Il cenotafio della Libertà: il lato oscuro della globalizzazione

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È uscito a fine maggio, per i tipi de L’Arco e la Corte di Bari, l’ultimo libro di Luigi Pruneti, “La porta d’avorio – la globalizzazione all’ombra del Kali Yuga” che, già nel titolo, prefigura la direzione che l’umanità avrebbe preso da tempo. Il suo sguardo storico ha ricostruito una cronaca critica, non una mera parata di fatti, del viaggio che ci ha condotti fin qui: l’evoluzione tecnica e tecnologica che, anziché essere al servizio dell’Uomo, ne è diventata tiranno indiscusso; la politica che da insieme di attività etiche volte ad amministrare la polis e la res publica, si è trasformata in ancella schiava dell’economia.

Possiamo ancora parlare di evoluzione?

Molti pensatori, da Vico a Hegel, si sono interrogati sulla storia e l’evolversi dell’uomo.
Alcune correnti di pensiero come l’Illuminismo e il Positivismo hanno dimostrato un inossidabile ottimismo sulle “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità, presa per mano ora dalla ragione, ora dalla scienza. È certo che il vissuto del nostro genere non conosce stasi ma è sempre in dinamico divenire. Anche nei secoli apparentemente pietrificati vi è stato un incessante moto di cambiamento. Queste variazioni per alcuni sono state e saranno positive e, dunque, evolutive, da altri percepite come negative, ergo involutive.
Anche ora vi è chi pensa alla globalizzazione come a un meraviglioso passo in avanti del contesto umano. L’uomo, inserito nel sistema, è convinto di vivere in un periodo radioso dove, grazie alla scienza, tutto è possibile, dove, grazie al denaro, tutto è acquistabile e nel possibile e nell’acquistabile risiede la realizzazione e la felicità.
Io penso in maniera opposta, credo che l’uomo stia smarrendo la propria identità e, di conseguenza, che il momento attuale sia involutivo; ciò non toglie che prima o poi vi possa essere un radicale cambio di rotta, come è possibile che l’umanità stia felicemente viaggiando verso il proprio epilogo, perché è condizionata dall’ambiente; il pianeta è questo, non vi è altro al di fuori di lui, se non la fantascienza, e la degradazione può diventare irreversibile.
La storia di Rapa Nui, l’Isola di Pasqua, ne è un simbolo.

La storia che lei ha tracciato dalla rivoluzione industriale ad oggi, giusto per trattare di quanto stiamo vivendo ai giorni nostri, serve a rammentare che, fino agli anni Settanta del secolo scorso, una gestione dell’emergenza sanitaria così come l’abbiamo vissuta non sarebbe stata minimamente pensabile.
Cosa è cambiato da come eravamo solo quarant’anni or sono?

L’idea della pandemia negli anni Settanta era inesistente, la fiducia nel progresso della medicina e nei vaccini totale e anche i contagi successivi non destarono allarme: l’Aids era un problema che riguardava chi aveva comportamenti sessuali “immorali”, Ebola una grana che investiva solo il cuore dell’Africa e, dunque, un mondo ben lontano da quello che contava, il pingue nord, Sars & company erano episodi limitati che destavano più curiosità che allarme.
Cosa è cambiato da allora? Tanto! In primo luogo, l’effervescente neo-capitalismo è muscolare ma miope, vede solo il fatturato dell’anno in corso e del futuro prossimo venturo. Non s’interroga su ciò che potrebbe accadere, non si pone domande sulle generazioni che verranno, pertanto ha demolito la sanità pubblica: costava troppo. Inoltre, anche l’idea dello stato sociale è scomparsa. Gli ospedali sono diventati aziende sanitarie, il bilancio è il loro problema fondamentale, tutto il resto è secondario. L’idea di carità, di solidarietà, di pietà, di amore sono state prima strangolate e poi sepolte da un serial killer chiamato ragione economica.
Un caso emblematico è quello del bambino londinese Charlie Gard, nato con una gravissima malattia e tenuto in vita grazie a macchinari. I genitori vorrebbero che sopravvivesse, ma ciò costa alla collettività, pertanto l’High Court del Regno si esprime per la cessazione del trattamento ospedaliero. Ne fuoriesce una polemica a livello internazionale. Si crea un movimento di opinione, si organizza una raccolta fondi, il Vaticano si dichiara disponibile a curarlo gratuitamente nell’ospedale “Bambin Gesù”, insomma per molti Charlie non doveva morire. A quel punto la Gran Bretagna, per togliersi dall’imbarazzo, si rivolge a Strasburgo, alla Corte Europea, la quale accoglie la sentenza britannica, cosicché 28 luglio 2017 Charlie se ne va, senza la possibilità che i genitori lo possano tenere in braccio per un po’; era stata l’estrema richiesta, non venne esaudita. Questo è ciò che è cambiato.

Lo scenario che veicola la rete è di assoluta libertà: attraverso il web l’utente immagina di non avere limiti né di spazio, né di tempo e nemmeno di sapere. Wikipedia ha sostituito, travisandola, l’Enciclopedia classica sacrificando la qualità dell’informazione sull’altare della democrazia. D’altronde, però, in rete si può anche trovare, cercandola con fatica, qualche voce gracchiante fuori dal coro del mainstream.
In una dimensione in cui tutto sembra più facile ed a portata di mano, ragionare criticamente è diventata un’impresa titanica e, in qualche modo, rivoluzionaria?

Sicuramente è un’impresa ardua, in quanto chi s’inoltra nella rete non è abituato a ragionare criticamente, ha smarrito la nozione stessa di riflessione, il tempo gli è tiranno e, dunque, deve carpire immediatamente ogni informazione. Il web è suadente, tutto è a portata di mano, copiabile, trasferibile, trattabile. Quale progresso! Quale innovazione!
Un tempo bisognava andare in biblioteca, cercare i testi, leggerli, comprenderli, compararli. Tutto questo implicava ore, giorni e ciò consentiva di pensare. Oggi il pensare sta diventando un optional.
La rete è, per chi non è preparato, il paese dei lotofagi. O, per usare una similitudine più appropriata ai tempi, è come se degli esploratori spaziali si recassero su un pianeta sconosciuto, ove per l’atmosfera particolare, il metabolismo fosse accelerato e, di conseguenza, i tapini avessero sempre fame. Per loro fortuna, tuttavia, quella terra risulta coperta da una lussureggiante vegetazione e ovunque vi è frutta dall’aspetto meraviglioso e bacche, radici e funghi. Se ne cibano, con ingordigia crescente, ignorando che alcuni di quei doni della natura aliena hanno effetti allucinogeni e inducono alla dipendenza. A quel punto il loro destino è scritto: sono schiavi del pianeta.

In un quadro siffatto, in cui scuola e famiglia – fra le realtà primarie deputate alla formazione e all’educazione – si rivelano quanto mai indebolite ed inadeguate, quale modello e quali realtà potrebbero essere in grado di impartire la lezione fondamentale propria della pedagogia socratica?

Per svolgere una profonda azione educatrice bisogna avere uno stretto e continuo rapporto con il soggetto da educare. Anton Semenovic Makarenko, il pedagogista ufficiale dell’Unione Sovietica di Stalin, affermava, non a torto, che il più radicale effetto educatore lo esercita la società nel suo complesso. Ora la società educa ai contro valori, imposti dal consumismo e dall’edonismo, la famiglia sta diventando un ricordo del passato, la scuola è divenuta un campo di battaglia, sconvolto dai rapidi ma devastanti raid dei numerosi ministri che si sono succeduti a quel dicastero. Socrate era un maestro itinerante che con la sua maieutica cercava di risvegliare il pensiero e di formare una coscienza nei giovani ateniesi, suoi discepoli. Aveva successo, per questo fu condannato alla cicuta.
Chi potrebbe svolgere oggi una funzione socratica? Chi potrebbe sostituirsi a una società diseducante, a una scuola rovinata e a una famiglia morente? Forse delle associazioni private che abbiano come fine la rivalutazione dei valori fondanti l’umanità; anche per loro, tuttavia, la cicuta potrebbe essere dietro l’angolo.

Anche l’agognata autonomia liberale invocata da Karl Popper e garantita da un sistema improntato sulla laicità sembra essere miseramente naufragata nel mare magnum della rete, sedicente spazio infinito e di infinita libertà ma che si rivela, ogni giorno di più, una sorta di pollaio dove galline starnazzanti credono di vivere felicemente libere, opportunamente pasciute in un infrangibile recinto cristallino. Dal momento che la morale non può essere universalmente condivisa, perché differisce da cultura a cultura e da tempo in tempo, forse si può sperare in un’etica di base fondata su valori comuni… c’è ancora un margine di speranza di reciproca stimolazione e sviluppo delle idee o siamo condannati a soccombere, soffocati dal pensiero unico?

“Spes ultima dea”, lo sappiamo tutti; ma Foscolo aggiunge che “anche la speme, ultima dea, fugge i sepolcri” e il materialismo della globalizzazione è un vero e proprio sepolcro. Forse occorrerà calarsi fino in fondo in questo loculo, per rinascere di nuovo umani.
Popper è datato, la laicità tollerante, che consente la coesistenza di pensieri diversi, viene gradualmente ma inesorabilmente sostituita da un laicismo di regime, che si avvale del dogmatismo della scienza cosiddetta ufficiale.

Parafrasando un riuscito spot pubblicitario, quella che stiamo vivendo – sotto il punto di vista della formazione scolastica e culturale – sembra essere l’era del vincere facile: l’educazione scolastica pare prediligere la forma al contenuto, china il capo alla burocrazia ed ai tagli scellerati, diventando l’esempio più lampante e drammatico del declino della meritocrazia. Quanto pesa, secondo lei, il sistema scolastico attuale nella decadenza cui stiamo assistendo?

Moltissimo, non vi è dubbio. Aldo Alessandro Mola, in un recentissimo articolo, ha scritto che l’attuale governo “uccide l’uomo morto”, infliggendo il colpo di grazia alla già agonizzante scuola. Non bisogna dimenticare, però, che a condurre la scuola sul lettino di terapia intensiva hanno collaborato in tanti. Già alla fine degli anni Sessanta, sull’onda della contestazione fu introdotto il principio dell’egalitarismo sia per insegnanti che per docenti, per cui la sola partecipazione o frequenza diventava l’unico merito e dava diritto alla promozione o alla docenza. Meritocrazia e selezione divennero parole “fasciste” da bandire dal vocabolario del politicamente corretto. Poi ci pensarono altri ministri e governi, prima ad abbattere gli ultimi muri e poi a spargere sale sulle rovine. Basti pensare a Luigi Berlinguer con le sue devastanti riforme volte a imporre un’ideologia di regime, o a come è stato affrontato, più tardi, il problema dell’aggiornamento dei docenti, con soluzioni spassose, come quella del sussidio agli insegnanti di cinquecento euro l’anno “per acquisti didattici di prima necessità”.
In questa opera demolitoria ciascuno vi ha messo del suo, al di là dello schieramento di appartenenza; basti pensare alle parole d’ordine sulla scuola di Silvio Berlusconi: “Impresa, Inglese, Informatica”.
Ma ritorniamo al punto: il già citato Mola afferma “Con la scuola muore l’Italia” e ha ragione.

Nel suo libro, lei cita più volte René Guénon. Nel decimo capitolo parte proprio da un suo monito che addita il modello di “apprendimento” a discapito della vera “comprensione” come uno dei pericoli più lampanti. La mera accumulazione nozionistica ha lavorato, nel corso degli ultimi decenni, alla distruzione della capacità critica, della possibilità di costruirsi – criticamente – una coscienza al fine di trasformare più agevolmente ogni essere umano in consumatore – il solo soggetto che interessi al mercato. Ciò, per Lei, determina la lenta morte dello spirito. Dalle tradizioni iniziatiche a Chiese e religioni, tutti trasversalmente e velocemente si stanno mutando in ciechi strumenti di un credo globalizzato interessato unicamente a gestire problematiche solidaristiche, umanitarie, politiche senza valori spirituali di fondo. Un disastro annunciato da alcuni visionari quali George Orwell e J.R.R. Tolkien, ad esempio.

Lo spirito è la prima vittima del nostro Kali Yuga, dove il carro del “progresso” è trainato da tre focosi destrieri: materialismo, egoismo, edonismo. Questa triga di tenebre ha travolto, per prime, alcune associazioni tradizionali e iniziatiche (Guénon ne parlò già negli anni Trenta), poi è stata la volta di diverse chiese, che hanno eliminato simboli e liturgie e trasformato i propri ministri in operatori umanitari. Questi ultimi sono socialmente utili, ma sembrano scordarsi del loro compito istituzionale, tanto che spesso mi chiedo se costoro credano sempre all’esistenza di Dio e all’immortalità dell’anima.
Il disastro attuale fu vaticinato da George Orwell e da Tolkien che individuava nella Terra di Mordor la Germania di Hitler, l’Unione Sovietica di Stalin ma anche la modernità con le sue logiche disumanizzanti. Sauron, tuttavia, nella saga del “Signore degli Anelli”, fu sconfitto, nell’età della globalizzazione sta vincendo e alla grande.

“La porta d’avorio” è stato concepito durante la quarantena e, di fatto, si chiude con uno sguardo impietoso sulla scienza assurta a Olimpo cui l’umanità intera guarda con terrore e speranza sintetica. Tale egemonia è voluta, protetta e santificata proprio dal potere “ufficiale” che se ne serve, deliberatamente. Quella che stiamo sperimentando è la nuova frontiera bellica, il nuovo sistema offensivo, la nuova dimensione conflittuale cui dovremo – in qualche modo – abituarci?

Penso proprio di sì. Il terrore è la nuova frontiera del mondo globalizzato, colpisce nel punto più debole, mette in gioco la salute e la vita stessa, perciò ha una capacità suasoria assoluta. Tranquillità in cambio di libertà, questo offre lo stato emergenziale. Purtroppo, l’emergenza diventerà quotidianità, vi sarà emergenza pandemica, climatica, terroristica, delinquenziale e tutti saremo più terrorizzati, inquadrati e sottomessi.

Dunque, cosa può risvegliare nell’Essere umano quell’amore per la libertà ormai agonizzante sotto le spinte violente del terrore, foraggiato e foraggiante di un sempre più crescente bisogno di sicurezza?

Il germe della libertà è insito nel genoma umano, può essere assopito ma non eliminato e un giorno si risveglierà. Qualcuno inizierà a gridare “Il re è nudo!”. In un primo momento saranno voci isolate ma, poi, quelle voci diventeranno un coro e il coro si farà onda, l’onda monterà e spazzerà via l’ipocrita castello di sabbia del terzo millennio.