Gilberto Govi, Tullio Solenghi e l’archetipo della comicità
“Mi è stato chiaro fin da subito che mi trovavo di fronte a una autentica maschera della commedia, e così come non proverei alcun imbarazzo nel riprodurre lo stampo scenico di un Arlecchino, mi lascerò docilmente calare nei panni e nella mimica di Gilberto Govi assimilandone ogni frammento, ogni sillaba, ogni atomo. Non esiterei a definirla una sorta di stimolante archeologia teatrale”.
L’archeologia teatrale raccontata da Tullio Solenghi si è trasformata mirabilmente nella maschera di Gilberto Govi. Lo aveva già fatto l’anno scorso con I maneggi per maritare una figlia, ho avuto la fortuna di vederlo al Teatro Civico della Spezia interpretare un altro cavallo di battaglia del grande attore genovese: Pignasecca e Pignaverde. Una messa in scena elegante, rigorosa, divertente e divertita.
Ma non vi voglio parlare dello spettacolo.
Mentre lo guardavo e ridevo di battute che hanno molti più anni di me ho capito l’archetipo assoluto della comicità, il suo valore più autentico. A un certo punto si ride perché si deve, è una catarsi, un rito collettivo, l’aspettativa di una battuta che si trasforma in certezza, applauso, sospiro di sollievo. La vera comicità non ti deve sorprendere, semmai ti mette al sicuro rappresentando il mondo così come dovrebbe essere. I cattivi non sono mai così cattivi, i buoni non sono mai così buoni, gli ingenui non sono mai così ingenui. Il nero e il bianco sono il risultato delle sfumature di tanti colori diversi, l’avarizia si trasforma in generosità, il disappunto in perdono, la stupidità in astuzia, il cinismo in altruismo.
Noi abbiamo bisogno di Arlecchino, certe volte lo troviamo negli occhi sbarrati e divertiti di Gilberto Govi, nelle smorfie di Totò, nel sorriso beffardo di Eduardo De Filippo, nello sguardo malinconico di Charlie Chaplin o dietro il sigaro spento di Groucho Marx. La maschera è la protezione necessaria ad affrontare con forza la complessità del nostro tempo incerto, a vincere la paura e a definire stabile la nostra insicurezza. Il palcoscenico in fondo è un rituale sublime che si ripete sempre uguale nella sua complessa e vitale diversità. Tutto torna, la commedia mette ordine al disordine e noi seduti in platea guardiamo meravigliati le nostre esistenze che diventano rappresentazione. Bastano una scena, una porta di ingresso e una di uscita e un divanetto dove sedersi quando le parole da dire diventano davvero importanti. Non serve altro. Guardi quel palco e pensi alla tua vita. Anche tu hai bisogno di porte per entrare e di porte per uscire, dei tempi giusti per farlo, di un applauso gratificante quando le cose vanno bene e di un sipario che si chiude quando hai bisogno di silenzio.
La parola “archetipo” è composta da arché, cioè “inizio, principio originario” e typos, “modello, marchio, esemplare”. Letteralmente significa quindi “modello originario“. Tutte le nostre vite alla fine vengono riassunte da alcuni archetipi, quando ci siamo dentro ci sembrano labirinti senza uscite ma se le racconti e le trasformi in narrazione diventano “modelli originari”, delle trame. La nostra messa in scena diventa così la rappresentazione del mondo. Abbiamo bisogno del teatro perché dobbiamo guardarci allo specchio. Qualcuno lo chiama inconscio collettivo.
Tullio Solenghi diventando a teatro il clone di Gilberto Govi per due ore rispecchia il modello originario delle nostre esistenze che vogliono solo ridere della loro meravigliosa, incerta e sublime incertezza.