Il professor Renzi e la lezione di Birdman

Il professor Renzi e la lezione di Birdman

Come si fa politica oggi? Che caratteristiche deve avere un leader per risultare vincente? Com’è il mondo che si muove dietro le quinte dell’incessante show mediatico? Per il premier-segretario la comunicazione è da sempre al cuore della strategia politica. Ma come si costruisce e come si mantiene appetibile il «brand» Matteo? Quanto di quello che vediamo è vero? La giornalista del «Fatto Quotidiano» Wanda Marra, cronista politica, mostra in questo libro come funziona il vortice che, giorno per giorno, agitando passioni, aspettative e speranze collettive, porta alla costruzione del consenso intorno a un leader.
Per gentile concessione dell’autore e dell’editore pubblichiamo l’introduzione di Vendere un’idea. Il consenso e la politica nell’era Renzi (Marsilio)

di Wanda Marri
«Una cosa è comunicare, un’altra essere visibili». Mentre governa l’Italia, Matteo Renzi scrive, elabora e affina il suo discorso sulla comunicazione. Porta avanti contemporaneamente pratica e teoria. Conia parole d’ordine, ma riflette su modalità, stili e scelte. È nel corso di una lezione per i cinque anni della School of Government dell’Università Luiss di Roma, il 23 marzo 2015, che, senza troppi giri di parole, paga il suo tributo all’opinione pubblica: «In una democrazia che decide fondamentale è un controllo efficace: il primo revisore è la pubblica opinione». Un’ora e mezzo scoppiettante. Renzi fa il comunicatore, studia da comunicatore. E quindi parla da «professore» di comunicazione.

Per spiegare e giustificare questa sua ossessione, il 16 febbraio 2015, nel corso della direzione del Pd, il premier ricorre a Birdman, il film premio Oscar di Alejandro Iñárritu: «In Birdman c’è un passaggio straordinariamente affascinante: il dibattito tra l’attore teatrale e la critica del “New York Times”. Un minuto e trenta secondi con un messaggio strepitoso: perché è la dimostrazione di come ormai nel nostro tempo la comunicazione ha assunto un ruolo talmente pervasivo ed efficace che diventa snob o velleitario dire “eh be’ noi ci occupiamo di contenuti, lasciamo perdere la comunicazione”. Purtroppo tutto, persino nella guerra terroristica, è comunicazione». Chi decide cos’è davvero uno spettacolo non è chi lo fa, ma chi lo recensisce: una metafora della «vendita» che vale in tutti i campi. A partire dalla politica. E allora, Renzi sale in cattedra, cerca di instillare nei dirigenti del suo partito il suo stesso fuoco sacro, la sua attenzione costante alla «vendita» politica.
Non è la prima volta. Già il 29 maggio 2014, alla direzione del Pd convocata dopo le elezioni europee del 40,8%, Renzi invitava i democratici a studiare le serie tv americane per «imparare» il racconto, e faceva balenare il progetto di una nuova scuola di politica, che avesse al centro, appunto, la narrazione. Un pallino, quello della scuola, mai abbandonato. All’inizio del 2015, oltre alle serie tv americane, il premier individua un altro esempio di comunicazione vincente: quella dell’Isis. Così argomenta nel corso della già citata direzione del Pd del 16 febbraio: «Alcune milizie hanno voluto fare dell’Isis il loro punto di riferimento, perché affascinate dalla sua comunicazione». Fascinazione da cui evidentemente non è esente neanche lui: «Il tema Isis è molto delicato e serio. I terroristi vogliono farci cambiare il nostro modo di vivere. Non potendo ucciderci, vogliono farci vivere come dicono loro», dirà a Lucia Annunziata nel programma In mezz’ora il 22 febbraio. Il premier individua e analizza il doppio registro: comunicazione di battaglia e persuasione, influenza. Anche qui, il discorso si affina. Ancora alla Luiss, quella narrazione viene portata come esempio di occultamento della realtà: in Libia, «non sono arrivate le colonne dell’Isis, magari distaccando truppe combattenti», come sembra accadere seguendo la narrazione dei terroristi. In quello stesso intervento il premier lancia un allarme: «L’errore clamoroso del governo è fare più di quanto comunica. Questo governo viene considerato incapace di fare le cose, ma solo di raccontarle. Io ritengo, invece, di non essere stato bravo a comunicare quello che ho fatto. Considero ciò un errore clamoroso. Nella politica di oggi se si fa di più di quello che si comunica hai sbagliato tutto». Non è una battuta, ma un elemento di riflessione. Un cruccio. Il grande comunicatore osserva e capisce che nel suo racconto qualcosa non funziona.

Nella direzione del 7 giugno 2015, dopo le amministrative, lancia con forza il tema: «Compagni e amici, sulla comunicazione come siamo messi? Quale lavoro state facendo su voi stessi? Come prepariamo le comparsate tv? Semplicemente con una telefonata a Filippo Sensi [il portavoce-spin doctor, ndr] o all’ufficio stampa?». Come dire: studiate i provvedimenti, ma soprattutto investite sul vostro personaggio televisivo. E ancora, fa l’esempio virtuoso dell’Isis: «I loro video sono paccottiglia ma con una straordinaria strategia di comunicazione. Nei loro attacchi scelgono luoghi simbolo della nostra cultura». La critica diventa un vero e proprio tormentone, con l’ufficio stampa del Pd che si sente punto sul vivo e i parlamentari preoccupati di aver deluso il leader. Un mese dopo, il 6 luglio, mentre il Vecchio Continente è in agitazione per i risultati del referendum con il quale i greci hanno detto no al piano dell’Europa e per l’emergenza immigrazione, Renzi convoca di nuovo i parlamentari nella sede del Pd per un seminario. Oggetto? Neanche a dirlo, la comunicazione. La slide-guida di quell’incontro, dove campeggia un gufo, recita così: «I nostri avversari sono quelli che sperano nel fallimento dell’Italia. Il loro nido è il talk show, non il Parlamento». Renzi fa scorrere una trentina di slide, con l’intento di insegnare ai dem a contrastare il racconto di talk show e giornali, colpevoli, a suo dire, di non vedere il bello dell’Italia e il buono del governo. Ordine di scuderia: «Una persona dell’ufficio stampa del Pd dovrà guardare i talk show a cui partecipano esponenti del partito e poi stendere un report. Dobbiamo capire meglio chi va bene e chi male, chi funziona e chi no. Perché così non si può andare avanti». I giornali diffondono liste di promossi e bocciati: cresce il panico.

Tra le varie slide, una invita i dirigenti a rivedersi per lavorare sulla loro resa televisiva. Politica e performance sono una cosa sola. E se fosse proprio questo il problema che lo stesso Renzi coglie? Fra retroscena pilotati sui giornali, annunci e promesse sempre nuovi, giravolte concettuali che stanno dietro alle leggi e aggiustamenti progressivi della «linea» politica, la comunicazione si prende tutta la scena. Gli sforzi si concentrano su come «vendere» il racconto in questione in maniera così ossessiva che spesso, paradossalmente, proprio l’oggetto di cui si parla – che sia la riforma della scuola, la legge di stabilità o la riscrittura della Costituzione – passa in secondo piano. È più facile sapere cosa dice «Renzi ai suoi» (una trovata del portavoce-spin doctor Filippo Sensi per far passare come retroscena una narrazione in realtà consapevolmente indirizzata), leggere sulla stampa presunti sfoghi, confidenze e attacchi d’ira del premier, che trovare i dettagli dei provvedimenti del governo. Così come è più semplice proporre lo slogan, la battuta, la frase a effetto, che fornire un racconto compiuto, un’esperienza, una testimonianza che dia un senso a quello che il governo fa. Tra un tweet e una slide, spesso quello che manca è un discorso completo, chiaro. Complesso e argomentato. Magari più rischioso. Perché mostrare e mostrarsi è sempre un azzardo. Però, se «quello che funziona è vero» e «quello che è vero funziona» (per citare uno degli intervistati per questo libro, il direttore creativo dell’agenzia di comunicazione Proforma, Giovanni Sasso), quando diventa impossibile distinguere tra vero e falso, va a finire che non funziona più niente.

Ma quanto di quello che vediamo è vero? Per scrivere questo libro sono partita proprio da questa domanda. Che ha più a che fare con la psicologia che con la politica e le dinamiche sociali. Ma anche: come cambiano i concetti di «verità» e di «realtà» in un mondo dove la manipolazione è una delle prime regole del gioco? Vendere un’idea è ancor più importante che averla, un’idea. In ogni ambito. Dalla letteratura all’arte, dal cinema al giornalismo.
Per tornare a uno dei riferimenti proposti da Renzi, Birdman, il dialogo tra il protagonista, Riggan Thomson – attore di blockbuster che, per dimostrare a se stesso e al mondo di essere un vero artista, mette su uno spettacolo a Broadway – e Tabitha, la critica teatrale del «New York Times», è uno scontro violento, un corpo a corpo. «Distruggerò il suo spettacolo», lo avverte lei, appena lo vede. Thomson, quasi incredulo: «Ma se non l’ha ancora visto!». «È vero. Ma dopo la prima di domani farò una delle peggiori recensioni che siano mai state scritte e farò chiudere il suo spettacolo. Vuol sapere perché? Perché io la detesto, lei e tutti quelli che rappresenta […] patetici attori arroganti che dipendono dal box office del week end […]. Questo è teatro e non può far finta di saper scrivere, dirigere e recitare nel suo lavoro di autopropaganda». Lui cerca di provocarla: «Non le costa nulla. Non rischia nulla! Io sono uno splendido attore! Questo spettacolo mi è costato tutto». Ma lei va diritta per la sua strada: «Tu non sei un attore. Sei una celebrità. Mettitelo bene in testa». Nelle parole di Tabitha, la motivazione del suo agire: Riggan, secondo lei, non è altro che una «celebrità». Un usurpatore, un abusivo. Un prodotto scadente del mercato, del pubblico, del successo. Del box office. Il dialogo sposa chiaramente il punto di vista dell’attore: perché chi fa è più esposto di chi interpreta, chi si mette in gioco rischia più di chi deve valutare e giudicare. E in questo, illumina un dato: se la critica, se la valutazione generale di un «prodotto» esulano totalmente da parametri oggettivi e, almeno relativamente, onesti intellettualmente, la capacità di vendere diventa effettivamente tutto e la reale natura del «prodotto» passa in secondo piano.

La politica è un punto d’osservazione fondamentale, privilegiato di queste dinamiche e questa tendenza. La manipolazione è insita nel discorso politico. Inevitabile, mentre è la stessa idea di democrazia che cambia. Le parole chiave che accompagnano questa trasformazione sono leaderistica, plebiscitaria, competitiva. E allora le domande si moltiplicano. Chi è oggi un politico? Come si fa politica? Quali sono le caratteristiche psicologiche che deve avere un politico, e quali le conseguenze dal punto di vista emotivo e caratteriale per una persona che fa politica? Com’è il mondo che si muove dietro le quinte dell’incessante show politico? Questo libro racconta come si costruisce il consenso, come un leader sia il prodotto di moltissime discipline al lavoro simultaneamente: pubblicità, spin, comunicazione, moda, psicologia, sceneggiatura, marketing, storytelling, fotografia, giornalismo. Dunque, ho intervistato uno psicanalista junghiano come Luigi Zoja, uno stilista fiorentino come Stefano Ricci e un «guru» dei social media come Alec Ross. Ho utilizzato il lavoro di David Axelrod, lo spin doctor di Obama, e di Alastair Campbell, quello di Tony Blair. Ho analizzato i video e le foto che fanno per il sito del governo Tiberio Barchielli e Filippo Attilli, rispettivamente fotografo e videomaker ufficiali di Palazzo Chigi, o l’uso di Twitter da parte di Filippo Sensi con il suo account personale, Nomfup. La politica coagula tante cose diverse: passioni, aspettative, speranze collettive. Oltre, naturalmente, ad affari economici, interessi personali. Il potere ha molte facce.

Nello specifico, ho circoscritto l’analisi soprattutto a Matteo Renzi. Con uno sguardo costante a tutto quello che si muove intorno a lui, sia nella politica, italiana e internazionale, che nella società. Renzi è un maestro nel coprire narrando e/o svelare coprendo. Nel nome del consenso, che va conquistato, mantenuto. Vero e falso nella sua azione/comunicazione politica sono totalmente intrecciati, sovrapposti. Il confine è molto labile. La narrazione è continua, ossessiva. Tanto che spesso l’operazione diventa asfittica, ripetitiva, stucchevole, noiosa. L’eccesso di messaggi crea confusione; la sovrabbondanza, l’accumulazione costante, bulimica, alla fine esaspera.
Non pretendo, ovviamente, di offrire risposte definitive sulla politica renziana nel suo complesso. Quello che avete tra le mani è, prima di tutto, un’analisi e un racconto di come questa politica viene proposta, propagandata. Venduta. Di come funziona. Questo volume è frutto prima di tutto di un lavoro quotidiano sul campo, fatto in prima persona tra sedute parlamentari, viaggi, comizi, eventi pubblici e conferenze stampa, interviste, conversazioni confidenziali con i protagonisti di questa fase politica. Sono cronista politica per «il Fatto Quotidiano», in cui, per vocazione e per «contratto», la realtà più visibile deve essere sempre messa in discussione, guardata dalla prospettiva meno scontata, in cui oggetto di ricerca e di racconto principale sono, appunto, i fatti che stanno dietro le parole, quelli che si nascondono ai cittadini, gli intrecci di poteri e di affari che non devono essere scoperti. Seguendo il metodo del «rovesciamento», dunque, la prima conclusione alla quale si arriva è che in quest’atmosfera di mercato totalizzante sono (siamo) immersi tutti. All’inizio del settembre 2015, la foto di Aylan, il bambino di tre anni morto sulla spiaggia di Bodrum mentre stava cercando di raggiungere il Canada, passando per Kos e per l’Europa, ha colpito e commosso cittadini e governanti in tutto il Vecchio Continente. L’impatto emotivo di quell’immagine è stato fortissimo proprio perché era unica, irripetibile: per il suo essere inequivocabilmente vera veicolava emozioni profonde e genuine. Se, al contrario, persino l’emozione diventa prima di tutto qualcosa da vendere, se l’intimità è esibita al punto da diventare posticcia, se la persona finisce per confondersi con il suo personaggio, anche la possibilità di incidere sull’emotività e sulle percezioni collettive si riduce. Perché se tutto è comunicazione, superficie, esibizione, il rischio è che non rimanga altro.

E la politica è in fondo solo la punta dell’iceberg di una società dove ogni cosa è oggetto di vendita e dove la vendita cambia la natura degli oggetti.

Il professor Renzi e la lezione di Birdman

Vendere un’idea.
Il consenso e la politica nell’era Renzi

Wanda Marri
Marsilio
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