Fase 2? Non per le donne

Fase 2? Non per le donneNegli Stati Uniti (e non solo) fino agli anni Settanta (e oltre) era dichiaratamente sostenuta l’idea che alle donne dovesse essere vietata la professione di pilota d’aereo data la loro instabilità ormonale una volta al mese: “Sia mai che ne metti una a pilotare e le venga un giramento di testa…”. In effetti, tra i piloti commerciali e secondo i dati della Federal Aviation Administration, la quota rosa, verbalizzazione orrenda del gap uomo/donna, era al 0,8% fino a salire al 6,6% negli ultimi anni. Non se la passano tanto meglio le altre categorie di lavoratrici, soprattutto in Italia, visto e considerato che il tasso di occupazione femminile da noi è al 49,9%, secondo l’ultimo report Istat. Un tasso lontanissimo dalla media europea, che è del 67,3%, con punte ben oltre il 70% per Paesi come la Svezia che sfiora l’80% e la Finlandia, ma anche Portogallo e Lituania stanno di molto sopra di noi.

Magari con il virus e l’idea che siamo tutti sulla stessa barca, uno pensa, le cose potranno cambiare. Non sembra, secondo uno studio pubblicato su Voce.info il 72 per cento dei 2,7 milioni di lavoratori che tornano al lavoro il 4 maggio sono uomini. Scrivono gli economisti Alessandra Casarico e Salvatore Lattanzio: “Questo massiccio rientro al lavoro di uomini finirà per caricare di ulteriori compiti di cura le donne all’interno delle famiglie, rischiando di ridurre ancora di più la loro offerta di lavoro, già minata dalla chiusura delle scuole e dalla assenza di alternative credibili alla gestione diretta dei carichi familiari”. Si aggiunga che, dei 1.400 incarichi legati all’emergenza Coronavirus solo il 20% è stato assegnato a delle donne. La riflessione è della fondazione Openpolis: “Più ci si avvicina ai ruoli-chiave, più la forbice con gli uomini aumenta”. E, allora, ecco un appello di #datecivoce”, gruppo di donne della società civile, persone e associazioni che ha indirizzato una lettera al premier Giuseppe Conte e a Vittorio Colao, responsabile della task force governativa: “La ripartenza dovrà avere una maggiore attenzione, con il coraggio di sradicare i nostri meccanismi di riferimento, di avere uno sguardo nuovo nei confronti della scienza, della salute, della economia, della cultura, e della sostenibilità. In questo senso, il concetto di cura, storicamente relegata a dimensione domestica e familiare, deve quindi assurgere oggi come categoria interpretativa e salvifica del mondo, sia che si parli di persone, di economia, di scienza o di ambiente”.