Le Comunità “Specchianti”
Un nuovo paradigma per riflettere sulla valorizzazione territoriale e assumere consapevolezza, rendendo visibile l’invisibile, dall’insegnamento del Maestro Michelangelo Pistoletto e i suoi “Quadri specchianti”, per un Rinascimento collettivo che mette al centro la persona.
Durante la costruzione del Dossier di candidatura di Valeggio sul Mincio a Capitale italiana della cultura 2028 il confronto con alcune persone con questo territorio, un tempo teatro di sanguinose battaglie e oggi restituito alla pace e alla bellezza, rigenerato, rappresentando un laboratorio ideale per elaborare i conflitti, partendo dalla cura di sé, dalla comunità e dal territorio, e l’approfondimento di alcune tematiche di valorizzazione attraverso lo studio e la conversazione, mi hanno portata a lavorare sul tema della “comunità” e della “cura”, sulla capacità di proteggere, tutelare e, contemporaneamente, evolversi con consapevolezza, attraverso una presa di coscienza singolare e collettiva.
Non è un caso che il territorio di Valeggio si “specchi” in un fiume, il Mincio, e non sia lontano dal lago più grande d’Italia, il Lago di Garda, quella “acqua/specchio” nella quale Narciso cade perché non si riconosce e non comprende l’appartenenza, ma esercita il possesso. Una bellezza che, nell’inganno del mito, è estetica, non benessere. Un inganno che a Valeggio sul Mincio non è accaduto, preservando il territorio in una “verità” che ancora oggi è visibile in molti ambiti: paesaggio, territorio, comunità.
Il tema dello “specchio”, della riflessione consapevole è quello da cui partono, da sempre, le mie strategie di valorizzazione territoriale; a questo, che già avevo di mio, si è aggiunta la collaborazione con la Fondazione Michelangelo Pistoletto Cittadellarte, durante la costruzione del dossier, che mi ha portata ad approfondire i temi del Maestro, che già avevo avuto modo di apprezzare, condividere e fare miei, in particolare la filosofia dei “Quadri specchianti”. Non ultime le conversazioni continue, fruttuose e vere, con Rossana Beccarelli, antropologa e medico, sul tema “Cuore e Cura”, tanto da farmi venire l’idea di formulare un nuovo paradigma, quello delle “Comunità Specchianti”: un modello teorico e operativo che descrive comunità capaci di riflettere, amplificare e trasformare le qualità dei singoli attraverso dinamiche relazionali consapevoli, capaci di esercitare la cura, la cultura come forma di benessere collettivo, costruzione vera di comunità relazionale e relazionata.
Così parlare di rendere visibile l’invisibile assume sempre più significato, quell’invisibile che Pistoletto vede riflesso nel “Quadro specchiante”, quella parte di noi che non vediamo se non riflessa negli altri, fuori da noi stessi, e l’interiorità diventa socialità.
Una presa di coscienza che è “allenamento” dei territori dal basso (bottom up) è quanto ho sempre descritto nell’attività del Territory Coach, l’allenatore di territori, una figura che ho ideato nel 2019, ma che ancora mancava di un “terreno” idoneo che oggi ritrovo appunto nelle “Comunità Specchianti”: essere capaci di portare le comunità a prendere coscienza di sé e, attraverso Cultura e Cura, operare nel presente per migliorarlo secondo la propria vocazione.
Le Comunità Specchianti sono contesti sociali in cui l’identità dei singoli si sviluppa attraverso processi di riflessione reciproca, risonanza emotiva e co-creazione di senso. Esse uniscono interiorità, relazionalità, pratiche condivise e intenzionalità evolutiva.
Un paradigma ancora “in fieri”, dove uno degli elementi fondativi potrebbe essere una sorta di “Principio dello Specchio Relazionale”, dove ogni persona diventa un “specchio” che riflette agli altri gli stati emotivi, le potenzialità, i limiti, le credenze implicite e i modelli relazionali. Non si tratta di imitazione, ma di rispecchiamento trasformativo: la relazione diventa uno spazio per riconoscersi e ridefinirsi. Reciproco e condiviso.
Vi è poi da approfondire il principio della Cura, del coltivare le persone (da cui il claim della candidatura) perché la comunità è efficace quando i membri coltivano un ascolto profondo, la sospensione del giudizio (quell’epochè per i Greci che è forza generatrice, creativa), l’autenticità espressiva e la responsabilità emotiva.
Così, la qualità della presenza influenza direttamente la qualità dello specchio, una sorta di risonanza comportamentale ed emotiva dove i gruppi generano campi di risonanza in cui le emozioni si amplificano o si dissolvono, i comportamenti si sincronizzano, le idee si organizzano spontaneamente e la comunità diventa un organismo vivente, come il territorio (soggetto vivente lo definisce Alberto Magnaghi nel 2000).
Non è sufficiente però “stare insieme”, occorre un’intenzionalità comune, una forma di “unisono”, centrata per esempio su crescita personale collettiva, cura reciproca, innovazione creativa e trasformazione sociale, perché una comunità si specchia anche nella sua missione condivisa.
Diverse possono essere le dimensioni strutturali delle Comunità Specchianti perché stiano in piedi: da una dimensione interiore (introspezione, consapevolezza emotiva, metariflessione) a una dimensione relazionale (dialogo inclusivo, feedback generativi, gestione non violenta dei conflitti, riti di condivisione), a quella organizzativa (leadership distribuita, governance circolare, autonomia e interdipendenza, trasparenza decisionale) fino alla dimensione culturale con valori condivisi, storie collettive, un linguaggio comune, simboli e rituali.
La comunità non deve essere statica, ma dinamica, flessibile, adaptive, con una capacità di auto osservazione che le permetta di comprendere i limiti e di rinnovarsi: il comportamento di ognuno risuona nella comunità, non come giudizio, ma come riflessione consapevole nei limiti e nella volontà di produrre futuro, dove lo “specchio” è sempre reciproco, anche con il contesto, il territorio, il paesaggio, luogo della visibilità di ogni relazione; una forma di ecologia delle relazioni dove non c’è solo tutela delle cose materiali ma, alla pari, dell’immateriale, dell’affettività, delle emozioni.
Questa consapevolezza di restare umani, forse, è la stessa che dovremmo avere per affrontare lo specchio nuovo/stagno che abbiamo oggi davanti tutti i giorni, l’IA: dare e avere cura, dare e avere bene, mettere sempre al centro la persona, un rinascimento continuo, perché questo è ciò che cerchiamo davvero nei luoghi, stare bene, essere felici, la migliore eredità che possiamo lasciare, come scrive Lewis Carroll: “Il segreto, cara Alice, è quello di circondarsi di persone che ti facciano sorridere il cuore. Ed è allora, solo allora, che troverai il Paese delle Meraviglie”.
Il dibattito su questo nuovo paradigma è dunque aperto, il sasso lanciato nell’acqua rompe l’immagine riflessa da sempre di territori e comunità, obbligandoci a pensare, distogliendo lo sguardo dal sé per guardarci attorno, dentro.