In missione per conto di Dio: i leader del mondo come i Blues Brothers
L’estate dell’odio
Malgrado l’infuriare della guerra del Vietnam, l’estate del 1967 sarà ricordata per sempre come la Summer of Love: l’estate dell’amore. Un’estate nella quale la generazione giovane prendeva, per la prima volta, la parola e parlava di pace, amore universale, fratellanza, libertà, diritti civili, rifiuto del materialismo, accoglienza e apertura verso la spiritualità. Quelle che – da anni, ormai – stiamo vivendo, invece, sono e resteranno per sempre le estati dell’odio. Stagioni sempre più torride, non a causa della catastrofe climatica (altro che cambiamento!) ma delle parole incendiarie dei leader di metà pianeta.
With God on our side
È la “guerra santa” proclamata il 27 marzo 2024 dal Consiglio mondiale del popolo russo, riunito sotto la presidenza del patriarca Kirill di Mosca, capo della Chiesa ortodossa russa, a proposito dell’invasione dell’Ucraina, benedicendo quella che un più navigato Vladimir Putin si era limitato a definire “operazione militare speciale”, “denazificazione”, “protezione del popolo russo”. Putin si era già richiamato più volte ai “valori spirituali e morali tradizionali russi”, consacrati anche in un decreto del 9 novembre 2022, strumentalizzando così la tradizione cristiano-ortodossa.
Decisamente più esplicito Benjamin Netanyahu – primo ministro israeliano – che, annunciando l’estensione delle operazioni terrestri a Gaza (28 ottobre 2023), minaccia: “Dovete ricordare ciò che Amalek vi ha fatto”: il riferimento è a un passo biblico che ordina di sterminare “uomini e donne, bambini e lattanti”. Un vero flagello biblico, in effetti, dato che, secondo il Ministero della Salute di Gaza, dopo circa mille giorni di guerra si contavano più di 70mila morti e 170mila feriti. Tanto per dare un termine di paragone, in vent’anni di Guerra del Vietnam, le perdite americane furono 58.220.
The Donald non sta certo a guardare e, per santificare la Pasqua “come Cristo comanda”, attacca Papa Leone XIV per i continui appelli alla pace: “è debole sulla criminalità e pessimo in politica estera” (12 aprile 2026), aggiungendo di non volere né “un Papa che ritenga accettabile che l’Iran abbia un’arma nucleare” né “un Papa che critichi il Presidente degli Stati Uniti”. Subito dopo, sul suo social Truth (Verità: curiosamente, lo stesso nome della Pravda, il quotidiano ufficiale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica), pubblica un’immagine generata con l’intelligenza artificiale che lo raffigura come Gesù Cristo, intento a guarire un moribondo, sotto lo sguardo estatico di un drappello di fedeli adoranti. Il messaggio è chiaro: altro che quel rammollito del Papa di Roma: sono io il vero capo della cristianità! Il novello Messia dal ciuffo biondo platino – che pretende il Nobel per la pace, ma se ne frega dell’evangelico “amate i vostri nemici” – non si fa il minimo scrupolo a dichiarare “avremo la Groenlandia, in un modo o nell’altro” (12 gennaio 2026); a catturare con un’incursione militare, trasferire negli Stati Uniti e spodestare (3 gennaio 2026), Nicolás Maduro, presidente del Venezuela; ad attaccare l’Iran, la cui nuova Guida suprema, Mojtaba Khamenei, promette (11 luglio 2026) vendetta per l’uccisione del padre Ali nel raid israelo-americano del 28 febbraio, affermando che sarà compiuta anche con l’aiuto delle “persone libere nel mondo”; e, infine, a minacciare Cuba, immaginando una portaerei americana ferma a cento iarde (una novantina di metri) dalla costa de la Grande Antilla e L’Avana che dice “grazie mille, ci arrendiamo” (1 maggio 2026).
Del resto, a chiarire che “la democrazia cristiana è per definizione illiberale” aveva, da tempo, provveduto Viktor Orbán, primo ministro ungherese (28 luglio 2018). Né stupisce che Narendra Modi, primo ministro indiano, abbia officiato, il 22 gennaio 2024, il rito in un tempio costruito sul sito di una moschea demolita nel 1992 e, pochi mesi dopo, abbia dichiarato di essere stato mandato da Dio per compiere una missione, o che il presidente argentino Javier Milei – nel giorno del suo insediamento (10 dicembre 2023) – abbia affidato a Dio il proprio mandato e quello del popolo argentino: “Dio benedica gli argentini e che le forze del cielo ci accompagnino”.
Italietta, patetica italietta
Sulle italiche miserie non mi soffermo neppure. Sorvolerò su chi bacia rosari sul palco, affidando alla Madonna la propria vittoria elettorale, chi rivendica “Dio, Patria e Famiglia” come “il più bel manifesto d’amore della storia”, e chi nega il femminicidio, inventa il cristianicidio e teorizza un’estensione quasi indiscriminata della legittima difesa.
È la solita Italietta – ipocrita, meschina, bugiarda, pavida e millantatrice – la stessa che, con motivazioni e responsabilità diverse, attese in entrambe le guerre mondiali di capire quale schieramento apparisse più conveniente, e che oggi continua a irretire il “popolo bue” con parole d’ordine messianiche che nascondono un terrificante vuoto di valori, idee, visione, cultura, capacità politica, classe dirigente, organizzazione, strutture e mezzi.
L’Italietta che millanta un “ritrovato protagonismo internazionale” e un “ruolo centrale nello scacchiere internazionale” ma, poi, rinuncia a partecipare al vertice UE-Balcani (5 giugno 2026): la Presidente del Consiglio è “trattenuta” dall’annullo filatelico di un francobollo; non partecipa al summit ristretto di Londra su Ucraina e sicurezza europea (giugno 2026); resta fuori anche dall’incontro a Mosca (11 giugno 2026) tra gli ambasciatori di Francia, Germania e Regno Unito su Kiev. Tutto questo, per non parlare dello sfregio ricevuto dall’amico Trump che (19 giugno 2026) – secondo la traduzione diffusa da un’emittente televisiva italiana – racconta pubblicamente come la premier lo abbia “implorato” per una foto al G7 di Evian: “la voleva così tanto, l’avrei anche non fatta, ma mi ha fatto pena”.
Non nominare il nome di Dio invano
Tirare la giacchetta a Dio, trasformandolo in ispiratore e, soprattutto, legittimatore di ogni nefandezza del potere, è pratica antica quanto l’uomo. Il faraone d’Egitto non doveva nemmeno invocare un dio: era considerato un dio, e questo bastava a rendere ogni suo ordine indiscutibile. Augusto si fa chiamare divi filius, figlio del divino Cesare; con Domiziano, la pretesa si fa più esplicita: l’imperatore si lascia chiamare dominus et deus. Costantino, secondo la tradizione, vede una croce nel cielo – in hoc signo vinces – e la guerra imperiale comincia a rivestirsi di una legittimazione cristiana. Nei secoli successivi, in Europa, i sovrani regneranno sempre più spesso “per grazia di Dio”, potere insindacabile da qualunque autorità terrena. Urbano II grida Deus vult (Dio lo vuole) e tra 60mila e 100mila persone – cavalieri, fanti e una moltitudine di pellegrini e non combattenti, tra i quali anche donne e bambini – si mettono in marcia verso Gerusalemme.
Le bolle papali forniscono a Spagna e Portogallo una legittimazione religiosa e giuridica alla conquista del Nuovo Mondo in nome dell’evangelizzazione. Prima di sterminarle, i conquistadores intimano alle popolazioni indigene la sottomissione “in nome di Dio”. Lo stesso schema che, secoli dopo, diventa il Manifest Destiny americano, espulsione, distruzione e sterminio delle popolazioni native come disegno provvidenziale.
Cattolici e protestanti si massacrano per decenni. È la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), innescata dal conflitto confessionale e dal tentativo dell’imperatore asburgico di rafforzare il potere imperiale e ricattolicizzare, con la forza, i territori protestanti tedeschi. Un massacro continentale – tra i 4,5 e gli 8 milioni di morti: fino al 40% della popolazione in alcune regioni – con ogni fazione certa di rappresentare l’unica vera fede. La natura del conflitto si rivela definitivamente quando, per pura convenienza geopolitica, la Francia cattolica scende in campo al fianco delle potenze protestanti.
Col tempo il nome cambia, l’idea no: la Provvidenza diventa la Storia, la Nazione, la Razza. “Gott mit uns” è inciso sulle fibbie dei soldati prussiani dal Seicento, ereditato dall’Impero tedesco e infine dalla Wehrmacht: stessa formula, contro nemici sempre diversi, a loro volta benedetti dal Dio al quale si richiamano le tre grandi religioni monoteiste. Bob Dylan, nel 1964, la riprende, trasformandola in accusa, elencando, una dopo l’altra, le guerre americane per mostrare che ogni esercito canta lo stesso verso, spesso contro un nemico che, nella trincea opposta, lo canta a sua volta. Due lingue, due imperi, due secoli: stessa formula.
Nemmeno il Novecento se ne libera: sostituisce Dio con la Razza o la Storia, ma arruola le Chiese ogni volta che gli conviene. Mussolini firma i Patti Lateranensi (1929), riconoscendo lo Stato Vaticano e la religione cattolica come “sola religione dello Stato”, ottenendo in cambio una formidabile legittimazione politica e morale del Fascismo agli occhi di un intero popolo cattolico. Hitler firma il Reichskonkordat (1933) appena insediato, garantendo formalmente alla Chiesa libertà di culto e tutela delle proprie istituzioni, mentre il clero viene escluso dall’attività politica. Un accordo che contribuisce a neutralizzare l’opposizione cattolica organizzata e permette al Terzo Reich di presentarsi al mondo come interlocutore rispettabile, non come il regime che di lì a poco conserverà “Gott mit uns” sulle fibbie dei suoi soldati. Persino Stalin, capo di uno Stato ufficialmente ateo, richiama in vita il Patriarcato ortodosso di Mosca nel 1943, nel pieno della guerra contro la Germania: non per fede, ma perché un popolo che crede combatte meglio di un popolo a cui hai tolto anche quello. Gli USA inseriscono l’espressione “under God” nel giuramento alla bandiera nel 1954 e adottano “In God We Trust” come motto nazionale nel 1956, in piena Guerra Fredda. E oggi, la stessa vecchissima formula è ancora sulla bocca di chi la guerra la combatte.
Ma Dio da che parte sta?
Ogni volta che sento farneticare il leader di turno, penso: possibile che nessuno si chieda mai da che parte si schiererà Dio, quando due leader — entrambi “credenti” del Dio di Abramo — si scontreranno? E, quando uno dei due vincerà, l’altro cosa dirà? Che il Dio del suo rivale era più forte (ma è lo stesso!), o che il proprio esercito non ha creduto abbastanza, e Dio lo ha punito per questo?
Oggi come ieri, dunque, i potenti del mondo – come i Blues Brothers – sono “in missione per conto di Dio”. Al contrario di Jake ed Elwood, però, che cercano di salvare un orfanotrofio dalla chiusura, questa band di folli, fanatici, cinici, speculatori e mercanti di morte se ne sbatte allegramente degli orfani, visto che con le sue guerre ne produce a milioni.
Colpa nostra: non abbiamo scuse
La colpa, però, non è loro. È nostra, che continuiamo a credere alle loro stronzate. Che qualcuno potesse farci fessi cinquemila, tremila, mille anni fa — quando libri e istruzione erano privilegio di pochissimi e non esistevano scienza moderna, radio, cinema, televisione, internet, intelligenza artificiale — ci può anche stare. Ma che sia ancora così, dopo tutto quello che è successo nel frattempo, questo no.
Dopo il La Boétie del Discorso sulla servitù volontaria (scritto intorno al 1548); il Galileo dell’abiura e del leggendario “eppur si muove” (1633); lo Spinoza del Trattato teologico-politico (1670), che sottrae le Scritture al monopolio del potere religioso; il Newton dei Principia (1687); il Voltaire del Candido (1759); il Kant di “Sapere aude” (1784); il Leopardi della Ginestra (1836); il Feuerbach de L’essenza del cristianesimo (1841); il Marx della religione come “oppio del popolo” (1844); il Darwin dell’Origine delle specie (1859); il Dostoevskij del Grande Inquisitore (1880); il Nietzsche di “Dio è morto” (1882); il Tolstoj de Il regno di Dio è in voi (1894); il Twain di The War Prayer (scritta nel 1905 e pubblicata postuma nel 1923); l’Einstein della relatività (1905-1915), che sottrae spazio e tempo all’assolutezza della fisica classica; il Freud de L’avvenire di un’illusione (1927); l’Heisenberg del principio di indeterminazione (1927), che incrina il determinismo della fisica classica; il Picasso di Guernica (1937); lo Steinbeck di Furore (1939); il Bulgakov del Maestro e Margherita (scritto fra il 1928 e il 1940); l’Hemingway di Per chi suona la campana (1940); il Camus de La peste e il Primo Levi di Se questo è un uomo (1947); la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948); l’Orwell di 1984 (1949); l’Arendt de Le origini del totalitarismo (1951); il Miller del Crogiuolo (1953); il Pasternak del Dottor Živago e il Bergman de Il settimo sigillo (1957); il Wiesel de La notte (1958); il Grass de Il tamburo di latta (1959); il Milgram degli esperimenti sull’obbedienza all’autorità (1961-1963), che mostra, in condizioni sperimentali, quanto lontano possano spingersi persone comuni quando un’autorità ordina loro di infliggere sofferenza e dichiara di assumersene la responsabilità; l’Arendt della “banalità del male” (1963) e il Böll di Opinioni di un clown (1963); il Pasolini del Vangelo secondo Matteo e il Kubrick del Dottor Stranamore (1964); il Petri di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970); il Rosi de Il caso Mattei (1972); il Solženicyn dell’Arcipelago Gulag (1973); lo Sciascia di Todo modo (1974); il Bertolucci di Novecento (1976); il Costa-Gavras di Amen. (2002); il Bellocchio di Buongiorno, notte (2003).
Dopo tutto questo – ma la lista è infinitamente più lunga di così – se ancora oggi un uomo in giacca e cravatta può alzarsi in un discorso ufficiale e dire “Dio è con noi”, e milioni di persone applaudono invece di ridere, il problema non è più suo. È nostro. E non abbiamo scuse.