La creatività e la cultura? Infrastrutture necessarie ma fragili
Quando l’UNESCO pubblica un rapporto come Re|Shaping Policies for Creativity, non sta semplicemente aggiornando una statistica. Sta ridefinendo il modo in cui dovremmo leggere il presente. Perché i numeri che emergono raccontano una vera infrastruttura economica globale. Secondo il Rapporto, le industrie culturali e creative generano oltre il 3% del PIL mondiale e impiegano più del 6% della forza lavoro globale. Prima della pandemia le esportazioni di beni e servizi culturali avevano raggiunto quasi 390 miliardi di dollari. Durante il COVID, il comparto ha perso oltre 10 milioni di posti di lavoro, rivelando una fragilità sistemica: la creatività produce valore, ma non sempre gode di adeguate tutele.
Il punto politico del Rapporto UNESCO è quindi chiaro: la cultura non è solo identità, ma un bene pubblico che incide su sviluppo, innovazione, inclusione e coesione sociale. Non a caso, il 93% degli Stati membri oggi integra la cultura nei propri piani di sviluppo. E dove esistono politiche stabili, protezione sociale per artisti e professionisti, investimenti nella digitalizzazione e nell’accesso equo, il settore cresce e moltiplica effetti economici. Dove queste condizioni mancano, la creatività sopravvive, ma non riesce a diventare leva strategica.
Per questo il Rapporto avanza alcune proposte concrete: salari minimi garantiti per i lavoratori della cultura, sistemi di previdenza sociale più solidi per i freelance, modelli di remunerazione più equi per i contenuti online. È un passaggio cruciale. Senza un’infrastruttura di diritti e tutele, l’infrastruttura economica della creatività resta troppo vulnerabile.
Necessaria ma fragile.
Le sfide, tuttavia, restano profonde. Persistono forti disparità tra Paesi sviluppati e in via di sviluppo nell’accesso ai mercati culturali e alle tecnologie digitali. La povertà limita la partecipazione culturale e produttiva. Le disparità di genere continuano a segnare il settore creativo, soprattutto nei ruoli apicali e nell’accesso ai finanziamenti. E si aggiunge una dimensione ormai imprescindibile: la necessità di affrontare il cambiamento climatico, ripensando modelli produttivi, filiere e processi culturali in chiave sostenibile.
Ed è qui che si apre la questione europea. Una questione che contiene paradossi e opportunità.
In un continente che non compete sui bassi costi di produzione ma sull’alta qualità, sulla capacità progettuale, sull’innovazione culturale e simbolica, la creatività non è un lusso ma un vantaggio competitivo. Le transizioni digitale e verde richiedono competenze ibride, capaci di unire tecnologia, design, narrazione, estetica e visione sociale. L’intelligenza artificiale, l’audiovisivo, il gaming, l’editoria digitale, il design di prodotto e di servizi sono ambiti in cui l’Europa può costruire occupazione qualificata proprio grazie alla sua densità culturale. Il futuro del lavoro europeo, se vuole essere distintivo, non potrà prescindere dalla capacità di integrare creatività e innovazione industriale. E l’Italia, in questo scenario, è un laboratorio decisivo.
Il rapporto Io sono cultura 2025, realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere, mostra come il sistema produttivo culturale e creativo italiano abbia generato nel 2024 oltre 112 miliardi di euro di valore aggiunto, con una crescita superiore alla media nazionale. Gli occupati superano 1,5 milioni, circa il 5,8% del totale. Ma il dato che cambia prospettiva è l’effetto moltiplicatore: ogni euro prodotto dalla cultura ne attiva 1,7 nel resto dell’economia. Considerando l’indotto, il valore complessivo supera i 300 miliardi di euro, pari a oltre il 15% della ricchezza nazionale. Questo significa che la cultura non sostiene soltanto musei, teatri o editoria. Alimenta turismo, manifattura di qualità, artigianato evoluto, moda, enogastronomia, servizi avanzati. È un ecosistema che tiene insieme patrimonio storico e industria creativa contemporanea, botteghe e startup digitali, restauro e videogame, opera lirica e design industriale.
Un esempio concreto di come la creatività possa diventare leva di sviluppo urbano è la Rete delle Città Creative dell’UNESCO, attiva dal 2004, che promuove la creatività come motore urbano di rigenerazione economica e sociale. Non si tratta solo di attivare azioni di marketing territoriale, ma di politiche integrate che collegano cultura, innovazione, inclusione e sostenibilità urbana.
La vera sfida, tuttavia, non è solo economica. È strutturale. Il lavoro culturale resta spesso frammentato, precario, discontinuo, poco protetto. L’UNESCO insiste sulla necessità di rafforzare sistemi di welfare per i professionisti creativi, colmare i divari digitali e di genere e garantire condizioni di lavoro dignitose. Senza queste basi, la competitività resta parziale e diseguale. Quando si parla di valore sostenibile della cultura parliamo di questi obiettivi.
In un’economia globale dove molte occupazioni “ripetitiva” verranno sostituite da processi algoritmici, la componente creativa e progettuale del lavoro umano diventerà ancora più centrale. La capacità di immaginare, interpretare, raccontare, dare forma simbolica ai prodotti e ai servizi sarà ciò che differenzierà i sistemi economici maturi. In questo senso, la cultura non è il passato che custodiamo, ma il futuro che costruiamo. L’Europa può scegliere di considerare la creatività come settore accessorio, oppure riconoscerla come asset strategico. L’Italia, con la sua densità culturale e la sua tradizione manifatturiera, ha tutte le condizioni per guidare questa transizione e questa trasformazione. Ma serve un allineamento strutturale tra sostenibilità, innovazione e diritti. Serve la politica.
Il rapporto UNESCO e Io sono cultura convergono su un punto essenziale: la cultura genera ricchezza, occupazione e resilienza. È un’infrastruttura che tiene insieme economia, identità e innovazione. E potrebbe essere proprio questa infrastruttura il vero vantaggio competitivo dell’Europa.