Cucina Italiana Patrimonio UNESCO grazie alle Donne che nutrono il mondo
A dicembre 2025, la cucina italiana è entrata ufficialmente nel patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO. Il riconoscimento premia la capacità di conservare e valorizzare la biodiversità, rispettare le stagionalità dei prodotti e tramandare nel tempo tradizioni regionali.
Spesso, le protagoniste che hanno saputo trasformare questi elementi in nutrimento concreto e cultura viva sono state le donne, le quali nel corso della Storia hanno svolto il lavoro di cura della dispensa e della tavola, mettendo insieme tradizione e cultura. Nei gesti quotidiani della cucina italiana, le donne sono state in grado di scegliere e adattarsi alle risorse disponibili, avendo cura di non sprecare, conservare e trasformare cibi nell’ottica della sostenibilità e del rispetto della biodiversità.
Questo patrimonio di conoscenze e capacità è un tesoro prezioso che oggi si traduce in prodotti DOP e IGP, in ricette codificate e nelle figure di grandi chef stellati. Le donne della nostra Storia hanno saputo tenere vive pratiche antiche, hanno salvato ricette dall’oblio, hanno adattato la cucina alle crisi economiche, ai cambiamenti sociali, alle migrazioni e alle necessità del momento, grazie a un lavoro quotidiano e silenzioso. Sono madri, nonne, contadine, operaie del cibo, ristoratrici, cuoche di comunità che si sono prese la responsabilità di nutrire intere generazioni.
C’è poi una dimensione più profonda, che va oltre il semplice “fare da mangiare”: la sacralità del cibo.
In Italia, come in molte culture mediterranee, il cibo non è solo carburante per il corpo, ma linguaggio affettivo, segno di appartenenza, promessa di cura. La preparazione di un piatto non è mai solo tecnica: è tempo donato, attenzione, memoria e cultura condivisa. Il pane spezzato a tavola, il sugo della domenica, il dolce delle feste non sono solo “cibo”, ma costruiscono comunità, pacificano conflitti, tengono insieme generazioni diverse. Nutrono il corpo e anche il senso di essere parte di una Storia.
In questa liturgia laica, le donne hanno avuto il ruolo di sacerdotesse spesso invisibili che hanno celebrato la sacralità del cibo nel quotidiano, trasformando materie prime eccellenti in piatti che portano conforto, identità, dignità. Hanno garantito continuità a tecniche e saperi prima ancora che esistessero manuali e corsi di cucina, trasmettendoli per imitazione, racconti, piccoli segreti sussurrati accanto ai fornelli.
Ogni volta che una nonna insegna a un nipote a “sentire” l’impasto con le mani, senza bilancia, un patrimonio immateriale viene tramandato a una nuova generazione. Ricordo ancora quando, da bambina, insistevo per aiutare mia nonna mentre impastava il pane. Sento ancora vivo il profumo dell’impasto bianco e liscio che per me rimane, ancora oggi, essenza di famiglia e fatica rispettosa.
Unire il riconoscimento UNESCO con la sacralità del cibo significa allora riconoscere che questo patrimonio poggia su una lunga storia di lavoro di cura, prevalentemente femminile, che trasforma l’atto del nutrire in un atto culturale. Per celebrare la cucina italiana come bene dell’umanità, dare la parola alle donne è un modo per restituire alla cucina italiana la sua verità più profonda: essere, prima di tutto, un atto d’amore.
Per questo motivo abbiamo sentito il bisogno di creare “Food Democracy HerWay – Donne che nutrono il cambiamento”, ospitato da Murate Idea Park a Firenze, che dà voce a tante storie di Donne le quali, attraverso il cibo, hanno saputo creare nuove opportunità ed eccellenze nel nostro territorio.
Questo evento è la prima tappa di un tour itinerante per tutte le regioni d’Italia e vuole parlare a tutto il nostro stivale di democrazia alimentare a partire dallo sguardo delle donne, mettendo al centro chi il cibo lo produce, lo trasforma, lo cucina, lo distribuisce, lo racconta, lo usa come elemento di innovazione e che spesso rimane ai margini dei luoghi del potere e della decisione. Il titolo stesso – “donne che nutrono il cambiamento” – ribalta l’immagine della donna solo come custode del passato, per riconoscerla come soggetto politico che, attraverso il cibo, può orientare transizioni ecologiche, sociali ed economiche.