Le medie imprese italiane tra continuità e trasformazione. Cosa dice il nuovo Report Unioncamere-Mediobanca-Tagliacarne
Esiste il “quarto capitalismo” italiano, quello delle medie imprese, spesso a controllo familiare, radicate nei territori ma capaci di competere sui mercati globali, che continua a crescere, ma con un passo più incerto rispetto agli anni scorsi. È questo il quadro che emerge dal Report Le medie imprese italiane tra continuità e trasformazione: governance, capitale umano e geopolitica, realizzato da Unioncamere, dall’Area Studi di Mediobanca e dal Centro Studi Guglielmo Tagliacarne, presentato lo scorso 30 giugno a Siena insieme al XXV Rapporto sulle medie imprese industriali italiane e aggiornato il 5 agosto con nuovi dati sugli investimenti in digitale e sostenibilità ambientale.
Il quadro che ne esce è quello di un comparto solido ma a un bivio. Da un lato la conferma di una capacità di tenuta superiore alla media del sistema produttivo nazionale, dall’altro nodi strutturali come la governance poco formalizzata, la difficoltà nel reperire personale qualificato, il rallentamento degli investimenti nella doppia transizione digitale e verde, che rischiano di limitarne il potenziale nei prossimi anni.
Un pilastro dell’economia che rallenta il passo
Il segmento delle medie imprese italiane genera il 16% del fatturato dell’industria manifatturiera nazionale, il 15% del valore aggiunto complessivo e incide per il 13% sia sulle esportazioni sia sull’occupazione. Nell’arco dei 29 anni analizzati dal Rapporto, il numero di imprese è salito da 3.377 a 3.491 unità, il giro d’affari complessivo è cresciuto del 178,3%, le vendite oltreconfine sono aumentate del 290,7% e la forza lavoro del 47,2%. Per il 2026 il comparto stima un aumento del 2,5% del fatturato e del 2,7% delle esportazioni.
Dietro ai numeri aggregati, però, si intravede un rallentamento. Come ha sottolineato Gaetano Fausto Esposito, direttore generale del Centro Studi Tagliacarne, il nucleo del quarto capitalismo italiano continua a registrare buone performance, ma dopo anni di crescita sostenuta il passo sembra rallentare. Un’evidenza confermata dai dati sugli investimenti nella doppia transizione: tra il 2026 e il 2028 il 76% delle medie imprese investirà in digitale e il 73% in green, quote comunque elevate ma inferiori rispetto all’84% e al 77% registrati nel triennio precedente per le stesse due voci.
Nonostante il rallentamento, la propensione a investire resta molto più alta di quella registrata dalle piccole e medie imprese in generale, che nei prossimi tre anni punteranno sul digitale nel 47% dei casi e sulla sostenibilità ambientale nel 46%.
Gli ostacoli agli investimenti in digitale e green
Tre medie imprese su quattro incontrano almeno un ostacolo nel portare avanti i propri piani di investimento in digitalizzazione e sostenibilità ambientale. Il freno principale sono i costi iniziali elevati, indicati dal 41,2% delle aziende, seguiti dall’incertezza normativa (34%) e dalla necessità di destinare risorse ad altre priorità aziendali (32,5%). Pesa inoltre la carenza di competenze interne e manageriali adeguate, segnalata dal 25,3% del campione.
Per colmare questo gap, le imprese si affidano soprattutto a consulenza esterna: il 73,9% si avvale di società o consulenti privati, il 53,3% coinvolge fornitori e clienti nei propri percorsi di innovazione, mentre solo il 15,9% si appoggia a istituzioni territoriali come le Camere di commercio e le associazioni di categoria. Cresce comunque l’interesse per le tecnologie Net-Zero: nel triennio 2026-2028 il 41% delle medie imprese investirà in tecnologie per la decarbonizzazione, contro il 39,8% del triennio precedente.
Sul fronte più strettamente tecnologico, il Rapporto segnala che il 76,3% delle imprese continuerà a puntare su innovazione incrementale — il miglioramento di processi e prodotti già esistenti — mentre la quota orientata verso tecnologie Deep-Tech (robotica, intelligenza artificiale, cloud) salirà al 34,9% nel prossimo triennio, dal 28,2% del periodo 2023-2025. Non si tratta di un dettaglio marginale: secondo le stime del Rapporto, le aziende che investiranno nel Deep-Tech tra il 2026 e il 2029 vedranno crescere la produttività del lavoro del 6,1%, contro un più modesto +1,6% per chi si limiterà all’innovazione incrementale.
Il nodo della governance
Uno dei capitoli più rilevanti del Rapporto riguarda la governance, tema che dà il titolo stesso allo studio insieme a capitale umano e geopolitica. L’assetto proprietario delle medie imprese italiane resta fortemente concentrato: il 65% è riconducibile a un’unica famiglia o a un solo individuo, il 53% è oggi guidato dalla seconda generazione e il 28% ha ancora il fondatore al comando.
A fronte di questa centralità della componente familiare, il Rapporto rileva una scarsa strutturazione degli strumenti di governance: oltre il 40% delle imprese non adotta strumenti codificati per regolare passaggi generazionali o rapporti tra soci. Tra chi si dota di strumenti più formali prevalgono i patti di famiglia (24,7%) e gli accordi parasociali (16,1%), mentre i processi di successione restano affidati per oltre l’80% dei casi a formule interne e informali.
I consigli di amministrazione restano snelli, con una media di 3,6 membri e un amministratore unico nel 17,5% dei casi. L’età media nei board è di 60 anni, con i ruoli apicali concentrati tra i 64 e i 68 anni: uno spazio ridotto, dunque, per i profili più giovani. Il 46% degli amministratori ha una laurea e circa un quarto ha maturato esperienze internazionali, ma la diversità di genere resta bassa. Il 79% delle cariche è in mano a uomini, il 21% a donne, per lo più in ruoli privi di deleghe operative e l’apertura internazionale dei board è minima, con appena il 3,3% di consiglieri stranieri. Resta invece fortissimo il radicamento territoriale: il 65% degli amministratori lavora nella stessa provincia in cui è nato.
Anche sul fronte del capitale, la prudenza domina: il 45% delle imprese non esclude l’ingresso di capitali terzi in futuro ma non lo valuta nell’immediato, il 38% lo rifiuta esplicitamente e solo il 17% è orientato ad aprirsi nel breve periodo. Quando l’apertura viene presa in considerazione, i motivi principali sono il finanziamento di acquisizioni (56,7%) e nuovi investimenti (41,4%), mentre il timore più diffuso resta la perdita di autonomia decisionale (58,9%). Tra i potenziali investitori, le imprese preferiscono nettamente operatori industriali (68,6%) rispetto a fondi finanziari puri, cercando un partner stabile capace di trasferire competenze strategiche più che solo capitali.
Il Capitale umano
Sul fronte occupazionale, il comparto ha visto crescere gli addetti del 23,7% tra il 2015 e il 2024, superando quota 523.000. La presenza femminile nella forza lavoro resta però contenuta, ferma al 27%, mentre gli under 35 rappresentano il 41% delle nuove assunzioni e gli over 60 si attestano intorno al 10%, una quota che inciderà sempre di più sul ricambio generazionale nei prossimi anni.
Il problema più segnalato dalle imprese resta però la difficoltà di reperire personale: quasi il 90% delle aziende denuncia criticità nella selezione, concentrate soprattutto sui profili tecnici e specialistici (67,2%) e sulle figure operative (50,6%), mentre le carenze di soft skill e competenze manageriali pesano meno (rispettivamente 15,4% e 13,6%). Per rispondere alla scarsità di candidati, il 77% delle imprese ricorre a lavoratori stranieri, spesso (nel 69,7% dei casi) perché la manodopera italiana mostra scarsa disponibilità verso mansioni percepite come poco qualificanti.
Nonostante queste difficoltà, oltre l’85% delle medie imprese valuta positivamente la propria capacità di attrarre giovani sotto i 35 anni, e nel 66% dei casi non vengono applicati limiti di età nella selezione. Le leve principali per attrarre e trattenere i giovani restano il welfare aziendale (51,9%), la formazione (48,1%) e gli incentivi economici (41,6%), mentre autonomia operativa e lavoro flessibile pesano meno (rispettivamente 30% e 25,6%).
Geopolitica e catene di fornitura al tempo dell’incertezza
Il terzo grande tema del Rapporto è la geopolitica, che entra ormai stabilmente nei fattori di rischio delle medie imprese. L’85% di queste aziende è attivo sui mercati esteri sia in import sia in export, un posizionamento che le espone maggiormente alle tensioni internazionali: il 73,9% dichiara che l’instabilità globale aumenta l’incertezza sulle proprie prospettive di business, e oltre 7 imprese su 10 temono ricavi inferiori nei prossimi 12 mesi rispetto a uno scenario di maggiore stabilità.
Tra i fattori di rischio principali figurano la volatilità dei costi energetici e delle materie prime (54,5%) e le tensioni geopolitiche globali (53,8%). L’80% delle medie imprese acquista direttamente materie prime critiche, e tra queste il 40% ha già riscontrato o prevede di affrontare problemi di fornitura nel breve periodo: il 96% del campione si attende ripercussioni concrete nei prossimi sei mesi, soprattutto sotto forma di rincari dei listini (67,1%), ritardi nelle consegne (57,5%) e contrazione dei margini (46,6%).
Il mercato statunitense, di destinazione per il 55% delle medie imprese italiane, è un capitolo a sé alla luce delle tensioni sui dazi: la risposta prevalente non è la riduzione dei prezzi né la rilocalizzazione produttiva, ma il mantenimento dei listini correnti, scelto dal 44,4% delle imprese anche a parità di volumi esportati. Soluzioni più strutturali, come l’apertura di siti produttivi negli Stati Uniti (4,9%) o le triangolazioni commerciali attraverso Paesi terzi (4,3%), restano marginali.
Nonostante tutto, il comparto conferma una notevole capacità di tenuta: il 66,2% delle imprese ha difeso redditività e margini nell’ultimo biennio, generando in media 7,8 mila euro di valore per addetto nel decennio 2015-2024, una continuità di risultati superiore a quella di altri segmenti dimensionali, più esposti a episodi di distruzione di valore.
Cosa chiedono le imprese
Interpellate su cosa servirebbe per sostenere lo sviluppo futuro, le medie imprese indicano al primo posto un miglioramento del quadro economico internazionale (81,7%), seguito dalla riduzione dei costi dei fattori produttivi (55,6%) e da un alleggerimento del carico fiscale sul lavoro (40,7%). Non è una richiesta isolata: il tax rate medio applicato al comparto è del 26,5%, superiore a quello delle grandi imprese (22%), un differenziale che il Rapporto individua come un elemento di svantaggio competitivo strutturale.
Una lettura d’insieme
Il filo che lega i tre assi del Rapporto — governance, capitale umano, geopolitica — è la distanza tra la solidità dimostrata dalle medie imprese italiane sul piano dei risultati e la fragilità degli strumenti con cui gestiscono il cambiamento. Come ha osservato Gabriele Barbaresco, direttore dell’Area Studi Mediobanca, solo 2 imprese su 10 ritengono di avere strumenti adeguati per affrontare l’incertezza, un dato che apre la strada a proposte come l’istituzione di un “Future Readiness Committee” sul modello anglosassone, pensato per supportare il management nell’analisi degli scenari e nella pianificazione strategica.
Per un pubblico interessato ai temi della transizione ecologica e della sostenibilità d’impresa, il Rapporto offre un’indicazione utile: la doppia transizione digitale e verde nelle medie imprese italiane non procede più a passo spedito come nel biennio precedente, e gli ostacoli non sono tanto culturali quanto economici e regolatori — costi iniziali, incertezza normativa, carenza di competenze manageriali dedicate. Colmare questi ostacoli, più che convincere le imprese della necessità di investire, sembra essere la vera priorità per accompagnare il quarto capitalismo italiano nella fase di trasformazione descritta dal Rapporto.