Giuseppe Cesaro: “Cultura, coscienza per difendersi dall’incoscienza”
Come tutti – o quasi – nella vita, avrei voluto fare tutt’altro. (Riusciranno mai genitori e figli a liberarsi dal giogo di un destino-Cassandra, capace solo di profetare sventure?). Musica. Il pianista, a dirla tutta. Avevo sette/otto anni, quando dissi a mio padre che avrei voluto andare al Conservatorio e studiare pianoforte. Posò il giornale, mi guardò con il fastidio con il quale si guarda un orologio che si è fermato e, con la voce inappellabile degli appuntamenti che non si possono fallire, disse: “Nella mia vita, non esiste un figlio musicista”.
Avrei dovuto obiettare che la vita era la mia, non la sua. Ma non fui abbastanza pronto. Né abbastanza coraggioso, evidentemente. O, forse, la verità è che ero solo un bambino. Sia come sia: il discorso si chiuse lì. E la mia vita venne dirottata su un altro binario.
Quello che non potevo sapere è che, di lì a poco, sarei caduto – come Obelix – in un pentolone simile a quello di Panoramix. Nessuna pozione magica dell’invincibilità, però. Soltanto libri. Migliaia di libri. Un’accurata selezione di romanzi, saggi, dizionari, enciclopedie. Parlo, ovviamente, dello studio di mio padre. Il quale aveva anche un rifugio-emeroteca, che ospitava il meglio della stampa, quotidiana e periodica, italiana.
Non ho mai imparato a leggere le note. Suono “a orecchio” (detesto questa espressione: come se la musica risiedesse negli occhi!). Da cinquant’anni esatti, ormai. (Al contrario di noi umani, la musica non sbaglia a scegliere le anime alle quali decide di rivelarsi). In compenso, però, ho imparato a leggere le parole. Quante? Non ne ho la minima idea. Ho perso il conto. Col tempo, la pentola di “Papà-ramix” è diventata casa mia e, dai miei trent’anni, vivo circondato da migliaia di amici di carta.
Quanto allo scrivere, invece, posso dire soltanto che – quasi quarant’anni dopo il mio primo articolo e dopo 50 titoli pubblicati per alcuni tra i più importanti editori del Paese – sto ancora imparando.
Poteva andare peggio? Molto peggio, certo. Ma non mi sono ancora rassegnato all’idea che neanche con la musica sarebbe andata male. Dopotutto, era stata lei a cercare me. (I miei non avevano nemmeno un giradischi). Perché mai avrebbe dovuto abbandonarmi in mezzo a una strada?
Mentirei se dicessi che i miei amici di carta non mi hanno aiutato. Lo hanno fatto eccome. Le note, però, ancora di più. È grazie a entrambe se sono quello che sono e sono arrivato vivo fino a qui.
Sono loro che – per dirla con PPP – mi hanno insegnato a “mettere insieme i pezzi”; a riconoscere quelli più preziosi, raccoglierli, comporli, scomporli, ricomporli. A capire che, un po’ come con i Lego, più mattoncini abbiamo, più la casa che costruiremo sarà grande, bella, colorata e solida. E, a mano a mano che scoveremo, raccoglieremo e comporremo nuovi pezzi, si trasformerà, diventando sempre più aperta, viva e “ricca”.
A differenza dei Lego, però, i pezzi dei quali parlo non sono muti. Ognuno ha una voce. Qualcuno persino più di una. E ognuna di esse contiene moltitudini. Ascoltarle significa acquisire e maturare quote di coscienza.
Coscienza di sé, innanzitutto. È la cultura che – in una sorta di auto-maieutica – ci aiuta a tirare fuori da noi stessi ciò che siamo davvero. Essere autentico e “dover essere”, intendo. Ci aiuta a individuarli, conoscerli, comprenderli, accettarli, rispettarli. E, infine, manifestarli. Dalla “potenza” all’“atto”.

Ma cultura è anche coscienza dell’altro-da-sé e del mondo. Intendendo, con mondo, l’esistere e la difficile arte del navigare il presente, cercando di non perdere l’equilibrio sul filo teso tra un passato che non passa mai e un futuro che si dissolve nell’istante stesso nel quale ci sembra di toccarlo.
Avere coscienza degli altri e del mondo significa imparare a relazionarsi con entrambi. Conoscerli, comprenderli, lasciare che si esprimano, senza, necessariamente, accettarli. Ma, soprattutto, capire quando riconoscono e rispettano noi – e noi possiamo riconoscerci in essi e rispettarli – e quando, invece, non ci sono le condizioni per praticare questa reciprocità e siamo costretti a proteggere e, in caso, difendere la nostra casa.
La cultura ci rende ciò che siamo. E ci aiuta a impedire che l’altro (persona, comunità, ideologia, Istituzione, potere…) ci renda ciò che non siamo, per trasformarci in ciò di cui ha bisogno.
Arma di difesa, non di offesa. L’unica. Se propriamente intesa e agita, naturalmente. Scudo, non spada.
Coscienza per difendersi dall’incoscienza altrui.
La Storia – obietterete – dimostra che, in nome di tale arma, sono stati perpetrati, e ancora si perpetrano, crimini atroci. È vero. La colpa, però, è nostra, non sua. Con le mie mani, posso accarezzarvi, scrivere, disegnare, suonare per voi… oppure strangolarvi. In ogni caso, la responsabilità è sempre mia, mai loro. Cosa vogliamo fare? Amputare l’intera umanità? Oltre che ingiusto e folle, sarebbe inutile: troverebbe comunque mille altri modi per uccidere.
Il Male ha molta più fantasia del bene.
Il contrario di cultura, dunque, non è incultura: è incoscienza. Quell’incoscienza che ci porta a confondere l’ordine costituito con quello naturale, la legge con la giustizia, l’ideologia con le idee, la complessità con la semplicità, l’eccesso di controllo con la sicurezza, le bugie con la verità, il consenso col valore, la propaganda con l’informazione, la narrazione con la realtà, il passato con il futuro.
Perché l’incoscienza conquista così facilmente e raccoglie così tanti proseliti? Perché nulla ci seduce di più della promessa di liberarci dal duplice, angoscioso, fardello rappresentato da libertà e responsabilità.
Parafrasando il Renato Zero di “Mi vendo”, potremmo dire che, in cambio del nostro inferno, l’incoscienza ci mette le ali. E si sa: librarsi nel cielo – fisicamente ma, soprattutto, metaforicamente – è sempre stato uno dei più grandi sogni dell’umanità. Un sogno così grande da far dimenticare che le ali dell’incoscienza sono ali di cera. Il calore delle società infernali alle quali essa, inevitabilmente, ci condanna, le scioglie quasi all’istante, facendoci precipitare dalla noiosa – ma salvifica – farraginosità delle democrazie alla scintillante – ma demoniaca – efficienza delle autocrazie.
È vero: cultura non è – di per sé – garanzia di libertà. La sua assenza, però, è sicura garanzia di perdita della libertà.
La scelta è nostra. Ed è una libera scelta. L’unica, forse. Per questo, la più difficile. E anche la sola alla quale nessuno di noi può sottrarsi.