Cooperazione internazionale, il richiamo dell’OCSE: meno risorse, più responsabilità
C’è una linea sottile che unisce le grandi dichiarazioni della diplomazia internazionale alla vita quotidiana di milioni di persone nei Paesi più fragili. È la linea della cooperazione allo sviluppo. Quando si rafforza, crea infrastrutture, scuole, reti sanitarie, opportunità economiche. Quando si indebolisce, lascia spazi vuoti che spesso vengono riempiti da instabilità, conflitti e nuove disuguaglianze.
L’ultimo rapporto dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico fotografa purtroppo una fase di rallentamento. Nel 2024 l’aiuto pubblico allo sviluppo dei Paesi membri del Comitato per l’aiuto allo sviluppo si è attestato a 214,5 miliardi di dollari, pari allo 0,34% del reddito nazionale lordo complessivo. In termini reali si registra una contrazione rispetto all’anno precedente, un segnale che interrompe la dinamica espansiva osservata negli anni segnati dalla pandemia e dalle grandi crisi umanitarie.
Non è solo una questione di cifre aggregate. Il rapporto evidenzia come l’obiettivo storico dello 0,7% del reddito nazionale lordo destinato alla cooperazione resti lontano per la maggior parte dei paesi donatori. In un contesto globale segnato da conflitti prolungati, emergenze climatiche e instabilità economiche, la riduzione dell’impegno finanziario rischia di amplificare fragilità già molto profonde.
Ma cosa significano, concretamente, questi fondi? L’aiuto pubblico allo sviluppo non è un trasferimento indistinto di risorse. È uno strumento articolato che finanzia interventi umanitari nelle aree colpite da guerre o catastrofi naturali, sostiene programmi sanitari per il contrasto a malattie endemiche e pandemie, promuove l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari, investe in istruzione di base e formazione professionale. In molti Paesi a basso reddito, una parte essenziale dei sistemi sanitari o scolastici sopravvive grazie a queste risorse.
La cooperazione finanzia anche infrastrutture materiali e immateriali: reti energetiche, progetti per le energie rinnovabili, agricoltura sostenibile, rafforzamento delle istituzioni pubbliche, digitalizzazione dei servizi. Una quota crescente è destinata all’adattamento e alla mitigazione del cambiamento climatico, perché i Paesi meno responsabili delle emissioni sono spesso i più esposti agli effetti estremi. In questo senso, l’aiuto allo sviluppo è anche uno strumento di giustizia climatica.
Il rapporto dell’OCSE mette in luce un altro aspetto cruciale: la crescente complessità della cooperazione. Una parte significativa delle risorse è oggi assorbita dalla gestione delle crisi, dall’accoglienza dei rifugiati nei Paesi donatori o dal sostegno a Stati coinvolti in conflitti. Questo spostamento di priorità, pur rispondendo a esigenze immediate, può comprimere gli investimenti di lungo periodo necessari per costruire autonomia economica e resilienza istituzionale nei Paesi partner. La differenza tra sostenibilità e insostenibilità si misura anche così.
Per l’Italia, come per gli altri membri del Comitato OCSE, la sfida è duplice. Da un lato, mantenere fede agli impegni internazionali in un contesto di finanza pubblica sotto pressione. Dall’altro, qualificare la spesa, orientandola verso progetti capaci di generare impatti misurabili e duraturi. La cooperazione infatti non è beneficenza ma una politica strutturale che contribuisce alla stabilità globale, alla sicurezza condivisa e alla creazione di mercati più solidi e inclusivi.
In un mondo interconnesso, le fragilità non restano confinate. Le crisi alimentari producono migrazioni forzate, l’instabilità politica alimenta tensioni regionali, i cambiamenti climatici ridisegnano equilibri economici e sociali. I fondi per la cooperazione servono, in ultima analisi, a prevenire questi effetti a catena. Sono un investimento nella prevenzione delle crisi, nella riduzione delle disuguaglianze e nella costruzione di opportunità.
Il rapporto OCSE ci ricorda che la cooperazione è una misura concreta della volontà politica dei Paesi avanzati di contribuire a un ordine internazionale più equo. Se le risorse diminuiscono, diminuisce anche la capacità collettiva di incidere sulle cause profonde delle crisi. Rilanciare l’aiuto allo sviluppo non significa solo rispettare una percentuale, ma riaffermare un principio: la sostenibilità globale è una responsabilità condivisa, e il futuro non si costruisce in solitudine.