Con Tempi di Recupero il cibo diventa il pensiero di un mondo che non scarta ma raccoglie
C’è tempo fino all’8 febbraio per partecipare alla Tempi di Recupero Week, un evento che non è soltanto una rassegna gastronomica, ma un racconto collettivo sul modo in cui produciamo, cuciniamo e consumiamo il cibo. Una settimana diffusa, fatta di piatti, gesti e storie, che invita a guardare ciò che solitamente scartiamo e a restituirgli valore. Perché recuperare non significa “accontentarsi”, ma ripensare radicalmente il nostro rapporto con le risorse.
Tempi di Recupero nasce a Faenza nel 2012 da un’intuizione di Carlo Catani, figura di riferimento della cultura gastronomica italiana. Dopo una lunga esperienza nel mondo della formazione e della divulgazione — tra cui la direzione dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo — Catani avverte l’urgenza di portare il tema dello spreco alimentare fuori dalle sole statistiche e dentro la vita quotidiana. L’idea è semplice e potente: trasformare il recupero in un atto conviviale, capace di unire cuochi, produttori, artigiani e cittadini attorno a una tavola che racconta rispetto, memoria e futuro.
Un nome, un gesto: perché “Tempi di Recupero”?
Il nome dell’associazione e della sua manifestazione non è solo evocativo: richiama il concetto calcistico di recupero del tempo dopo un infortunio, come metafora di un sistema — quello alimentare — ferito da anni di sprechi e superficialità. Il recupero diventa così un atto collettivo e simbolico: recuperare tempo, materiali, relazioni e significato.
La prima esperienza prende forma con cene conviviali all’Osteria della Sghisa, dove chef, osti e “azdore” — le tradizionali massaie romagnole — reinterpretano ingredienti, scarti e ricette dimenticate secondo tre direttrici: il riuso degli avanzi, il recupero del “quinto quarto” e la riscoperta dei piatti della memoria.
Una filosofia che va oltre il piatto.
L’associazione non si limita a combattere lo spreco con iniziative isolate, ma propone una vera e propria cultura del recupero a 360°: dal cibo alla materia prima, dal tempo alle relazioni umane. Attraverso eventi, collaborazioni e progetti di rete, Tempi di Recupero costruisce comunità, valorizza tradizioni e materiali spesso ignorati e lavora per un sistema alimentare più buono, sostenibile e consapevole. La rete è composta da agricoltori, chef, bartender, gelatieri, artigiani e imprenditori impegnati secondo valori condivisi: ricercare gusto e bellezza rispettando persone, luoghi e ambiente.
La Tempi di Recupero Week 2026 rappresenta il culmine di anni di lavoro collettivo.
Durante questa settimana, ogni chef o locale aderente propone piatti o menu dedicati al recupero, raccontando con il proprio stile l’idea che nulla di commestibile debba essere buttato e che il gesto di recuperare sia un atto creativo e culturale. L’idea che ciò che è commestibile debba essere buttato è una costruzione recente, figlia della velocità e dell’abbondanza apparente. Tempi di Recupero nasce proprio per incrinare questa convinzione, rimettendo al centro il valore del tempo, dell’attenzione e della trasformazione. Recuperare non è un ripiego, ma un atto consapevole: significa guardare agli scarti non come a una fine, ma come a un inizio possibile.
Come sottolinea Carlo Catani, non è soltanto una rassegna gastronomica, ma un racconto collettivo che si rinnova ogni anno: «È un momento di incontro, di scambio e di ascolto. Vogliamo dimostrare che il recupero è un atto creativo e culturale, capace di generare valore, consapevolezza e bellezza, partendo dal cibo e arrivando alle persone». Le sue parole restituiscono il senso profondo del progetto: il recupero non è solo una tecnica, ma un linguaggio che mette in relazione chi produce, chi cucina e chi mangia.
Durante la settimana dedicata al recupero, i ristoranti aderenti aprono le loro cucine a una pratica antica eppure sorprendentemente attuale. Pane raffermo che diventa base per zuppe dense e profumate, bucce e foglie trasformate in pesti, brodi e ripieni, tagli dimenticati che tornano protagonisti attraverso cotture lente e rispettose. Ogni piatto nasce da una scelta precisa: non scartare, ma ascoltare l’ingrediente e comprenderne le possibilità. In sintesi una trasformazione profonda del rapporto con il cibo e la sua funzione sociale:
«Siamo consci di compiere un piccolo gesto, ma è dai piccoli gesti quotidiani che si possano creare le consapevolezze che portano a nuove sensibilità e ai conseguenti cambiamenti.»
In altre parole, non si tratta solo di non sprecare, ma di reinterpretare l’atto stesso di cucinare e mangiare come pratica etica e culturale.
Esempi concreti di recupero in cucina.
Uno dei punti più affascinanti della Tempi di Recupero Week è vedere come chef e ristoratori traducono la filosofia del recupero in piatti veri e deliziosi. Alcuni esempi dall’edizione precedente: Zeppole di cervella di agnello e crema di limoni: un dessert “recupero” che riunisce ingredienti tipici, apparentemente secondari, in un piatto gustoso e innovativo proposto da Gianluca Gorini. Jus di verdure e olivello spinoso con tuorlo e pane raffermo: firmato da Luca Fracassi (chef di una stella Michelin ad Arezzo), un piatto che esalta ogni parte delle verdure incluse le bucce e il pane avanzato. Brodo di verdura “integrale” di Alberto Gipponi: un concentrato saporito costruito usando tutte le parti degli ortaggi, nessuna esclusa, trasformando ciò che comunemente si scarta in protagonista del piatto.
Questi piatti non sono casi isolati ma esempi emblematici di come il recupero diventa attuabile e creativo, ben oltre la logica del semplice “non sprecare”.
Altre pratiche di recupero, già presenti da tempo nel progetto, comprendono tre grandi direttrici in cucina come il Riuso degli avanzi: reinterpretare gli ingredienti del giorno prima per creare nuovi piatti, il Recupero della tradizione: riscoprire e valorizzare ricette popolari dimenticate e il Quinto quarto che definisce l”uso integrale di carni, pesci o ortaggi, includendo parti spesso considerate scarti.
La dimensione della rete
Tempi di Recupero non è soltanto un evento: è una rete ampia e in continua crescita. Nel corso degli anni, la partecipazione alla Tempi di Recupero Week ha visto numeri sempre più importanti:
Già in passato edizioni dell’iniziativa avevano raccolto circa 180 partecipanti tra chef, osti, gelatai, bartender e professionisti del gusto da tutto il mondo, con contributi anche di stelle Michelin e locali Slow Food. Negli ultimi anni la Week ha continuato ad attirare oltre cento professionisti ogni edizione, contribuendo a creare una comunità vasta di portatori di una cultura gastronomica sostenibile e attenta alle risorse. Questa comunità non è solo numericamente ampia, ma profondamente eterogenea, includendo professionisti di fama e operatori locali che, insieme, rendono il progetto una vera rete di cambiamento culturale.
Nel panorama più ampio dell’economia circolare del cibo, Tempi di Recupero si distingue perché non si limita a denunciare lo spreco, ma propone alternative concrete e replicabili. L’associazione promuove l’uso integrale delle materie prime, incoraggia filiere corte e stagionali e invita produttori, cuochi e consumatori a interrogarsi sulle proprie abitudini quotidiane. Non si tratta di un gesto simbolico, ma di un cambiamento culturale che prende forma nei gesti ripetuti: scegliere cosa comprare, come cucinare, quanto conservare.
Il recupero, in questa prospettiva, diventa un processo di valorizzazione che intreccia tradizioni e innovazione. Le ricette raccontano saperi contadini, tecniche artigianali e memorie familiari, ma allo stesso tempo dialogano con una cucina contemporanea attenta all’ambiente e alla giustizia sociale. Un piatto di cucina circolare non è mai neutro: parla di territori, di stagioni, di persone che hanno coltivato, trasformato e cucinato quel cibo. È un racconto commestibile che contribuisce a costruire un’economia alimentare più equa e sostenibile.
Tempi di Recupero ci invita così a guardare oltre lo spreco, a rallentare lo sguardo e a restituire dignità a ciò che solitamente passa inosservato. Il cibo non è solo nutrimento, ma memoria, relazione, cultura condivisa. Partecipare a un piatto di cucina del recupero diventa un gesto quotidiano che riflette scelte più ampie: rispetto per le risorse, attenzione alla comunità, fiducia nel valore delle piccole trasformazioni.
In un mondo che corre e consuma senza misura, iniziative come questa mostrano che un altro ritmo è possibile. Recuperare significa prendersi il tempo di osservare, comprendere e trasformare. Ed è proprio in questo tempo ritrovato che il cibo torna a essere, sorprendentemente, buono da pensare.
«Il recupero non è una rinuncia, ma una forma di creatività. È un modo diverso di stare nel mondo», ha detto Catani. E noi siamo d’accordo con lui.