De fare Impresa. E del fare Cultura.
Quando Paolo Marcesini mi ha affidato una riflessione sul tema cultura e impresa, mi è venuto subito in mente l’incipit di “Una stanza tutta per sé”, laddove Virginia Woolf si chiede “cosa volessero significare quelle due parole”. Woolf, ovviamente, si riferiva a un tema completamente diverso (“le donne e il romanzo”), la sua domanda, però, era tutt’altro che retorica. “A una riflessione più attenta – scriveva Woolf – quelle parole non sembravano poi così ovvie. Il titolo «Donne e romanzo» poteva significare […] le donne e ciò che esse sono; oppure le donne e i romanzi che scrivono; o ancora, le donne e i romanzi dei quali sono protagoniste; o poteva lasciare intendere che le tre cose sono in certo modo inestricabilmente congiunte e voi volete che io le veda sotto quella luce”.
È sufficiente sostituire donne con impresa e romanzo con cultura per dare un’idea della complessità del tema e di quanto io sia stato avventato nell’accogliere l’invito del Direttore di questa testata. Innanzitutto, perché è pressocché impossibile stabilire cosa siano davvero impresa e cultura. Due termini così alti e larghi il cui senso autentico e profondo – a meno di non essere aforisti geniali – non può essere racchiuso in poche righe. E nemmeno in poche pagine. Non solo: ammesso e non concesso che io riuscissi nell’impresa, dubito fortemente che sarei in grado di dire qualcosa non dico di originale o significativo ma almeno di interessante.
Avrei fatto meglio a declinare? Probabilmente, sì. Ho pensato, però, che forse l’amico Paolo cercasse il punto di vista di un esterno: un non-addetto ai lavori. Un amico che, invitato per la prima volta nella sua amata Tellaro, condividesse con lui le prime impressioni sul panorama, appoggiato alla ringhiera del sentiero che separa l’abside rosa di San Giorgio dalla scogliera. Impressioni, appunto. Aperte come lo sguardo del Golfo dei Poeti su quel tratto di Mar Ligure che sfuma nel Tirreno. Uno sguardo incontaminato: libero da interessi di sorta e “sovrastrutture”, come si sarebbe detto qualche decennio fa.
E, forse, guardando il mare, rifletterei con Paolo sul fatto che, quando qualcosa non è più come la ricordavamo, come l’abbiamo vissuta, patita o amata, diciamo che è morta. È morta la musica, è morto il cinema, è morto il romanzo, è morta la politica. E, naturalmente, sono morte impresa e cultura. Un’ecatombe, che rischia di trasformare in illusione la speranza nel futuro.
Tutte frasi a effetto, che sento ripetere sin da quand’ero bambino e che penso ogni generazione l’abbia detto della successiva. Non nego che possa esserci un fondo di verità ma mi chiedo se esso non risieda nel fatto che tendiamo a vivere qualsiasi cambiamento – piccolo o grande che sia – come una morte.
Cambiare è un po’ morire. È vero. Ma è vero anche – come cantava Mannoia – che si cambia per non morire. E anche per rimanere ciò che si è, a dire il vero. Ha ragione Mauro Bonazzi, a proposito di Eraclìto: «È proprio perché le acque scorrono e si modificano che il fiume rimane un fiume, e permane nella sua identità di fiume».
E credo che, in questo senso, impresa e cultura non facciano eccezione.
Il cambiamento, però, non è come la luce elettrica: non basta spostare un interruttore per “accenderlo” o “spegnerlo”. È un processo lento. Un insieme di piccoli cambiamenti successivi. E richiede tempo. Somiglia a una foce, dove l’acqua di un fiume si mescola a quella del mare. C’è un momento preciso nel quale l’acqua dolce non è più dolce e quella salata non è più salata. Ma è un momento pressoché impossibile da identificare, poiché le acque dialogano, si stratificano, si respingono: non sono più ciò che erano e non sono ancora ciò che saranno. Soltanto alla fine, si mescolano.
Credo, quindi, che – prima ancora di indagare il rapporto che le lega o dovrebbe legare impresa e cultura – dovremmo acquisire consapevolezza del fatto che entrambe, oggi, si trovano in mezzo a un guado: non sono più ciò che erano e non sono ancora ciò che saranno. Ed è evidente che è tutt’altro che facile immaginare un rapporto – né provvisorio né improduttivo – tra due entità che attraversano una delicata e complessa fase di ridefinizione del proprio in sé.
È vero: lo iato “non più/non ancora” è sempre stato una costante della Storia. La novità, però, della quale non possiamo non tenere conto, è l’accelerazione impressa, oggi, al cambiamento. Un’accelerazione infinitamente superiore a quella prodotta dalle scosse, per quanto brutali, delle accelerazioni precedenti: Rivoluzione Industriale, mobilità, urbanizzazione, comunicazione di massa… Scosse che hanno separato, per sempre, la strada dell’uomo da quella della natura.
Mentre, infatti, la natura ha continuato ad andare avanti per la propria strada (luce/buio, stagioni, ritmi biologici…), l’uomo ha imboccato una superstrada a mille corsie, del tutto priva di limiti di velocità.
Pensiamo soltanto a quanto è cresciuta la velocità dei nostri spostamenti: dai 5–7 km/h del camminare e dai 10–15 km/h del muoversi a cavallo siamo passati ai 300 km/h dell’alta velocità ferroviaria e ai circa 900 dei voli di linea. In soli 66 anni – dal primo volo dei fratelli Wright (1903) all’allunaggio dell’Apollo 11 (1969) – l’umanità è passata dal sollevarsi da terra per pochi secondi a posare il piede su un altro corpo celeste.
Tra la rivoluzione agricola e l’invenzione della ruota sono trascorsi millenni; tra la ruota e la stampa, quasi cinque millenni; tra la stampa e la macchina a vapore, qualche secolo; tra la macchina a vapore e l’automobile, poco più di un secolo. E poi, all’improvviso, l’accelerazione è esplosa: in meno di quarant’anni, siamo passati dalla diffusione del personal computer, all’avvento di Internet, all’arrivo dello smartphone, fino all’esplosione dell’intelligenza artificiale generativa. In media aritmetica, una (vera) rivoluzione ogni dieci anni.
La compressione dei tempi è un dato strutturale del presente: cicli tecnologici, culturali ed economici che un tempo richiedevano secoli ora si misurano in mesi.
Non solo i guadi si moltiplicano sempre di più, ma abbiamo sempre meno tempo per attraversarli. Sempre meno tempo per pensare, sempre meno tempo per individuare soluzioni, sempre meno tempo per attuarle. Con l’aggravante che, a parte casi rarissimi, l’esperienza passata non ci aiuta. Le soluzioni di ieri, infatti, non hanno più valore oggi. E quelle di oggi non ne avranno domani.
La realtà è come un virus che muta talmente in fretta che la scienza non fa in tempo ad elaborare un vaccino. E, anche ammesso che ci riuscisse, l’industria non farebbe mai in tempo a produrlo e distribuirlo.
A mio avviso, dunque, sono due le assenze che minano alla base la possibilità di un rapporto non occasionale, strumentale o di facciata tra impresa e cultura: l’assenza di visione e di tempo.
Non so se siano l’effetto di una realtà oggettivamente difficile da leggere o se ne siano la causa, per deficit di volontà/capacità da parte di chi è chiamato a leggerla e a sciogliere in nodi di fronte ai quali il presente ci pone. Sospetto, però, la seconda.
È vero che, quando la realtà viaggia a velocità così elevate, non è affatto facile trovare soluzioni. L’impressione, però, è che questa velocità offra l’alibi perfetto a chi non ha alcuna intenzione di trovarle, soprattutto quando queste potrebbero rischiare di rosicchiare privilegi e rendite prodotte dalla fede cieca nel “greed is good”.
Viviamo in una società di predatori. Due elementi su tutti, lo dimostrano: la crescita esponenziale e inarrestabile di patrimoni e disuguaglianze e il totale disinteresse – per non dire disprezzo – per lo stato di salute della “casa comune”.
A proposito della prima, non può non allarmare il fatto che mai, nel corso della Storia, così poche persone (secondo i rapporti Oxfam 2016 e 2017, 62 prima e 8 poi) abbiano posseduto una ricchezza pari a quella della metà della popolazione mondiale.
La ricchezza cumulata dei dieci uomini più ricchi del mondo – stimata tra i 2 e i 2,5 trilioni di dollari – supera il PIL di Paesi come Australia, Spagna, Italia, Paesi Bassi, Arabia Saudita e Sudafrica, ed è paragonabile all’intera produzione economica annuale di Canada e Brasile, e a una quota molto rilevante del PIL della Francia. Solo 10 persone! Scusate se è poco.
Eppure, negli ultimi trent’anni, ogni volta che qualcuno – [premi Nobel come James E. Mirrlees (1996), Amartya Sen (1998), Joseph E. Stiglitz (2001), Thomas J. Sargent (2011), Christopher A. Sims (2011); non-Nobel come Paolo Sylos Labini (anni ’90), Anthony B. Atkinson (primi anni 2000), Thomas Piketty (2013), Emmanuel Saez (2014), Gabriel Zucman (2014–2016), Branko Milanović (2016) e Kate Raworth (2017), affiancati dalle analisi degli economisti del FMI (anni 2010) e dell’OCSE (anni 2000–2020)] – ha provato a proporre di tassare, sia pure in modo irrisorio (1-2% sul patrimonio netto) le iper-ricchezze si è scatenato l’inferno.
Da ultimo, Bernard Arnault – Presidente di LVMH (il più grande conglomerato del lusso al mondo, con marchi come Vuitton, Dior, Fendi, Celine, Givenchy, Bulgari, Tiffany, Moët & Chandon…), quinto nella top 10 degli iper-ricchi – ha reagito con toni durissimi alle proposte di Zucman. A giudizio di Arnault – che ha definito il giovane economista «un attivista dell’estrema sinistra, non un economista» – la patrimoniale del 2% sui patrimoni superiori ai 100 milioni di euro è figlia di «una volontà dichiarata di distruggere l’economia francese» ed è misura «letale per l’economia».
Secondo la Banca d’Italia, a fine 2023 la ricchezza netta delle famiglie italiane era pari a circa 11.300 miliardi di euro, con il 10% più ricco che ne detiene circa il 60% e l’1% che possiede tra un quinto e un quarto del totale. Applicando all’Italia il modello di patrimoniale progressiva proposto da Saez, Zucman e Landais per l’Europa – che tasserebbe con aliquote dell’1–3% solo la parte di patrimonio sopra 2–8 milioni – si otterrebbe un gettito pari a circa l’1,05% del PIL. Considerato il PIL italiano 2024 (circa 2.192 miliardi), il gettito annuale risulterebbe di circa 23 miliardi di euro. Stime più prudenti collocano il gettito tra 8 e 15 miliardi. Nel primo caso, oltre l’80% dell’ultima manovra Meloni; nel secondo, tra il 40 e il 45%. Noccioline?
A proposito, invece, del disinteresse per il pianeta, non può non terrorizzare il fatto che le ultime conferenze sul clima abbiano “brillato” per l’assenza di impegni vincolanti sull’eliminazione dei combustibili fossili, la crescente influenza degli attori del settore energetico, documenti finali spesso frutto di compromessi al ribasso, privi di obiettivi misurabili. Impossibile, poi, non rilevare un’eccessiva fiducia in tecnologie non ancora scalabili, una finanza climatica insufficiente e opaca, e un persistente disallineamento tra il ritmo delle decisioni politiche e le evidenze scientifiche. La struttura basata su impegni volontari limita l’efficacia dell’azione multilaterale, mentre la rappresentanza delle comunità più vulnerabili resta marginale. Difficile dare torto a chi parla di “greenwashing diplomatico”: una distanza crescente tra la retorica degli annunci e l’effettiva capacità dei vertici di produrre cambiamenti strutturali.
La verità è che le sorti del pianeta stanno a cuore unicamente a chi non conta ed è costretto a subire il disastro. Non certo a chi lo procura. Come se, per certe élite, fosse già pronto un “piano B” nel quale micro-comunità di iper-ricchi abbandoneranno il pianeta al suo infausto destino, per approdare su colonie extraterrestri (in senso letterale), naturali o artificiali. Piano B già ventilato da pellicole quali “Elysium”, “Aniara” e, con sfumature diverse, “Don’t Look Up”.
In un quadro come questo, c’è davvero qualcuno convinto che, nel DNA di una società in mano a un manipolo di iper-ricchi, interessati unicamente a moltiplicare, esponenzialmente, i propri patrimoni e del tutto incuranti delle conseguenze per gli altri e il pianeta, sopravviva ancora un qualche interesse autentico per impresa e cultura, intese nel senso alto e nobile dei termini?
Come se ne esce? Non ne ho la più pallida idea. Nessuno ce l’ha. Ammesso che ci sia ancora qualcuno che si pone certe domande.
Quello che – parafrasando Kennedy – direi, dunque, all’amico Paolo, osservando insieme a lui il sole tramontare sul Golfo dei poeti, è che non dobbiamo chiederci che cosa impresa e cultura possano fare l’una per l’altra. Né cosa, insieme, potrebbero fare per noi. Credo che, prima, dovremmo chiedere loro di ritrovare l’identità autentica e il senso profondo e nobile del loro operare, poiché una volta recuperati identità e senso, il resto verrà da sé.
Ma la vera domanda è: riusciranno a farlo? Esistono ancora presupposti, condizioni, capacità e volontà perché ciò sia davvero possibile? O dobbiamo arrenderci e constatare, mestamente, che impresa e cultura sono davvero morte?