Cosa succede se “rallentiamo” la sostenibilità?
Albert Einstein una volta ha scritto: “Il mondo che abbiamo creato è il risultato del nostro pensiero. Non può essere cambiato senza cambiare il nostro pensiero.” Allora andiamoci piano per favore. Lasciamo da parte per un attimo il fervore politico, antagonista e negazionista. Con l’approvazione del Pacchetto Omnibus del Green Deal sono state riviste e semplificate alcune delle norme più impegnative per le imprese e le amministrazioni, in particolare quelle legate alla rendicontazione di sostenibilità e alla due diligence nelle filiere.
Ma non è finita l’era della sostenibilità ambientale.
In pratica abbiamo una maggiore gradualità nell’applicazione delle regole, senza però arretrare dagli obiettivi climatici al 2050. La Commissione ha più o meno semplicemente preso atto del momento: “L’Unione Europea ha recentemente sottolineato la necessità di un equilibrio tra il rispetto degli obiettivi climatici e la realizzazione di una transizione giusta, che permetta alle imprese di adattarsi senza compromettere gli sforzi per la sostenibilità”.
E allora ci si adatta.
Più tempo per tendere allo stesso risultato. Per taluni è una buona notizia, per altri una resa incondizionata, per alcuni il trionfo surreale del negazionismo. Da una parte la gradualità del buonsenso e la necessità di agire comunque e con determinazione, dall’altra si sostiene che questa misura è la dimostrazione che il Green Deal era solo una colossale sciocchezza tipica del furore ideologico della cosiddetta sinistra salottiera e radical chic.
Ovviamente non sono contento, so perfettamente che il Green Deal è una legge necessaria e non mi iscrivo nemmeno alla lista dei catastrofisti. Il Pacchetto Omnibus non è l’Apocalisse.
L’ho letto con attenzione e lo trovo rallentato ma formalmente equilibrato e rispondente in modo realistico agli obiettivi del Green Deal. Lo slittamento dei termini era stato richiesto più o meno da tutti anche in sede di emendamenti e dibattiti pubblici e istituzionali. Si è aspettato a farlo solo perché in mezzo c’erano le elezioni. Personalmente, per quel che vale, ho sempre trovato troppo semplicistica la scorciatoia regolatoria imposta alle sole imprese. Resto invece convinto del fattore competitivo che la sostenibilità come obiettivo esercita sui prodotti e i servizi e la loro resilienza finanziaria sul mercato.
Durante Ecomondo, considerato dalla destra sovranista e trumpiana la patria del peggior woke ambientalista possibile, sono stati ribaditi con forza finanziamenti e obiettivi europei. Poi c’è chi vorrebbe vedere definitivamente umiliata e sconfitta quella legge che è stata definita un’esempio di arroganza normativa, ma si sbaglia. Se poi dovesse definitivamente tramontare una destinazione di sostenibilità per il nostro pianeta vorrà dire che quelli come me, che adesso vengono definiti dalla destra populista degli esseri indegni, avranno perso.
E Amen per tutti.
Ma prima di recitare il de profundis torniamo al Pacchetto Omnibus che, come abbiamo già detto, rallenta ma non modifica il quadro normativo del Green Deal. E lo fa intervenendo su tre aree: i criteri di applicazione della “terribile” rendicontazione ESG (la famigerata CSRD), gli obblighi (da taluni ritenuti insostenibili) della sostenibilità nelle catene del valore (l’altrettanto famigerata CSDDD) e le semplificazioni a favore degli Stati membri sventolate come bandiere populiste alla vigilia delle ultime elezioni europee.
Che tristezza la sostenibilità quando diventa propaganda politica!
Tutto questo avviene perché improvvisamente la sostenibilità ambientale non è più un problema? Perché la crisi climatica è una bufala? Perché hanno ragione i malpancisti liberisti seguaci del tana liberi tutti? O perché hanno vinto quelli che non credono al futuro in nome di uno sterile presentismo?
Il vero dilemma è la globalizzazione. A chi conviene davvero la sostenibilità ambientale? Vincerà sul mercato chi manterrà standard più stringenti sulla compliance creando un solido vantaggio reputazionale o chi metterà da parte le regole in nome di un neoliberismo lineare reazionario, sovranista e populista dove a vincere sarà sempre di più e meglio il “qui e ora”?
Per sciogliere il dilemma sarebbe sufficiente ancorarsi con coraggio al significato autentico della parola Verità (e scusate l’ossimoro) e decidere da quale parte del tavolo sedersi.
È vero o non è vero che il pianeta non ha più risorse per fare tutto quello di cui ha bisogno? È vero o non è vero che la crisi climatica avrà un impatto impressionante nella vita quotidiana dell’uomo sul pianeta? È vero o non è vero che lo sviluppo del paradigma produttivo dell’economia circolare, la riduzione dell’impatto ambientale, l’equilibrio tra le tre dimensioni della sostenibilità e il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda di Parigi rappresentano l’unica soluzione possibile per la convivenza tra popoli diversi e dell’uomo con la natura?
La risposta è ovviamente retorica anche se c’è ancora chi nega questa evidente, misurata e certificata retorica. Il Gruppo intergovernativo sul Cambiamento Climatico, il più autorevole forum scientifico sul clima ha dichiarato che: “La crisi climatica non è più una possibilità futura, ma una realtà che sta già cambiando i modelli di vita e lavoro in tutto il mondo. Un recente rapporto delle Nazioni Unite ha sottolineato che, senza un’azione immediata e radicale, il rischio di danni irreversibili per l’ambiente e per la vita umana è ormai imminente”. Perché allora crediamo a chi mente sapendo di mentire e diamo a tutto questo chiacchiericcio la dignità di pensiero politico?
Il “rallentamento” del Pacchetto Omnibus può essere visto da una parte come una risposta realistica alla necessità di dare più tempo alle imprese per adattarsi, in particolare alle PMI, ma dall’altra può anche essere interpretato come una scelta prudente che rischia di non affrontare con la necessaria urgenza i problemi climatici che stiamo vivendo. La discussione dovrebbe fermarsi qui.
La gradualità nell’applicazione delle regole rappresenta, sì, una boccata d’ossigeno per molte imprese, ma pone la questione se davvero questa transizione si stia muovendo abbastanza velocemente per evitare danni irreversibili. In un mondo che cambia così rapidamente, dove le crisi ambientali diventano sempre più urgenti, le politiche di “slittamento” rischiano di non essere sufficienti a fronteggiare la gravità della situazione. L’equilibrio è difficile da mantenere, e la politica rischia di optare per soluzioni che, pur necessarie, potrebbero non essere abbastanza incisive. La paura di agire con maggiore determinazione, per evitare danni a breve termine, potrebbe portare a una perdita di tempo che non possiamo più permetterci. Di questo dovremmo discutere con sereno spirito costruttivo.
Le aziende che sapranno allinearsi a standard di sostenibilità elevati non solo contribuiranno a proteggere l’ambiente, ma avranno anche un vantaggio competitivo sui mercati globali. Di fronte alla crescente consapevolezza dei consumatori e agli investimenti orientati alla sostenibilità, chi rimarrà indietro potrebbe trovarsi in svantaggio. E questo non cambia, come emerge dallo studio recente della World Economic Forum, che evidenzia come l’80% delle imprese globali riconosca la sostenibilità come leva strategica fondamentale per il futuro.
Perché se lo leggiamo bene il Pacchetto Omnibus scopriamo che la riforma gattopardesca del tutto cambia affinché nulla cambi è la perfetta sintesi politica di questo nostro tempo incerto in cui dobbiamo sperare che a vincere non sia la negazione della verità ma la sua affermazione.
Il “drill baby drill” trumpiano rappresenta un riflesso “condizionato” di quella parte della politica che, purtroppo, preferisce ignorare le evidenze in nome di una sterile, puerile ed effimera ricerca del consenso. Aveva proprio ragione Albert Einstein: “Il mondo che abbiamo creato è il risultato del nostro pensiero. Non può essere cambiato senza cambiare il nostro pensiero.”