Caleidoscopio. Mario Gerosa ci racconta il suo nuovo romanzo

Caleidoscopio
Mario Gerosa. Foto di Davide Lopopolo

Caleidoscopio, il nuovo romanzo di Mario Gerosa, si apre con una strana sfilata di moda nella città fantasma di Consonno. Sulla passerella sfilano ragazze e ragazzi truccati da vecchi, vestiti come i nonni di una volta. È la nuova tendenza della moda, che in un ipotetico periodo post pandemia prescrive un repentino cambio di rotta: basta anziani che vogliono sembrare dei ventenni, ma giovani che vogliono sembrare dei vecchi veri. Le case di moda prescrivono come tendenza i capelli grigi, le rughe e le vene varicose. Tutti, istantaneamente, cedono a questo richiamo. Per farsi notare bisogna dimostrare molti più anni dei propri, in un’inversione di tendenza epocale.

Il virus della vecchiaia è contagioso, e nel romanzo si innesta in una storia parallela di omicidi seriali inscenati come installazioni artistiche: i morti galleggiano in gigantesche boule à neige, come quelle dei souvenir con i monumenti celebri. E questa storia si incanala a sua volta in una trama misteriosa e lugubre che vede protagonista un uomo terrorizzato dal passar del tempo, che ricostruisce in un seminterrato le stanze e gli ambienti più significativi che ha visto e abitato nella sua vita. A Mario Gerosa abbiamo chiesto di raccontare gli elementi salienti di Caleidoscopio.

Innanzitutto perché il titolo Caleidoscopio?

Perché il romanzo è tutto un rifrangersi di frammenti di microstorie, di paure, di racconti legati al passato che riemergono nel presente e si ricompongono e si riassemblano in continuazione, dando vita a nuove storie, come succede con i vetrini colorati di un caleidoscopio.

Il tema centrale del tuo nuovo romanzo è la vecchiaia.

Infatti. Si dice che la nuova tendenza imposta dalla moda è di invecchiarsi anziché ringiovanirsi. Negli ultimi anni ci hanno riempito la testa con il tormentone dei 50 che sono i nuovi 30 e così via. Trovo che sia uno slogan che ha già fatto il suo tempo, non so quanto possa essere convincente e credibile. Anche perché è ispirato da un ottimismo abbastanza artificioso, che non sempre ha un riscontro nella realtà. L’unico posto dove puoi essere veramente giovane anche da vecchio è Second Life, dove ti puoi creare un avatar in forma smagliante. Se no, questo postulato non sempre funziona: va bene per gli eccentrici danarosi, ma non per le masse. Ecco allora che nel romanzo c’è questa provocazione della casa di moda che impone di invecchiarsi per essere al passo con le nuove tendenze. I giovani per una volta vogliono assomigliare ai vecchi, in una rivoluzione epocale. Non c’è più la rincorsa al tempo perduto, ma il tentativo di avere una certa autorevolezza, anche solo di facciata.

Tra le righe c’è una critica al rapporto conflittuale tra giovani e vecchi?

Sicuramente il rapporto conflittuale tra generazioni c’è sempre stato. Però se i vecchi rischiano di perdere il rispetto se non l’ammirazione dei più giovani, è anche perché non vogliono più riconoscersi nel loro status. In questo senso, nella finzione la moda cerca di rivalutare l’immagine di chi ha una certa età, anche se lo fa in modo piuttosto goffo e indelicato. Aldilà di questo aspetto un po’ grottesco, nel romanzo c’è un personaggio molto triste, vittima delle proprie paure, un uomo che non riesce a fare i conti con la vecchiaia e si rifugia in un mondo tutto suo, ricreando in un seminterrato gli ambienti che ha frequentato nel corso della sua vita: un tentativo estremo di riappropriarsi della propria esistenza, che gli è passata davanti agli occhi come in un film.

Questo discorso si innesta nella trama da thriller. Ci sono i cosiddetti delitti delle boule à neige.

Esatto. Un misterioso assassino lascia i cadaveri delle sue vittime in gigantesche boule à neige, delle palle di vetro come quelle dei souvenir con dentro le miniature dei monumenti. Anche questo discorso si ricollega al tempo che passa, all’invecchiamento. Il pittore simbolista Fernand Khnopff usava delle sfere come simboli della memoria, altri le considerano come dei contenitori dell’immaginario. Nel romanzo quelle boule à neige fanno anche l’effetto di installazioni artistiche, e in questo riprendo le tematiche dell’art thriller, che già avevo affrontato nel mio precedente romanzo, Il collezionista di respiri.

Caleidoscopio

Una cartolina da Consonno

Nel romanzo si parla anche del fenomeno delle esplorazioni urbane.

Sì, è una nuova forma di turismo molto in voga. I protagonisti di Caleidoscopio programmano una visita in una vecchia villa liberty disabitata vicino a Varese, una residenza appartenuta a un misterioso regista di cui si sa poco o niente. Un altro luogo centrale nel romanzo è la città fantasma di Consonno, vicino a Lecco. È un curioso esperimento urbano: negli anni Sessanta doveva diventare una specie di Las Vegas della Brianza e poi è caduta nell’oblio ancor prima di nascere, è sprofondata subito nella sua vecchiaia. Anche quella città morta è funzionale per definire il contesto della storia, dove ogni tassello rimanda allo stesso tema: la caducità.

Ci sono degli scrittori che ti hanno influenzato?

Ce ne sono tanti. Ho una grande ammirazione per Giuseppe Pontiggia, l’autore di quel capolavoro assoluto che è Il giocatore invisibile. Ma anche Fruttero e Lucentini, con le loro atmosfere plumbee. Ma poi mi piace molto anche la dimensione visiva della narrazione, e non posso fare a meno di citare i film di Dario Argento e di Aldo Lado, e i grandi sceneggiati del mistero degli anni Settanta.

Dicevi appunto che nel romanzo si parla di un misterioso regista.

Sì, Melchiorre Cagliero. Chi vive a Milano non avrà difficoltà a ravvisare in quel nome la sintesi di due vie della zona del Centro Direzionale, un gioco di toponomastica che mi sono permesso, un piccolo divertissement. Cagliero, la cui vita rimane avvolta nel mistero, è una figura strana, che mi piacerebbe approfondire. Si dice che nei suoi film documentava l’invecchiamento precoce e che collezionava strani quadri. A un certo punto, dato che scrivo anche saggi di cinema, mi era quasi venuta voglia di pubblicare in parallelo una finta monografia su Cagliero, trattandola come un saggio di cinema a tutti gli effetti. Sarebbe stato divertente.

Però poi non l’hai scritta.

No, però nel romanzo ci sono vari elementi sulla carriera di quel cineasta, magari più avanti tornerò a parlarne. In effetti un aspetto che mi ha incuriosito molto, e che ho trasferito nel romanzo, è la metanarrazione, ovvero il tentativo di creare un romanzo all’interno del romanzo, cercando di confondere i diversi livelli di realtà. Questo tema degli sdoppiamenti degli strati di realtà si percepisce già nel quadro scelto per la copertina del libro: è un dipinto di Samantha Torrisi, una bravissima artista siciliana che sa evocare atmosfere misteriose e sfuggenti, dove i personaggi, appena accennati, sembrano galleggiare nelle nebbie dei ricordi e della finzione.

Stai già lavorando a un altro romanzo?

Qualche idea ce l’ho. Molto probabilmente sarà una storia ambientata su un’isola. Quel genere di luogo mi affascina da sempre. Penso al covo di Scaramanga, l’uomo dalla pistola d’oro, ma anche a Dieci piccoli indiani.

Caleidoscopio

Mario Gerosa, Caleidoscopio, Edizioni Falsopiano, 2020.