Oltre 200 artisti contro il British Museum: “Stop erasing Palestine and supporting genocide”
Un gruppo di oltre duecento artisti, scrittori e intellettuali internazionali ha firmato una lettera aperta per protestare contro il British Museum, accusato di cancellare ogni riferimento alla Palestina dalle sue esposizioni sul Medio Oriente. Al centro della missiva, un messaggio chiaro e potente: “Stop erasing Palestine and supporting genocide”. Gli autori della lettera denunciano un vero e proprio revisionismo culturale che, secondo loro, rischia di cancellare l’identità storica e culturale di un popolo, in un momento in cui i palestinesi subiscono violenze e privazioni nella loro terra.
La lettera sottolinea come il museo abbia ceduto alle pressioni del gruppo UK Lawyers for Israel, che aveva contestato alcune didascalie ritenute “storicamente inaccurate”, tra cui il termine Palestina, sostituendolo con riferimenti alternativi come Canaan o nomi di antichi regni locali. Per gli artisti firmatari, questo tipo di revisione non è neutrale: rappresenta un gesto che svuota di senso la memoria storica e culturale, rischiando di legittimare indirettamente una narrazione politica che ignora le sofferenze di oggi.
Nella lettera si legge: “È responsabilità di organizzazioni culturali come il British Museum opporsi con fermezza a tali interventi. La recente rietichettatura dei reperti provenienti dalla Palestina storica mostra come la cultura possa diventare strumento di cancellazione, mentre il popolo palestinese affronta una violenza sistematica nella propria patria”. Gli autori richiamano l’attenzione anche sul ruolo dei partner del museo e sulla necessità di una consultazione più ampia con rappresentanti della comunità palestinese, affinché la storia esposta nei musei rifletta la complessità dei popoli e dei luoghi, senza diventare uno strumento di propaganda.
Tra i firmatari della protesta compaiono figure di rilievo come Brian Eno, gruppi come Artists and Culture Workers London e associazioni di archeologi impegnati nella tutela dei diritti culturali. La lettera si pone così come un monito: cancellare il termine “Palestina” dai pannelli non è solo una scelta terminologica, ma una decisione che tocca memoria, identità e giustizia storica.
Il British Museum ha giustificato la modifica delle didascalie come un aggiornamento basato su studi storici, ma la lettera aperta evidenzia come, al di là dei tecnicismi, il gesto abbia un impatto simbolico e morale significativo, soprattutto in un contesto di conflitto e violenza in corso. La protesta degli artisti diventa quindi un appello a mantenere viva la memoria e a rispettare la pluralità delle narrazioni, ricordando che la cultura non può mai essere neutrale quando è in gioco la dignità di un popolo.