Con Artemide la luce diventa un evento culturale
Mi sia concesso un piccolo ricordo personale. Anni fa ero al telefono con Ernesto Gismondi. Una delle tante interviste. Mi raccontava divertito e irrequieto di come ormai alcune sue lampade erano diventane icone senza controllo: “Ho visto la Tolomeo in un film americano. Era la lampada di scena sul comodino della cella di un carcere di massima sicurezza. Se lo immagina lei un carcere con le nostre lampade?”.
Gismondi rideva perché sapeva benissimo che la luce è una cosa seria. Maledettamente seria. Lo capiamo quando manca, quando è sbagliata, quando rende uno spazio ostile invece che accogliente. Ma lo capiamo ancora meglio quando funziona così bene da sparire, diventando parte naturale della nostra esperienza di vita quotidiana. Artemide lavora da più di sessant’anni proprio su questo paradosso: rendere la luce visibile come pensiero, un valore intangibile ma decisamente concreto per il nostro benessere. Troppo? Victor Hugo nei Miserabili ha scritto che: “La luce non è soltanto visibile agli occhi, è visibile al cuore; chi vive immerso nella luce vive anche nell’anima.” E nel Faust Goethe afferma che: “La luce è la vita; senza luce l’anima si chiude, l’uomo si spegne.”
Ecco di cosa stiamo parlando.
Fondata nel 1960 dall’ingegner Gismondi, Artemide nasce in un momento storico in cui l’industria italiana credeva nel progetto come strumento di trasformazione sociale. Non si trattava solo di produrre oggetti, ma di immaginare un modo migliore di abitare il mondo. La luce non poteva essere considerata un semplice fatto tecnico, ma una materia culturale, capace di influenzare comportamenti, relazioni, atmosfere. “Non mi interessava disegnare una bella lampada, ma capire che tipo di persona avrebbe usato quella luce”, diceva Gismondi. È una frase che spiega molto di ciò che Artemide è diventata: un’azienda che ha sempre pensato il design come responsabilità, e la tecnologia come strumento al servizio dell’essere umano.
Negli ultimi anni questa visione si è tradotta in un impegno culturale sempre più esplicito. Artemide investe in cultura non per decorarla, ma per abitarla. Il rapporto con la Biennale di Architettura di Venezia, racconta bene questa vocazione. Non si tratta di una semplice sponsorizzazione, ma di una partecipazione attiva a uno dei luoghi più importanti del dibattito internazionale sull’abitare contemporaneo. Nei padiglioni e negli spazi espositivi, la luce progettata da Artemide accompagna il visitatore, costruisce ritmo, orienta lo sguardo, rende leggibili i contenuti senza mai mettersi al centro. È una luce che ascolta. Lo stesso approccio guida la collaborazione con il MEET – Centro Internazionale per la Cultura Digitale di Milano, uno spazio pensato per esplorare l’incontro tra arte, tecnologia e società. Qui la luce non è solo funzione, ma parte dell’identità del luogo: contribuisce a creare ambienti fluidi, ibridi, aperti alla sperimentazione. Un esempio concreto di come il design possa dialogare con nuovi linguaggi culturali senza perdere rigore progettuale. Artemide ha scelto di portare questa visione anche fuori dagli spazi istituzionali, investendo in progetti che mettono in relazione design, città e spazio pubblico. OpenAirDesign, alla Biblioteca degli Alberi di Milano, è uno di questi: un’esposizione a cielo aperto in cui la luce diventa strumento di connessione tra natura, architettura e vita urbana. Qui il design non è oggetto da contemplare, ma esperienza da attraversare.
Accanto ai grandi eventi e alle istituzioni, c’è poi un lavoro meno visibile ma altrettanto importante: quello sulla formazione e sui giovani. La partecipazione a iniziative come SAND – Sanremo Design, promossa dall’Accademia di Belle Arti, e il sostegno a borse di studio e percorsi educativi raccontano un’azienda che non si limita a osservare il cambiamento, ma prova a coltivarlo. Investire in cultura, per Artemide, significa anche costruire le condizioni perché il progetto continui a essere uno strumento critico e non solo formale.
Tutto questo ha a che fare con un’idea precisa di luce, che l’impresa sintetizza da anni nel concetto di Human Light. Una luce pensata per le persone, per i loro ritmi, per il loro benessere fisico ed emotivo. Una luce che tiene conto dell’impatto ambientale, che dialoga con la tecnologia senza subirla, che cerca un equilibrio tra efficienza e qualità dell’esperienza. In un mondo sempre più dominato dagli schermi e dalla luce artificiale continua, questa attenzione assume un valore culturale prima ancora che progettuale.
Non è un caso che molti dei modelli più celebri di Artemide siano diventati icone non solo del design, ma di un certo modo di pensare il rapporto tra oggetto e vita quotidiana. Tizio, disegnata da Richard Sapper nei primi anni Settanta, è una piccola rivoluzione silenziosa: elimina i cavi, rende la tecnologia invisibile, dimostra che l’intelligenza progettuale può essere elegante senza essere esibita. Tolomeo, firmata da Michele De Lucchi e Giancarlo Fassina, è probabilmente una delle lampade più riconoscibili al mondo perché funziona ovunque, per tutti, senza imporre uno stile ma offrendo una soluzione. Pipe, progettata da Herzog & de Meuron, porta nel design della luce la sperimentazione dell’architettura contemporanea, mentre Alphabet of Light, sviluppata con BIG, segna il passaggio dall’oggetto al sistema, dalla lampada come elemento singolo alla luce come linguaggio modulare. Anche in questi casi, come nei progetti culturali sostenuti dall’azienda, la luce non è mai neutra. È un modo di prendere posizione, di costruire senso, di suggerire un’idea di futuro. Artemide dimostra che l’impresa può essere un attore culturale credibile, capace di tenere insieme industria, ricerca e immaginario. Forse è questo il punto più interessante: in un tempo che chiede soluzioni rapide e messaggi semplici, Artemide continua a lavorare sulla complessità. A ricordarci che illuminare non significa solo fare luce, ma creare le condizioni perché le cose possano essere viste, capite, vissute meglio.