giardino di Pojega a Negrar tenutasi venerdi 31 gennaio, un importante incontro su “Territorio, ambiente e paesaggio. Vecchie e nuove percezioni”. Roberto Masiero, architetto, già Professore Ordinario di Storia dell’Architettura nell’IUAV di Venezia, è da sempre studioso delle arti e delle scienze nel quadro di una generale storia delle idee, è responsabile scientifico della Fondazione Francesco Fabbri e Presidente dell’Osservatorio del Paesaggio dell’Alta Marca trevigiana, ha pubblicato moltissimi testi, editi in molte lingue, e curato significative mostre d’arte; oggi dedica le sue attuali ricerche al pensiero e alle pratiche del digitale, tra le ultime pubblicazioni: “Gemello digitale territoriale”, per scoprire una governance del territorio attraverso un modello digitale; “Paesaggio, paesaggi.”, per imparare a vedere le cose e a comprendere le parole.
Roberto Masiero è di fondo un “disobbediente”, come lui si definisce, fuori dagli schemi accademici, e si lascia contaminare dalle diverse discipline in una logica delle relazioni che diventa rivelazione.
Così dai paesaggi nella letteratura, i Mulini a vento del Don Chisciotte di Cervantes, l’isola di Robinson Crusoe di Defoe, alla pittura, illustra Masiero la descrizione del paesaggio come narrazione di luogo, come luogo di scambio, come mercato, ovvero luogo di relazioni non solo commerciali ma sociali, fondamentalmente il Paesaggio come Politica, come governance, come scelta dell’uomo in relazione al territorio, alla natura. È nel Palazzo del Governo di Siena che il ciclo di affreschi (1338) di Ambrogio Lorenzetti parla di Paesaggio come effetto del Buono o del Cattivo governo, politica dunque, ma anche economia, quando la parola e la cosa coincidono: economia viene da “oikos” in greco è casa e “nomos”, governo, regola, le buone regole per governare la casa. Non è un caso che sia lo stesso periodo storico di Francesco Petrarca.
Masiero è convinto che il Paesaggio sia questione politica e di “produzione”: “Credo che nei cambiamenti radicali in atto nella e con la diffusione planetaria del modo di produzione digitale vadano ripensate le parole che usiamo per definire, argomentare e rendere progetto il nostro rapporto con il mondo (cultura) e con gli altri (politica). Soprattutto credo vadano riviste le stesse categorie del politico cioè le regole della convivenza, della decisione e dei modi del potere”.

A una platea folta e ammutolita dagli inaspettati contenuti su un tema così diffuso e a volte banalizzato, Masiero dona parole come chiavi: “Tre parole tra loro molto intrecciate vanno urgentemente ripensate: territorio (cioè il governo dello spazio); ambiente (cioè il rapporto uomo/natura e la questione della sostenibilità); paesaggio (cioè l’identità e le forme di appartenenza private e pubbliche). Queste tre parole risultano ancora significative rispetto a un quadro che potremmo definire meta-politico e che può essere considerato grazie alle seguenti domande:
– Il territorio è stato fondamentale per la legittimazione storica dello stato nazione (confini, dazi…. valori comuni…) e, nel contempo, è stato la base non solo ideologica ma anche materiale di un sistema come quello industriale basato su logiche meramente estrattive (un tempo si sarebbe detto su logiche di sfruttamento). Vi lascio una domanda, nel dominio del digitale può essere ancora così?
– L’ambiente è stato pensato e vissuto come l’insieme inseparabile (ipocritamente) tra natura e cultura, o come tutto ciò che riguarda le molteplici variabili biotiche e/o abiotiche in cui un organismo vive e interagisce nel corso della sua esistenza. Cosa ci propone oggi la riflessione sull’autopoiesi? Un’altra domanda, più di una: Se il tema dell’ambiente rinvia alla questione della sostenibilità, questa va ancora affrontata in termini emergenziali o possiamo chiederci che cosa può esserci dopo l’emergenza? E quali saperi allora mettere in gioco?
– Infine il paesaggio: esso ha sempre messo in gioco il patetico esponendosi in chiave estetica, rimuovendo il problema della identità e della appartenenza, sia privata che collettiva, con la maschera del bello naturale. Che ne è oggi del paesaggio e quindi dell’identità e appartenenza? Può essere ancora un modo per tenere assieme più soggetti grazie a dei confini per lingua, razza o per una qualsiasi altra “cattiva infinità” (esempio l’idea di popolo)? Che ne è dell’idea stessa di società, comunità, politica?”
Domande che il Professore lancia su chi ascolta come semi di cui avere cura per trovare le risposte, la cultura: “Chi si trova ad abitare una navicella spaziale e guarda fuori dall’oblò, vede forse un paesaggio? Può dire a sé e agli altri “Vado a fare una passeggiata?” O esclamare “Che bella la natura”? E nelle pareti della navicella avrebbe qualche senso appendere un quadro che rappresenta un paesaggio? Forse, nostalgicamente una natura morta”.
Riflessioni, Masiero fa da specchio non ingannevole alla platea, a noi che invece di essere rassicurati dal banale qualunquismo siamo scossi, costretti a pensare, a vedere.
“Il Paesaggio se ha un inizio ha anche una fine, e forse il Paesaggio è già morto.” è l’ultima provocazione del professore veneziano che sorride gustando la platea.
Non poteva esserci luogo più idoneo del Giardino di Pojega progettato da un architetto pioniere e geniale come Luigi Trezza (1752-1823) che comprende l’importanza del “saper vedere” inquadrando in finestre verdi il paesaggio del contesto in cui il giardino è inserito. Trezza è uno sperimentatore di tecniche diverse tra loro e usa la decorazione come gioco dell’intelletto attraverso la geometria – servendosi di un linguaggio classico (antico e rinascimentale), ma con una matrice illuminista (futuro) – così rende l’uomo una “decorazione vivente” che si muove nel giardino, occupando lo spazio in maniera diversa e creando un ritmo tra naturale e artificiale, e una delle chiavi per vedere il giardino è proprio la Politica: la convivenza di giardino all’italiana (aristocrazia) e di giardino all’inglese (democrazia), in un anticipo del gusto pittoresco che si avvicina con l’Ottocento romantico; è un messaggio di buon governo che esalta la figura del Conte Antonio Rizzardi, committente illuminato del giardino nel 1783. Il Giardino risulta così sempre “contemporaneo”, si relazione con il suo tempo trasformandosi perché “soggetto vivente”.
Il messaggio di Roberto Masiero non è diverso da quello del Trezza: guardare con occhi contemporanei, viventi. Oggi siamo oltre al Paesaggio, quello che continuiamo a pensare in modo arcaico, nostalgicamente o esteticamente. Ci sono molteplici paesaggi e tutti validi, espressione di un’identità in movimento e molteplice che però dobbiamo imparare a governare, imparare ad avere una visione per vivere in bellezza, in relazione, in equilibrio perché il Paesaggio vive (o muore) con noi, ed è sempre più vera la definizione della Convenzione europea del Paesaggio del 2000, esso “è una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni”.
Sta a noi dunque: si scrive Paesaggio si legge Futuro.