Alla Triennale di Milano il FOG Festival racconta il futuro delle performing arts
Nel primo semestre del 2026 Milano si trasforma in un crocevia di creatività e sperimentazione grazie alla nona edizione del FOG Performing Arts Festival alla Triennale. Dal 27 febbraio al 26 aprile la città accoglie artisti da ogni parte del mondo per un’esperienza che trascende la mera fruizione artistica e reinventa il rapporto tra palco e pubblico. Il festival, raddoppiando la sua offerta in vista di un secondo capitolo in autunno, si conferma uno dei luoghi più importanti di esplorazione delle arti performative tra teatro, danza, performance, musica e installazioni, dove ogni evento si fa preziosa occasione di incontro e riflessione.
L’apertura è affidata a Romeo Castellucci, tra i più influenti artisti contemporanei, con una creazione site-specific concepita per gli spazi della Triennale. La sua opera, che dà il titolo di apertura al festival, è pensata non come spettacolo fine a se stesso ma come evento immersivo che invita a percepire l’architettura, il corpo e il gesto come un’unica narrazione sensoriale.
Subito dopo, MAMI del giovane regista albanese Mario Banushi si presenta come un poema visivo sul legame tra madre e figlio e sul peso emotivo della memoria. Il lavoro di Banushi, rivelazione della scena teatrale internazionale, è già stato celebrato in festival come Avignon per il suo approccio viscerale e poetico al materiale scenico: immagini potenti, corpi immersi in paesaggi simbolici e silenzi che parlano più delle parole stesse.
Tra gli spettacoli che segnano il cuore del festival, When I Saw the Sea di Ali Chahrour si distingue per la forza del suo discorso politico e umano. L’artista libanese intreccia danza, poesia e memoria collettiva per raccontare storie di migrazione, amore, paura e resistenza, trasformando esperienze dolorose in un canto di libertà e dignità. La sua opera, già acclamata in vari contesti internazionali grazie alla profondità del gesto artistico, rappresenta l’impegno di un teatro civile che non si accontenta di descrivere il mondo ma ne sonda le ferite.
Non mancano momenti di forte sperimentazione formale: Ontroerend Goed con Handle with Care affida al pubblico il controllo dello spettacolo, ribaltando le dinamiche tradizionali della performance; con FUCK ME BLIND Matteo Sedda crea un duo coreografico ispirato all’ultimo film autobiografico di Derek Jarman, dove tensione ed eros si intrecciano in un paesaggio emotivo potente e coinvolgente.
La danza politica trova voce anche in The Blue Hour di Benjamin Kahn, dove il crepuscolo diventa metafora delle tensioni contemporanee, e in Language: no broblem, performance della coreografa palestinese Marah Haj Hussein, che esplora i confini tra lingua, identità e conflitto.
Accanto alle grandi opere internazionali si affacciano proposte di nuova generazione come RISE di *Daniele Ninarello, un dispositivo coreografico aperto che immagina nuove forme di convivenza, e Common land di *Trickster-p, un’esperienza immersiva che invita a ripensare concetti di appartenenza e comunità.
In questo fermento di linguaggi e visioni, la musica sperimentale trova spazio con Femenine dell’ensemble Sentieri Selvaggi, un omaggio alla radicalità del compositore Julius Eastman che esiste solo nella performance, sottolineando la natura effimera e viva del gesto creativo.
FOG festival si svolge in un momento storico in cui le performing arts italiane mostrano non solo vitalità artistica ma anche peso economico e sociale. Secondo il rapporto Io sono cultura della Fondazione Symbola, con Unioncamere, Centro Studi Tagliacarne e Deloitte, l’intero sistema culturale e creativo italiano ha generato nel 2024 un valore aggiunto di 112,6 miliardi di euro e dato lavoro a oltre 1,5 milioni di persone, rappresentando il 15,5 % del valore aggiunto nazionale. In particolare, le performing arts hanno registrato una crescita del valore aggiunto del +2,2 % nel 2024 e del +34,4 % dal 2021, con un aumento dell’occupazione del +2,6 % nell’ultimo anno, segnando così una dinamica positiva in un settore spesso considerato fragile.
All’interno di questo panorama, il FOG Performing Arts Festival non è solo un luogo di spettacoli ma un laboratorio di idee e relazioni. Le parole degli artisti risuonano come dichiarazioni di poetica: Banushi parla della scena come di un «paesaggio della memoria inquietante e familiare», dove il ricordo si fa esperienza condivisa; le coreografie di Chahrour emergono come testimonianze di corpi che narrano storie negate; e le proposte collettive invitano a ripensare teatro e danza non come gesti isolati, ma come pratiche di comunità.
Così FOG si conferma, anno dopo anno, una delle voci più ardite e necessarie del panorama delle arti performative contemporanee: uno spazio in cui la ricerca sfida i confini delle forme, e dove lo spettatore non è un semplice osservatore ma parte attiva di un racconto in divenire che intreccia senso, emozione e pensiero.