Serena Bertolucci. Aveva ragione Albert Camus, la cultura è: “L’urlo degli uomini in faccia al loro destino”
L’immagine evocata da Camus sembra essere quanto più lontana dal concetto tradizionale di museo; alla cultura, il grande scrittore francese associa una azione forte ed un processo quasi eroico di cambiamento. Possiamo dire questo, oggi, dei musei? Siamo in grado di delineare con chiarezza i processi di mutamento, di progresso, di crescita che queste istituzioni possono suscitare? Per dirla con Camus, possiamo sentire il loro urlo?
I musei stanno vivendo certamente una fase di cambiamento. Credo che il primo passo sia non accontentarsi di essere un luogo di conservazione ed esposizione – per quanto questo ruolo sia per i musei ineludibile, determinante e fondativo – quanto piuttosto abbracciare la trasformazione in autentici poli culturali, inclusivi e accessibili. Questo processo trasformativo deve comprendere anche un atteggiamento di accoglienza verso i rischi che inevitabilmente porta con sé l’essere pionieri, come nel caso di M9, museo diverso ma necessario, con una identità unica, non solo nel patrimonio che conserva e nel modo di condividerlo, ma anche nel ruolo di fulcro di un distretto che vuole essere agente di trasformazione sociale e uno strumento fondamentale di rigenerazione urbana.
Tutto questo significa inevitabilmente considerare nel piano di sviluppo il raggiungimento e consolidamento di economie di scopo che, più efficaci saranno, più materia ed energia forniranno ad economie di scala. In questa visione di ecosistema culturale, resta salda la visione di M9 come presidio di cittadinanza che significa, innanzi tutto, lavorare per l’accessibilità e l’inclusione, eliminando le barriere – fisiche e culturali – per rendere il museo una “casa” aperta a tutti.
Tutto ciò se visto in una ottica trasformativa, come quella tratteggiata da Fondazione di Venezia nel momento fondativo di M9, apre la strada alle attività più varie, in un’ottica sinergica affinché la sostenibilità culturale sia duratura. Ed è così che nascono iniziative come la call alle associazioni del territorio Ritroviamoci in M9 per condividere spazi e progetti con la comunità di prossimità ed il Terzo Settore o il progetto Laboratori sospesi che grazie a campagne di crowdfunding sostenute da privati e imprese, offre la possibilità a istituti scolastici in territori di povertà educativa di usufruire di proposte educative strutturate e di qualità. L’attenzione alla comunità non può neppure prescindere dal long life learning e dal sostegno ad una terza età attiva e partecipe che per M9 prende corpo nell’alfabetizzazione storica e storico artistica e nella ricerca di testimoni del Novecento, narratori e narratrici attive di un’epoca tanto vicina, eppure tanto lontana.
Locale tuttavia non significa limitato, anzi piuttosto deve essere inteso come un porto di partenza verso numerosi viaggi, tra discipline innanzi tutto; in M9 la storia è un passapartout per intrecciare cammini delle arti, del design, del fumetto, dell’architettura, ma anche della musica, del cinema, dello sport; ovunque si sviluppa creatività, energia, visione, c’è cultura. Questa concezione aiuta a coinvolgere imprese, enti, associazioni di categoria che in questo modo si sentono parte di processi trasformativi e culturali che partendo da realtà più prossime al museo si allargano alla dimensione nazionale come accaduto per l’esposizione Identitalia, in collaborazione con il Ministero del Made in Italy. Mantenendo lo sguardo alla comunità allargata nel nostro Paese, l’approccio interattivo e multimediale offre l’opportunità di apprendere la storia del 900, spesso trascurata soprattutto per quanto riguarda la seconda parte del secolo, in modi che rispondano a bisogni culturali e di conoscenza diversi, specialmente per le nuove generazioni; anche qui abbiamo delle importante sfide di fronte, in un settore culturale in rapida evoluzione, con la necessità di restare al passo con i cambiamenti tecnologici e sociali e il superamento della percezione del museo come luogo elitario.
L’impatto del modello M9 sul territorio è già visibile; il 2024 si è concluso con un importante incremento di visitatori e partecipanti alle attività, con un aumento sensibile delle card di fidelizzazione e con un sentimento sempre più condiviso di appartenenza e soddisfazione. È indubbio che questo fattore aggregante contribuisca alla riqualificazione urbana sotto due aspetti. Il primo, quello più concreto, è che un distretto più frequentato è un distretto più sicuro: questo concetto, insieme alla crescita di reputazione di M9 ha contribuito in modo determinante all’occupazione di tutti gli spazi commerciali e direzionali disponibili all’affitto, prima di allora collocabili con più difficoltà. Nel processo virtuoso, ciò ha permesso alle attività interne di ristorazione di crescere, e in una situazione più serena di avviamento, di offrire ai visitatori del museo una particolare campagna di pricing, fatto che in una sorta di economia circolare ha automaticamente identificato il museo come luogo dove è possibile effettuare una permanenza più lunga, favorendo l’adesione ad ulteriori servizi offerti.
Tutto ciò funziona se si aderisce in modo continuo e costante ad un processo che è anche qualitativo; il programma di mostre temporanee, necessarie per mantenere sempre viva l’attenzione, viene costruito in questa direzione; progetti importanti di esposizioni come Arte Salvata, in collaborazione con la città francese di Le Havre, o Sandro Pertini, L’arte della democrazia, che ha ricevuto la medaglia di rappresentanza della Presidenza della Repubblica, hanno sono parte di un percorso che valorizza le esposizioni non come fenomeno di consumo, ma di crescita e consolidamento, con una visione che all’interno di una città complessa come Venezia, mette in campo una voce diversa nell’ambito del turismo culturale.

Tutto questo fa sentire forte la necessità di alimentare un rapporto sempre più stretto tra cultura, economia e comunità, dove la cultura non è un costo, ma la chiave di volta dello sviluppo sostenibile. M9 punta a consolidarsi come un luogo di costruzione del futuro, utilizzando il passato, il ‘900, come strumento fondamentale per interpretare e non temere di affrontare i grandi temi del presente. La cultura è a Mestre, oggi più che mai, una leva di sviluppo economico e sociale che genera valore sostenibile per la collettività. Un urlo, come scriveva Camus.
Chi è Serena Bertolucci
Figlia di opposti, un navigante e una prof di matematica, ha da sempre avuto ampi orizzonti, ma ha sempre cercato il modo di misurarli e di comprenderli. Questo sistema lo ha trasferito nei musei, luoghi nei quali ha cercato di tracciare rotte percorribili da tutti, attraverso anni di formazione, sperimentazioni e attività in Italia e all’estero. Si definisce medico dei musei, perché la sua attività si concentra sulla rivitalizzazione di istituzioni culturali spente o in difficoltà; in realtà sono i musei che hanno curato lei, salvandola da vite più monotone che avrebbe difficilmente sopportato. Ama leggere e scrivere, un po’ meno fare di conto, anche se è convinta che oltre ad una importante competenza storico-artistica, un direttore di museo debba possedere una solida e affidabile capacità gestionale e amministrativa. Ha passione per tutto ciò che è ottocentesco, i Promessi Sposi, la pittura di Francesco Hayez, le Pietre di Venezia di Ruskin e Frankenstein di Mary Shelley. Ricorda con tenerezza l’ultima volta che ha avuto occasione di parlare di Canova con Gillo Dorfles e la prima in cui ha ascoltato Paolo Costantini parlare di fotografia.