Te la ricordi la sostenibilità?
Che fine ha fatto la sostenibilità ambientale?
O non se ne parla più o se ne parla male. Vediamo i perché.
È un problema squisitamente politico. Riguarda i partiti che sostengono il governo, ma anche quelli che sono all’opposizione. Verrebbe voglia di fare un gioco di parole: la sostenibilità è attualmente insostenibile. Il perché ce lo spiega una recente indagine dell’Istat, dal titolo “Partecipazione politica in Italia” negli ultimi vent’anni, dal 2003 al 2024.
Più di un quarto della popolazione di 14 anni e più (29,4%) non si informa mai di politica. Si tratta, in valori assoluti, di 8 milioni 900mila donne e 6 milioni 300mila uomini: pari rispettivamente al 33,4 e al 25,1%.
Ancora più cospicua la componente di popolazione che non parla mai di politica (36,9%): più di 11 milioni e mezzo di donne (43,6%) e oltre 7 milioni e mezzo di uomini (29,9%).
Nel 2024, a informarsi di politica almeno una volta a settimana è meno della metà della popolazione di 14 anni e più, per la precisione il 48,2%, 8,9 punti percentuali in meno rispetto al 2003.
L’indagine ci dice che non si informa mai di politica l’11,3% dei laureati, una percentuale più che doppia di diplomati (24,4%) e quasi quadrupla di quanti hanno al più la licenza media (41,2%).
Poiché la sostenibilità influenza la qualità dei territori, il dato che riguarda appunto la partecipazione alla politica nelle aree geografiche del Paese appare, se possibile, ancora più allarmante.
Infatti, la partecipazione politica è molto differenziata sul territorio. Le aree del Centro-nord raggiungono livelli di partecipazione più alti che il resto del Paese: si informa di politica almeno una volta a settimana la maggioranza della popolazione del Centro-nord (con valori compresi tra il 52 e il 54%), contro il 40% circa di Sud e Isole. Nelle regioni del Mezzogiorno il 37,3% non si informa mai a fronte del 25,0% circa delle regioni del Nord.
È in un quadro come quello appena tratteggiato che le problematiche politiche, sociali e soprattutto economiche della sostenibilità tendono a venir depotenziate, per risultare alla fine mimetizzate.
Cosicché le tendenze al revisionismo, che negano gli impatti negativi dell’attuale modo di produrre a scapito dell’equilibrio naturale del pianeta, assumono un’influenza presso l’attuale governo e di molti enti locali.
Il disinteresse che abbiamo visto da gran parte dell’opinione pubblica italiana per le scelte politiche dell’esecutivo colloca in secondo piano gli stessi fondamenti della sostenibilità ambientale, cioè: le risorse naturali che vengono sfruttate oltre la loro capacità di rigenerazione; l’inquinamento e le emissioni che alterano gli equilibri climatici e gli ecosistemi; gli stili di vita e i modelli economici che non sono compatibili con i limiti del pianeta.
Tuttavia, se il disinteresse per la politica in genere è cresciuto a dismisura negli ultimi dieci anni, come ci ricorda la citata inchiesta Istat, ecco che chi dovrebbe guidare scelte collettive lungimiranti (energie rinnovabili, tutela della biodiversità, riduzione delle disuguaglianze ecologiche) resta prigioniero di interessi di parte a breve termine, che magari sono quelli che garantiscono al minuto il consenso elettorale.
Sappiamo bene che le decisioni ambientali richiedono coordinamento internazionale. Se in generale gli Stati faticano a cedere sovranità, attualmente i rapporti internazionali sono distolti da quelle forzature belliciste che hanno sbattuto in cantina, tra le robe vecchie, non solo la pace e i diritti umani, ma lo stesso l’ambientalismo e quindi l’idea stessa di sostenibilità ambientale.
La crisi ambientale ha messo in luce i limiti sia della politica, nella sua incapacità di governare problemi globali, sia della democrazia stessa, in difficoltà a rappresentare interessi diffusi e futuri.
La crisi della sostenibilità ambientale è stato uno dei nodi centrali che ha messo in discussione sia la politica sia la democrazia in occidente.
Come per i diritti sociali, i principi di uguaglianza, gli adeguamenti salariali e pensionistici, in Italia è successo, che politica e democrazia non si sono rinnovate in chiave di responsabilità ecologica: sovranismo e populismo, riarmo e bellicismo non vanno d’accordo con l’ambientalismo. Ecco, allora, che la sostenibilità ambientale sta rischiando seriamente di perdere ogni legittimità.