Sono solo città da cantare

Le canzoni sono “luoghi comuni”. Riccardo Canesi ha due passioni, le canzoni e la geografia. Con “Le città da cantare. Atlante semi-ragionato sui luoghi italiani cantati” (Tarka editore, prefazione di Mogol) le ha finalmente unite. Perché molte canzoni sono legate ai luoghi, sia per chi le scrive sia per chi le ascolta. Ogni essere umano ha dentro di sé un paesaggio, quello della propria terra d’origine, e fuori di sé quello che ha incontrato nei percorsi della sua vita viaggiando o migrando. Non sfuggono a questa regola gli autori di canzoni. Il libro, che cerca di sistematizzare le relazioni tra canzoni e città italiane elenca ed analizza quelli che, soprattutto nel secondo dopoguerra, sono i brani più famosi ed evocativi dedicati alle più importanti città italiane e non solo. MEMO, per gentile concessione dell’editore, pubblica l’introduzione di Riccardo Canesi. Da leggere, ascoltando canzoni.

 di Riccardo Canesi

“Racconterò la storia delle città che andrò visitando, tanto delle grandi quanto delle piccole. La maggior parte di quelle che un tempo erano grandi, sono ora diventate piccole; e quelle che nel corso della mia vita ho visto crescere e diventare potenti, avevano prima dimensioni molto ridotte “

Erodoto (V° sec a.C.)

Ci sono luoghi che ricorderò
per tutta la vita, anche se alcuni sono cambiati
alcuni per sempre, non in meglio
alcuni non ci sono più e alcuni rimangono
Tutti questi luoghi hanno avuto i loro momenti
con amori e amici che ancora ricordo
Alcuni sono morti e alcuni sono vivi
nella mia vita li ho amati tutti

Beatles  (In my life)

 

Canzoni e geografia, la passione di una vita.  Un binomio inscindibile per chi scrive avendo svolto studi geografici ed  essendo nato in pieno baby boom, nell’anno di  Nel blu dipinto di blu, la canzone che rivoluzionò il triste e asfittico panorama musicale italiano degli anni  ’50 .

Sono quindi cresciuto nel boom della canzonetta anni ’60 e poi della grande produzione pop anglo-sassone ma anche italiana degli anni ’70 e ’80. È stata una grande fortuna far parte della boom generation, escludendo i noti e tristi risvolti previdenziali i cui effetti pagheremo nei prossimi anni. Chi è nato a cavallo tra gli anni ’50 e i ’60, come il sottoscritto, è cresciuto con le canzonette e ha avuto il privilegio di formare la sua educazione musicale con il meglio della musica pop prodotta, soprattutto, negli anni ’60 e ’70,  sia a livello italiano che internazionale.

Sono gli anni, gli stessi del boom economico, in cui la musica popolare italiana subisce un profondo processo di trasformazione che la porta a diventare una grande industria di consumo in grado di condizionare le masse. Si pensi al film Straziami ma di baci saziami (1968) di Dino Risi in cui secondo il regista “Marino (Nino Manfredi)  e Marisa (Pamela Tiffin) sono due stupidi che vivono citando i versi, non di  Leopardi, ma di Mogol e Vito Pallavicini, i grandi parolieri delle canzonette italiane, utilizzando fra l’altro un linguaggio storpiato da un generico idioma campagnolo centro italico (con vaghe risonanze piceno-maceratesi)”.

Molti sostengono, non a torto, che la canzone abbia svolto un’importante funzione di integrazione culturale in un Paese con una lunga storia di frammentazione alle spalle e una forte diffusione dell’analfabetismo ancora nei primi del Novecento. Attraverso la canzone anche chi non aveva familiarità con la lingua italiana poteva misurarsi con una sintassi, una grammatica e un vocabolario che erano nazionali (La lingua cantata, 1994; Parole in musica, 1996; Antonelli 2010). In questo senso, la canzone ha svolto, soprattutto nel secondo dopoguerra, un considerevole ruolo politico-culturale contribuendo – vista la forte diffusione in radio e poi in televisione – alla costruzione della nazione, alla produzione dell’italianità.

Gli anni di Hit Parade del grande e sfortunato Lelio Luttazzi nel primo canale della Radio Italiana, il venerdì alle 13,  quando non c’erano ancora le radio private ma al massimo, per noi della costa ligure-toscana, c’era la fortuna di ascoltare Radio Montecarlo di Noël Cutisson con animatori fantastici,  uno per tutti , il compianto Robertino Arnaldi. E poi la geniale, irriverente ed esplosiva Alto Gradimento  (dal 1970 al 1976) di Renzo Arbore e Gianni  Boncompagni, dalle 12,40 alle 13,30 dei giorni feriali, che non solo faceva sentire buona musica ma rivoluzionò completamente il linguaggio radiofonico italiano con le sue trovate dissacranti e demenziali. Proverbiali le fughe dal liceo al suono della campanella per rincasare velocemente e sintonizzarsi su Radio 2 e non perdersi neanche una puntata. Prima della notte, dopo aver casualmente intercettato, sulle onde medie, Radio Tirana che annunciava in italiano il bollettino dei trionfi quotidiani del comunismo albanese, Paese – Paradiso del quale “il mondo invidiava la civiltà”, si tornava sulla modulazione di frequenza Rai  per sentire Supersonic – Dischi a mach 2, dal lunedì al venerdì, che trasmetteva soprattutto le nuove tendenze della musica pop internazionale. Non eravamo inondati, come adesso, dalla musica in ogni luogo e ad ogni ora e quindi le canzoni si “gustavano” meglio e si provava un piacere maggiore, paradossalmente, ad ascoltarle meno.

“Volatili, effimere e immateriali testimonianze del nostro vivere quotidiano, le canzoni sono forse il più sorprendente oggetto creato dalla fantasia dell’uomo” come dice il giornalista Gino Castaldo dal “potere magico, abiettamente poetico” come le definì Pier Paolo Pasolini. Come dare torto all’antropologo Marino Niola: “Sarà pur vero che sono solo canzonette ma non è meno vero che la canzone è un medium trasversale. Buon conduttore delle sensibilità collettive, officine dei sentimenti, sismografo delle emozioni, specchio delle trasformazioni. Una specie di letteratura cantata, una cultura diffusa, ex popolare ormai pop, a metà fra scrittura e oralità, necessaria in un Paese che legge poco e scrive troppo “.

Riccardo Canesi

Molte canzoni sono legate ai luoghi, sia per chi le scrive sia per chi le ascolta e questo è certamente un “luogo comune”. Certamente qualche autore sarà stato influenzato dal genius loci, cioè, da quanto indipendentemente dall’uomo, i luoghi in maniera certamente irrazionale, talvolta mistica, sprigionano.  Genius loci che ciascuno di noi può intravedere, a secondo della propria sensibilità e dei propri gusti, durante l’ascolto di un qualsiasi brano (da “Pietre , un giorno case ricoperte dalle rose selvatiche” oppure “Quante gocce di rugiada intorno a me cerco il sole ma non c’è , dorme ancora la campagna o forse no , è sveglia mi guarda non so” per rimanere a Mogol). Ogni essere umano ha dentro di sé un paesaggio, quello della propria terra d’origine, e fuori di sé quello che ha incontrato nei percorsi della sua vita viaggiando o migrando. Non sfuggono a questa regola gli autori di canzoni.

Le canzoni, nella loro apparente leggerezza e banalità, ci segnano la vita, ci fanno ricordare oltre alle persone care, momenti significativi della nostra esistenza ed anche i luoghi in cui le abbiamo ascoltate o a cui si riferiscono. Secondo lo psicanalista francese Jean-Bertrand Pontalis, per avere qualche speranza di essere davvero noi stessi, dobbiamo avere molti luoghi dentro di noi. Il che significa, sostiene lo psichiatra Vittorio Lingiardi, che la nostra psiche si presenta sotto forma di una geo-grafia e che siamo legati, per vari e complessi motivi, ai luoghi stessi: per amore, per rancore, per nostalgia, per malinconia.

Non è necessario comunque essere scienziati sociali per capire come “la canzone” in questo ultimo secolo abbia accompagnato la storia non solo quella ufficiale ma quella dei sentimenti, del gusto, del costume, della parola. Come spiegava Marcel Proust nel suo Éloge de la mauvaise musique: “Non disprezzate la musica popolare.  Siccome essa si suona e si canta molto più appassionatamente di quella “colta” a poco a poco essa si è riempita del sogno e delle lacrime degli uomini. Per questo vi sia rispettabile.  Il suo posto è immenso nella storia sentimentale della società.  Il ritornello che un orecchio fine ed educato rifiuterebbe di ascoltare, ha ricevuto il tesoro di migliaia di anime, conserva il segreto di migliaia di vite di cui fu la ispirazione, la consolazione sempre pronta, la grazia e l’idea”.

Oltre ad esercitare l’orecchio, come ci invita a fare una celebre canzone di Jannacci, questo libro ha la pretesa di far allenare anche l’occhio e la mente raccontando le città citate dalle canzoni. È certo che in un libro la percezione di questo piccolo miracolo, che è poi l’unione profonda e indissolubile tra parole e musica che chiamiamo canzone, non si evidenzia. E questo è un limite della carta stampata trascrivendo solo i testi ma si spera che la maggioranza dei lettori conosca le musiche.

In caso contrario, si offre l’occasione per scoprire nuove canzoni.

“Le città da cantare. Atlante semi-ragionato sui luoghi italiani cantati” (Tarka editore)

Il libro non ha la pretesa di esaurire quanto è stato cantato in onore o in ricordo delle città. Si limita ad elencare e ad analizzare quelle che, soprattutto nel secondo dopoguerra, sono le più famose o evocative. Sarà un racconto, quasi un censimento incompleto, prendendo a prestito un termine dalla prospettiva, a volo d’uccello. Non si scenderà mai troppo nei particolari ma si cercherà di ottenere una visione d’assieme del panorama musicale a sfondo geografico-urbano in Italia e quindi l’analisi è volutamente superficiale.

Chi scrive non è un musicologo ma solo un appassionato dilettante. Al massimo un musicofilo.

Mi scuso quindi per le dimenticanze, le inesattezze e per gli eventuali errori che sono imputabili solamente alla limitatezza delle mie conoscenze.